Battesimo del Signore – Lasciamo l’uomo vecchio

PER UNA VIA DI AMORE COSTOSO

   –  Is 42, 1-4. 6-7; Sal 28; At 10, 34-38; Mt 3, 13-17   – 

 

Il Battesimo di Cristo, Andrea del Verrocchio (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Il Battesimo di Cristo, Andrea del Verrocchio (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Anche oggi celebriamo un’epifania! Tre sono le epifanie che la Chiesa celebra: quella ai Magi, quella al Giordano nel Battesimo, e quella a Cana di Galilea ove Gesù “manifestò la sua gloria ed i suoi discepoli credettero in lui” (cfr Gv 2, 1-12). In questa domenica celebriamo il Battesimo di Gesù al Giordano.

Cosa fu per Gesù quell’ora?

Mentre tanti andavano dal Battista a farsi immergere nel Giordano, per proclamare una ferma volontà di conversione e chiederne la grazia, Gesù va al Giordano per farsi imergere anche Lui. Perchè?

Nell’Evangelo di Matteo c’è un dialogo tra Gesù e Giovanni Battista – che è solo di questo evangelista – che certamente ha carattere apologetico (vuole, cioè, difendere il primato di Gesù su Giovanni, e vuole affermare che Gesù non aveva bisogno di conversione!); ma questo dialogo ci dà anche luce sul perchè di questo scendere di Gesù nel Giordano, per mano di Giovanni.

Alla perplessità del Battista, Gesù risponde: Lascia fare, per ora, perchè conviene che s’adempia ogni giustizia”. Risposta questa che ha messo al lavoro generazioni e generazioni di Padri e di esegeti… che adempimento è questo di cui parla Gesù? Non può essere un adempimento puntuale di una Scrittura che Matteo, d’altro canto, non cita esplicitamente. Si tratta del fatto che Gesù e Giovanni devono adempiere essi stessi quello che è giustizia di Dio, cioè la sua volontà. Ma perchè Dio può volere che il Messia venga battezzato? La risposta sta nella solidarietà con i peccatori che Gesù è venuto a compiere: nell’Evangelo dell’infanzia si era detto che il bambino, concepito per opera dello Spirito Santo, avrebbe dovuto ricevere il nome di Gesù perchè “salverà il suo popolo dai suoi peccati” (cfr Mt 1, 21)… e come lo farà? Sottoponendosi ad un battesimo di annientamento, lasciandosi sommergere, “affogare” nella morte (cfr Mc 10, 38). Qui l’Emmanuele si consacra alla sua vocazione, e lo fa unendosi alla folla dei peccatori che accorrono al Giordano. Davvero è con-noi, davvero è l’Emmanuele.

Gesù al Giordano compie il primo passo verso il Golgotha: questa è la giustizia di Dio, questa è la volontà del Padre…che vada a cercare i peccatori, stando tra loro, e stando con loro!

L’epifania del Battesimo è un’epifania: una manifestazione a Gesù e – in Gesù – è manifestazione fatta a noi uomini; l’epifania che qui Gesù riceve è dunque la sua verità, di Figlio e Messia. Qui al Giordano avviene come una nuova nascita per Lui, una ri-nascita, in cui si rivela d’improvviso, al suo cuore ed alle sue orecchie, l’infinita ricchezza della sua identità: è il Figlio amato dal Padre, è oggetto di compiacimento e di gioia per quel Padre di cui sta adempiendo la volontà in quella fila di peccatori. La manifestazione che avviene per Gesù diviene allora anche per noi manifestazione di Dio, di come Dio si è messo in cammino con noi nella storia, di quali vie ha scelto, e di come ci chiede di seguirlo, di quale sequela ha bisogno l’Evangelo del Regno.

