I Domenica di Quaresima – Preceduti nella lotta


TOGLI LE TENTAZIONI, E NESSUNO SI SALVA

 

 –  Gn 2, 7-9; 3, 1-7; Sal 50; Rm 5, 12-19; Mt 4, 1-11  –

 

Le tentazioni di Cristo, Beato Angelico

Le tentazioni di Cristo, Beato Angelico

Voglio iniziare questo percorso quaresimale, dopo le Ceneri, con una frase del grande Padre del Monachesimo, Antonio il Grande: “Nessuno se non è tentato può entrare nel regno dei cieli; di fatto, togli le tentazioni e nessuno si salva”. E’ vero! E’ vero perchè la salvezza è un fatto costoso, ed il suo prezzo è solo la lotta … una lotta che noi possiamo ingaggiare con le idolatrie e le mondanità che ci assediano, una lotta con il male che ci sorge da dentro, e nell’ora e nel modo che non ci aspetteremmo; una lotta con la tentazione che ci assale dal profondo di quel cuore che in tanti giorni della nostra vita credevamo d’aver dato tutto al Signore ed al suo Regno.

Fare i conti con quel male che ci assedia, e ancor più con quello che ci assedia da dentro di noi, è davvero la via maestra per dire quel sì radicale, e sempre più libero e pieno, all’Evangelo di Gesù Cristo. E’ necessario dire questo sì a quell’Evangelo che è tale, una lieta notizia, per tutto quello che, in Gesù Cristo, il Padre ci ha consegnato e donato. Oggi leggiamo una lieta notizia di capitale importanza per questa dimensione di lotta che autentica i nostri cammini di libertà: le tentazioni di Gesù nel deserto.

La Chiesa sapientemente pone in capo al cammino di Quaresima questo racconto che è fondante per la nostra capacità di affrontare quella lotta che salva, e che Antonio il Grande, di cui dicevo all’inizio, sperimentò prima su di sè senza sconti, e di cui ha poi potuto parlarci sapientemente proprio perchè ne aveva sentito e patito i morsi nella sua stessa povera carne… La Chiesa sa di essere nel deserto nel frattempo tra la Pasqua e la Parusia, e sa che lì deve affrontare gli assalti del Drago, come scrive l’autore dell’Apocalisse (cfr Ap 12, 1-6). L’Evagelo di oggi ci dice che in questo deserto è possibile lottare perchè in questo siamo stati preceduti da Gesù, il Figlio Amato, venuto nella nostra carne senza cercare nessuna esenzione.

Credo che sia importante che capiamo che Gesù non fu esentato dal peccato, ma semplicemente non lo commise! La differenza è grande! L’esenzione sarebbe stata un’astratta impeccabilità fredda, algida, disumana; quella che Gesù invece ha vissuto, e così ha consegnato a tutta la carne dell’uomo, è una vittoria costosa che ha dovuto attraversare i deserti della tentazione, i morsi delle parole e dei pensieri contro Dio, che aprivano dinanzi a Lui scenari diversi e realmente possibili! Le tentazioni ci dicono che Gesù affrontò realmente, dolorosamente e sanguinando la possibilità vera di un no alle vie del Padre; le tentazioni ci dicono che la scoperta della propria identità avvenuta nel Battesimo al Giordano (“Tu sei il Figlio mio, l’amato” cfr Mc 1, 11) si è dovuta scontrare con la vertigine del potere tutto e dell’avere tutto, con la vertigine del gustare tutto senza le fatiche dell’umano. La conoscenza della propria identità di Figlio si è dovuta subito scontrare con questa possibilità disumana e “diabolica” … sì, è paradossale, ma è così! E’ infatti il diavolo che, nella drammatizzazione di Matteo, incita Gesù a pensare diversamente da Dio: sono pensieri “diabolici”, che incredibilmente si agitano nel pensiero dell’uomo Gesù, Figlio di Dio!

Il Figlio di Dio ha dovuto lottare con questi pensieri “diabolici” di vie realmente possibili; ha dovuto lottare per accogliere invece l’altra vera possibilità, quella di una fedeltà ad un progetto di Dio assurdo e “perdente”: accogliere la debolezza fino in fondo, essere il servo che salva ma in virtù della sua impotenza, e non gettandosi a capofitto nella vertigine del potere.