Isaia, parlando del Servo del Signore, ha detto che su di Lui scenderà lo Spirito; ed ecco che Matteo, mettendosi in parallelo con quella pagina che oggi costituisce la prima lettura, ci mostra lo Spirito che scende su Gesù come una colomba, un’immagine forse suggerita da Gen 1,2, in cui “lo Spirito di Dio aleggia sulle acque” primordiali; al Giordano lo Spirito aleggia sulle acque di un altro “archè”, di  un altro “principio”, sulle acque in cui si immerge il Figlio solidale con i peccatori per dare inizio ad una nuova creazione.

Questo gesto di Gesù di andare al Giordano è un gesto per nulla simbolico o esemplare; è un gesto che porta a compimento, e in modo definitivamente compromettente, l’Incarnazione! Da parte di Dio, questà è davvero la scelta della compagnia con gli uomini, sino al profondo di ogni uomo… fino agli abissi che abitano l’uomo… fino all’inferno in cui l’Adam è voluto scendere per inseguire se  stesso. Il Figlio amato non sta con l’uomo in modo asettico ed esteriore; Egli è venuto a cercare chi è perduto (cfr Lc 19, 10), e per questo è disposto a perdere se stesso.

Lo Spirito sarà la forza del suo donarsi, del suo offrirsi; sarà la forza per combattere il male e mostrare la vicinanza del Regno (“se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è giunto a voi il Regno di Dio” – cfr Mt 12,28).

La voce dal cielo, che Marco attestava essere rivolta a Gesù (“Tu sei il mio Figlio, l’amato” – cfr Mc 1, 11), Matteo la fa diventare un invito rivolto a noi uomini: è necessario riconoscere in quell’Uomo innocente ma solidale con i peccatori, il Figlio amato (scrive Matteo: “Questi è il mio Figlio amato”), via per ritrovare il “cielo”, Dio … E su quel Figlio sceso nelle acque del Giordano si aprono i cieli, quegli stessi cieli che il peccato, la disobbedienza dell’Adam avevano chiuso (cfr Gen 3, 24). In Gesù sarà possibile dunque ritrovare Dio come Padre, sarà possibile essere figli nel Figlio, e sarà possibile divenire luogo della dimora dello Spirito di Dio, per essere capaci di misericordia, di condivisione, di amore e di speranza.

Se il Figlio si è immerso tutto nelle acque, rese impure dal nostro peccato, noi uomini riceviamo in dono la possibilità di essere immersi nel Figlio per essere immersi nel Padre, nella forza dello Spirito. Le acque che furono strumento di morte nel diluvio (cfr Gen 6, 17) saranno, per i credenti in Cristo, luogo di nascita dell’uomo nuovo fatto ad immagine del Figlio; le acque, come quelle del Mar Rosso, saranno per i credenti passaggio dalla schiavitù alla libertà …

Ma nelle acque bisogna lasciare l’uomo vecchio, immagine del vecchio Adamo. Non ci sarà passaggio senza sacrificio, senza offerta, senza una morte…la morte costosa dell’uomo vecchio! L’infinitamente preziosa vita nuova ci sarà donata da figli nel Figlio: figli chiamati a camminare su quella stessa strada che Lui, dal Giordano, percorse in tutta la sua vita, insegnadoci ad essere uomini; una via di misericordia e di perdono, una via condivisione e di fraternità, una via che rigetta ogni mediocrità, scegliendo sempre l’Evangelo che ci fa contraddizione di ogni mondanità.

Gesù fece così, per questo venne nella nostra carne…

Al termine di questo Tempo di Natale ci chiede se vogliamo davvero seguirlo, e seguirlo da discepoli del Messia incamminato su una via di amore costoso.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Battesimo del Signore – La ricerca della verità

LA SUA STRADA, LA SUA MISSIONE, LA SUA IDENTITA’

Is 42, 1-4.6-7; Sal 28; At 10, 34-38; Mt 3, 13-17

 

Con questa festa del Battesimo del Signore si chiude il Tempo di Natale e ci si apre al cammino quotidiano che la Chiesa percorre nel cosiddetto Tempo ordinario … e il Mistero del Natale, il Mistero dell’Incarnazione oggi ci viene ancora incontro con tutta la sua paradossale realtà che, se accolta, ci trasforma davvero in uomini nuovi.

L’umanità di Dio in Gesù di Nazareth è una vera umanità, un’umanità che ha dovuto fare la grande fatica della libertà e della ricerca della verità. L’umanità di Gesù di Nazareth, per il fatto che era l’umanità del Verbo, non è stata esente da queste “bellissime” fatiche dell’ essere uomo. E’ la fatica di scoprire la propria identità e la propria vocazione; al Battesimo al Giordano si compie questa fatica di verità in Gesù; finalmente gli è rivelato chi davvero egli è e, in quell’istante, gli è rivelata la sua strada e la sua missione.

A Natale siamo stati noi a stupirci dinanzi al Dio fatto carne e deposto nella mangiatoia, oggi – vorrei dire – contempliamo lo stupore di Gesù che sente su di sé la voce del Padre che tuona sulle acque, come dice il Salmo 28 che oggi si canta; quel tuono non è un tuono che richiama tempeste e potenze spaventose ma è un tuono che grida l’ amore: Tu sei il Figlio mio, l’Amato, in te mi compiaccio.

E Gesù ora sa chi è; gli Evangeli non ci narrano dei tormenti della sua ricerca e del suo “discernimento” ma ci dicono l’esito straordinario di quel travaglio … al Giordano tutti scendevano perché attraverso Giovanni ricevessero la conversione e Gesù si mette assieme a loro, solidale con quella fila di peccatori e, facendo questo gesto d’amore, di solidarietà, schierandosi dalla parte dei fragili, dei deboli e dei peccatori, sente su di sé la voce del Padre! La fatica di comprendere si versa ora in Lui in una consapevolezza in cui il gesto di scendere al Giordano assume a pieno il suo vero sapore e significato: è il Figlio, l’Amato, è carne di Dio, ha assunto l’umanità con tutte le sue fatiche compresa quella di dover capire, scegliere, scoprire la propria identità e verità; a quell’umanità ora, al Giordano, Gesù inizia ad aggiungere il peccato degli uomini suoi fratelli! Non compiendo il peccato ma prendendo su di sé il peccato del mondo; nel IV Evangelo ci viene riportata quell’indicazione del Battista proprio sulle rive del Giordano: Ecco l’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo! (cfr Gv 1, 29)

Al Giordano l’Agnello immacolato si carica della miseria del mondo e la porterà sulla croce, lì la inchioderà (cfr Col 2,14) per vincerla con l’amore.

La parola d’amore del Padre ha certamente incendiato tutte le fibre di Gesù ed è stato su quella parola che Gesù ha gettato anche Lui le reti della sua vita … su quella parola ha deciso di amare e condividere, di lottare e soffrire per l’uomo … Quella parola del Padre gli ha consegnato un amore che riguardava la sua carne ma che in Lui riguardava ogni carne; Gesù sa che ogni vocazione non è per chi la riceve ma per tutti e sa che quello Spirito d’amore effuso su di Lui deve essere dono per tutti.

Per questo Gesù affronterà il deserto della tentazione, per questo annunzierà il Regno, per questo vivrà ogni giorno le parole di Isaia che abbiamo ascoltate nella prima lettura: Non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta … Tu sarai alleanza del popolo e luce per le genti … perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre. Perché lo Spirito sia effuso su ogni carne Gesù salirà sulla croce e per questo scenderà nel profondo degli inferi …

Il Mistero dell’ Incarnazione giunge fino a quegli inferi perché noi uomini abitiamo nel non-senso e nel peccato e Lui ha desiderato incontrarci.

Colui che a Natale discese nella nostra carne e in essa iniziò a manifestarsi alla storia, al Giordano inizia la sua discesa verso gli inferi prendendo sempre più su di sé il peccato del mondo!