La vittoria di Gesù, che rimbomba in tre potenti no al diavolo, è una vittoria che spalanca la storia alla possibilità dell’Evangelo, e che apre l’uomo, ogni uomo, alla possibilità dell’uomo nuovo. Quello del diavolo, quello “logico”, “sapiente”, “possidente”, “vincente” è l’uomo vecchio: è quell’uomo che ha creato sempre lacrime, dolore, sangue, ingiustizie … è l’uomo che si è prostrato a satana sotto mille e mille forme, e con mille e mille tipi di inchini e genuflessioni, è quello che ha fatto della terra una “valle di lacrime”! L’uomo nuovo, che Gesù crea con i suoi no al diavolo, è “illogico”, “stolto”, “perdente”, “povero” ma è l’uomo nuovo, è l’uomo libero e liberante del “sogno” di Dio nel giardino dell’in-principio.

La Chiesa chi fa iniziare la Quaresima con questa pagina evangelica che è davvero una bella notizia: è un evangelo, ed è anche una promessa. Infatti è la bella notizia che possiamo intraprendere la lotta perchè siamo stati preceduti da Uno che, come scriverà Agostino, ha già lottato ed ha già vinto per noi! Questo non ci esenta dalla lotta, ma ci assicura che Lui lotta con noi, come scrive S. Atanasio nella sua “Vita Antonii”.

Iniziamo la Quaresima con questa promessa che ci viene dalla vittoria di Cristo: una vittoria di cui contempleremo a pieno lo splendore nella Notte della Risurrezione, con la promessa di quella presenza che non ci lascia soli nella lotta per il Regno, per l’Evangelo, per l’uomo nuovo che deve essere costruito in noi.

Sarà una dura lotta, ma una bella lotta.

Bella? Sì, perchè è la stessa lotta di Cristo. Lui è la bellezza che ci fa affrontare ogni bruttura, con la promessa di trasfigurare la nostra miseria in santità.

Con questa luce camminiamo in questa Quaresima!

p. fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica del Tempo Ordinario – Sulle rive del nostro quotidiano

L’ENTUSIASMO DI UN SI’

 Is 8, 23 – 9, 2; Sal 26; 1Cor 1, 10-13.17; Mt 4, 12-23

 

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

C’è un evento di salvezza essenziale nel passo dell’Evangelo di Matteo di questa domenica: Gesù inizia a predicare!

Se abbiamo contemplato gli inizi della sua vicenda nella nostra carne, se abbiamo contemplato il suo manifestarsi alla storia quale presenza che salva, se abbiamo ascoltato che è l’Agnello che prende su di sè il peccato del mondo, che è altresì l’incredulità ed il rifiuto di Dio, nel passo di oggi esplode l’evento per cui, Colui che è la Parola, inizia ad annunziare (il verbo utilizzato è “kerússein”!), inizia cioè a proclamare il Regno che è venuto a portare nella storia in modo definitivo.

Matteo ci racconta che ci fu un giorno in cui Gesù fece scoccare l’ora in cui la Parola diretta di Dio iniziò a percorrere le strade del mondo, e iniziò la predicazione del Regno. Già Israele aveva sognato questo regnare di Dio nella storia degli uomini, e nei cuori degli uomini, ma ora Gesù annunzia che il Regno è davvero vicino; e Matteo pone sulle labbra di Gesù un verbo che significa non tanto una vicinanza spaziale quanto una vicinanza temporale: è, cioè, il tempo in cui Dio, in Gesù, vuole che il suo Regno davvero inizi nei cuori degli uomini. Il primo cuore in cui questo Regno prende forma e forza è proprio il cuore umano di Gesù, nostro fratello … il Regno è davvero vicino, è venuto, cammina in questa storia, su questa terra, respira questa nostra aria…

L’inizio della predicazione di Gesù, annunziatore del Regno già con la sua sola presenza, per Matteo invera definitivamente le parole di profezia del Libro di Isaia, che oggi costituiscono la prima lettura, e che Matteo puntualmente cita: “Il paese di Zabulon e di Neftali sulla riva del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti, il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce, su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte, una luce si è levata”. Le parole del profeta si riferivano ad un evento storico di liberazione di quelle popolazioni appartenenti alle tribù di Zabulon e di Neftali, che erano state umiliate dall’Assiria e deportate … la liberazione, che Matteo collega a quell’oracolo, è però una liberazione su di un altro piano, un piano teologico. Quella liberazione, annunziata dalla speranza del profeta, è rinascita di un popolo ridotto a essere non-popolo; analogamente, la rinascita che la luce dell’Evangelo di Gesù porta in quelle stesse terre provoca la novità di vita in alcuni uomini galilei, dei pescatori, che vengono alla luce come “pescatori di uomini”, come discepoli di Gesù, annunziatore del Regno e dimora stessa del Regno!