Scendendo nelle acque del Giordano inizia un nuovo esodo verso la patria che è Dio … scendendo nel Giordano si fece battezzare (il verbo greco “baptizein” significa “immergere”) nel peccato del mondo per poter immergere noi nella santità di Dio!

Il racconto di Matteo che oggi si proclama si apre con una parola del Battista che può risuonare sulle labbra dell’umanità tutta: Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni a me?

La risposta di Gesù, che sembra enigmatica, in realtà ci rivela che – perché noi potessimo essere immersi nella santità di Dio – era necessario che Lui si immergesse nell’iniquità del mondo in una solidarietà misteriosa e sorprendente. La giustizia di Dio (Gesù dice al Battista: Si adempia ogni giustizia) sceglie una via di salvezza che non ha nulla di miracolistico e di automatico, nulla di “magico”, sceglie invece una via in cui Dio si compromette con la storia fino in fondo, si immerge nella storia di peccato del mondo, ne paga le conseguenze, ama senza sconti e mostrando così il suo vero volto.

Si adempia ogni giustizia, e la giustizia di Dio è quello che Dio vuole; e Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati mediante la loro verità di figli nel Figlio (cfr 1Tm 2,4). Il Verbo fatto carne conosce la volontà del Padre e sulle rive del Giordano diviene primogenito di molti fratelli (cfr Rm 8,29) e lo fa immergendosi nel profondo del nostro abisso di peccato. Un battesimo che si compirà sulla croce! (cfr Mc 10, 38 e Lc 12, 49-50)

Il Mistero che oggi si celebra è allora grande e smisurato; non ricordiamo un gesto esemplare di umiltà che Gesù compie per dirci come è necessario il Battesimo (come tante volte abbiamo sentito e purtroppo anche letto!) … oggi invece celebriamo ancora un’Epifania (nelle Chiese d’oriente l’Epifania è celebrazione della visita dei Magi, del Battesimo al Giordano e delle Nozze messianiche in Cana), una Manifestazione: a Gesù della sua figliolanza ed a noi della sua solidarietà. Il Battesimo di Gesù è effusione dello Spirito sulla carne santissima di Gesù, effusione che lo consacra perché egli sia il Cristo che dona quell’unzione ad ogni carne!

Contemplare questo mistero è andare alle radici del nostro rapporto con Cristo. Dove è questa radice? In quel nostro battesimo in cui gratuitamente fummo immersi in una vita nuova, in una vita da figli amati. Quella è la santità che già ci appartiene, ora bisogna vivere l’oggi secondo quella santità! E’ la grande opera di ogni giorno per cui in noi cristiani continuerà il santo mistero dell’Incarnazione di Dio!




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II Domenica di Avvento – Parole dure

UNA CORAGGIOSA REVISIONE DI CIO’ CHE SIAMO E CHE FACCIAMO

Is 11, 1-10; Sal 71; Rm 15, 4-9; Mt 3, 1-12

 

Il cammino di questo Avvento incrocia questa domenica parole durissime e compromettenti, parole da non relegare all’indirizzo storico cui il Battista le ha gridate: i Farisei ed i Sadducei. Se questa Parola risuona per noi oggi è perché deve chiedere alle nostre vite, al principio di questo Avvento, una revisione coraggiosa di ciò che siamo e di ciò che facciamo! Progenie di vipere!…Non crediate di poter dire: Abbiamo Abramo per padre!…Brucerà la pula con un fuoco inestinguibile!

Cogliamo queste parole del Precursore come un grido che vuole svegliare i nostri sopori, le nostre vie placidamente “religiose“, che vuole sventare il nostro tentativo, sempre rinnovato, di auto rassicurarci per poter far convivere riti, elemosine e parole cristiane con bieca e colpevole mediocrità incapace di volgere lo sguardo in alto.

Il problema è proprio questo: dove volgiamo lo sguardo? Il “dove” verso cui volgiamo lo sguardo è indicativo di cosa attrae veramente il nostro profondo. “Cosa” o “chi” attira il nostro sguardo, verso “cosa” o “chi” slanciamo il nostro desiderio?

Le osservanze sono facili e sono la vera tentazione della “religione”; Farisei e Sadducei sono categorie a rischio perché hanno fatto gli uni, i Farisei, un idolo della Torah con le sue prescrizioni e gli altri, i Sadducei, hanno fatto del Tempio e del culto un idolo che rassicura. Entrambi si trifiglincerano dietro la certezza di essere figli di Abramo. Il rischio invece è essere progenie di vipere, cioè figli di serpente (in greco Matteo scrive “ghennèmata”, cioè “figli”, “progenie”) e di un serpente che ha il sé un veleno insidioso e portatore di morte.

E’ allora quanto mai necessario chiedersi “dove” volgiamo lo sguardo. E’ questo il vero problema.

Il Battista, che oggi e la prossima domenica ci è di guida in questo Avvento, invita proprio a dirigere lo sguardo verso l’essenziale: il Signore.

E’ necessario cambiare mente (“metanoèite” – “convertitevi” – in greco, alla lettera, significa proprio cambiare mente) cioè non pensare più a se stessi e a ciò che rassicura perché assolve facilmente le nostre mediocrità ed immobilità; cambiare mente non è mutare i nostri pensieri con pensieri migliori, è invece mutare i nostri pensieri, le nostre idee con i pensieri e le idee di Dio … proseguendo sulla via a cui già domenica scorsa accennavamo, è cambiare i nostri poveri “sogni” con i “sogni” di Dio! Perché questo avvenga lo sguardo va fissato su di Lui.

E Giovanni il Battista ci aiuta; lui, infatti, è tutto un “indice” che indirizza al Signore; non a caso gran parte dell’iconografia cristiana ha ben compreso tutto questo e rappresenta sempre il Battista con un indice puntato; non è un indice accusatore ma è un indice che indirizza verso una direzione, che mostra Qualcuno: il Signore! Il Battista è voce non è parola; la voce è il luogo, lo spazio, la via della parola; Giovanni vuole essere solo questo: lui è la via preparata al Signore.

L’attenzione, nell’oracolo del Libro di Isaia che Matteo cita, non va posta sulla via ma sul Signore che deve percorrere quella via per giungere a noi! L’opera del Battista, l’opera dell’uomo dell’Avvento che vogliamo e dobbiamo essere, è proprio questa: preparare la via a Lui, al suo venire.
La voce che è Giovanni risuona nel deserto e questo, per la Scrittura, è realtà polivalente: l’uomo è nel deserto, nella solitudine; è così: a volte noi abitiamo dei popolosi deserti, dei deserti chiassosi ed insensati ed oggi la voce del Battista, la voce dell’Avvento vuole raggiungerci proprio lì, in questi deserti nei quali tante volte viviamo. Allora la prima operazione importante da compiere è riconoscere questi deserti perché se ci si ferma in essi si muore … è importante, invece, popolarli di un’attesa viva che punta lo sguardo sul Veniente che ci visita proprio nei nostri deserti di cui non si spaventa … Gesù, infatti, dopo essere apparso, all’inizio dell’Evangelo, in una fila di peccatori al Giordano immediatamente andrà nel deserto, lì dove abitano ed allignano le nostre tentazioni, , le nostre “fami“, le nostre perversioni che ci spingono verso il potere e l’avere … il Veniente ci visita proprio lì, nei nostri deserti malati e lì ci dice le parole che disse al centurione: Io verrò e lo curerò (cfr Mt 8, 7).

Il deserto è però anche luogo di un esodo salutare da compiere … bisogna uscire da sé, dalle proprie sicurezze “religiose”, dalle “patrie” che sono le immagini di Dio che ci si è costruiti ed andare verso un luogo in cui non c’è nulla se non quella voce che grida e mostra il Veniente. In questo deserto è possibile volgere le spalle a tutti gli “Egitti” di schiavitù, a tutte le “Gerusalemme” rassicuranti, a tutte le “osservanze” che fanno “sentire buoni” e intanto ci soffocano perché lontanissime dalla vera “obbedienza” a quel Qualcuno che ci libera!

Qualcuno”! Ecco il punto nodale. La nostra fede è adesione ad un Qualcuno, non ad un complesso di idee, ad un Qualcuno che viene e ci immerge nel fuoco. Come il deserto, anche il fuoco ha qui un valore duplice: distrugge purificando ed è fuoco d’amore vivificante. Si deve essere disposti ad essere toccati da questo fuoco. Non si può rimanere neutrali dinanzi al Signore che viene. Avere lo sguardo fisso su di Lui è condizione necessaria affinché l’oggi sia vissuto in pienezza accogliendo il grido dei profeti nei deserti mondani ed uscendo dalle sicurezze e dalle stolte presunzioni legate ad appartenenze rassicuranti per cui si dice: Siamo figli di Abramo … oppure E’ Tempio del Signore …(cfr Ger 7,4ss) oppure, come potrebbe capitare a noi, Siamo battezzati, apparteniamo alla Chiesa
Matteo pone infatti sulle labbra del Battista un gioco di parole che in greco si perde ma che in ebraico doveva risultare facilmente coglibile: Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre ( in ebraico “abanim” significa “pietre” e “banim”significa “figli”) per sottolineare la vuotezza di certi ragionamenti religiosi che servono solo a fermare il “sogno” di Dio in noi e servono solo a smorzare il nostro desiderio di “oltre”.

L’attenzione al Veniente va vissuta con una grande fedeltà alla storia perché è nella storia che si potrà cogliere il germogliare della sua presenza, anche da tronchi che sembrano inariditi e sterili (così canta la bellissima pagina del Libro di Isaia che costituisce la prima lettura di questa domenica). Sarà proprio quel germoglio inatteso che darà alla storia un saporbasso preze nuovo di pace e di armonia. Questa pace e questa armonia, però, come sempre, non sono a basso prezzo: c’è da passare per una parola sferzante e per un soffio purificatore; così accogliere il Veniente è sì aprirsi a quella pace paradossale di Isaia in cui il lupo dimora con l’agnello, la pantera con il capretto, il vitello con il leone, la mucca con l’orsa, ma con la disposizione ferma a lasciarsi scomodare e capovolgere (“metanoèite” si può tradurre alla lettera con “capovolgete il vostro pensare”), a lasciare le comode e rassicuranti certezze che ci autoassolvono per andare in un deserto il cui unica certezza è una voce che porta una Parola inattesa, in un deserto in cui unica certezza è la speranza di una venuta che nell’oggi è poco appariscente ed è silenziosa come lo spuntare di un germoglio, ma che diverrà risposta e compimento di tutta la storia ed anche della nostra piccola storia, compimento anche delle nostre personali vicende sempre assetate di senso.

E’ proprio vero quello che dicevano i Padri per definire i cristiani: Chi sono i cristiani? Coloro che amano la venuta del Signore!

E’ così perché se non si è amanti della sua venuta non si resta neanche cristiani; se non si ama la sua venuta ci si installa comodi nell’oggi, si smarriscono i “sogni” e si comincia a dar credito a quel buon senso intriso di mediocrità che il mondo ama, persegue ed insegna; e purtroppo abbiamo visto tanti cadere in questa trappola …

Chi ama la venuta del Signore è disposto ad avere lo sguardo puntato verso l’ “oltre” senza esonerarsi dal peso della storia ma portando in essa, a qualunque costo, sentimenti reciproci di benevolenza ad immagine di Cristo che, come scrive Paolo nel passo della Lettera ai cristiani di Roma che oggi si legge, non ha disdegnato di farsi nostro servitore per aprirci alla gioia vera.

Si può preparare la strada nei nostri deserti, si deve … poi Lui verrà e ci colmerà di pace e di vera armonia … come non lo immaginiamo neanche ma sarà oltre ogni nostra attesa!




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