In questo passo evangelico, la salvezza è qualcosa di estremamente concreto, qualcosa che si mostra immediatamente nelle vite di questi uomini: uomini con i loro nomi precisi … importante il nome! Il nome, infatti, è segno di un’identità, di una concretezza umana che è chiamata a coinvolgersi con Gesù senza tante complicazioni, senza tante domande o ulteriori riflessioni: se Luca e Giovanni, nei loro racconti, pongono le prime chiamate dopo eventi o parole significativi (per Luca, una pesca miracolosa – cfr Lc 5, 1ss – per Giovanni, le parole del Battista e la sua testimonianza – cfr Gv 1, 29-37), per l’evangelista Marco, e poi anche per l’evangelista Matteo, invece, la chiamata di Gesù è come l’irrompere improvviso di una luce che non vuole dilazioni, che chiede un immediato, un sì generoso e senza domande. La stessa parola di promessa che Gesù fa a Pietro ed Andrea è una parola ambigua e senza nessun precedente nella tradizione ebraica che potesse renderla chiara: essere “pescatori di uomini” non è un contratto, non è una promessa di ricompensa, non specifica vie di un possibile percorso o mete da raggiungere; essere “pescatori di uomini” non dà nessuna assicurazione sul futuro … e i quattro rispondono con la stessa logica: non valutano pro o contro, non cercano di fare patti, non fanno domande nè chiedono assicurazioni semplicemente (divina semplicita!) lasciano tutto e seguono Gesù!

Certo questo modo di raccontare ha più sapore teologico che storico, ma ci grida un’esigenza: il non pretendere di capire tutto e di sapere tutto davanti al Signore che chiama; questo racconto grida l’esigenza di lasciarsi illuminare dalla luce di Cristo, che rivela le tenebre in cui tanto spesso sediamo; grida l’esigenza di lasciarsi afferrare dalla luce per seguire la luce, fidandosi della luce.

La verità è che i nostri calcoli ed i nostri metri di giudizio sono davvero miseri, e ci lasciano il più delle volte “raggelati” in un immobilismo che pietrifica … e tanti rimangono con le loro reti e le loro barche, con i loro progetti e i loro affetti lì sulla spiaggia, incapaci di volgere lo sguardo a quell’ulteriore, che Gesù solo può indicare. C’è poco da fare, con Lui si va sempre verso un ignoto che può fare certamente paura, ma è un ignoto in cui Lui c’è, e tanto ci può bastare se davvero abbiamo fatto esperienza di Lui. Solo una debole esperienza (o un’esperienza inesistente!) produce uomini di deboli o inesistenti slanci.

Con la pagina di oggi l’Evangelo di Matteo ci mostra Gesù che inizia la sua missione con tre azioni precise: annunzia il Regno, chiama e cura. Questa triplice azione sarà la via per quei pescatori diventati pescatori di uomini: stare con Gesù per annunziare e mostrare il Regno presente; essere, a loro volta, voce che chiama altri uomini alle esigenze della sequela; chinarsi a curare le infermità degli uomini loro fratelli, a curare la terribile malattia della durezza-di-cuore (la “sklerokardía”) che conduce al vuoto e al non-senso, a curare la malattia dell’immobilismo che toglie all’uomo la passione per la vita, per l’oltre, per la ricerca appassionata del volto stesso dell’uomo.

Gesù passa sulle rive del nostro quotidiano, sempre … porta la luce del Regno perchè ci mostra, nella sua persona, come Dio può regnare in un cuore d’uomo, facendo dell’uomo una dimora dell’amore e della compassione, una dimora di misericordia e di fraternità. Quando incrociamo quello sguardo di luce, lasciamocene afferrare e partiamo con Lui.

Certo il “colpo di fulmine” dei discepoli al lago dovrà trasformarsi in un rimanere che non si stanca, un rimanere che non si tira indietro: quegli stessi discepoli che seguirono Gesù immediatamente, “lasciando tutto”, sono gli stessi discepoli che “fuggirono abbandonandolo” (cfr Mt 26,56) in una triste notte di primavera … La loro sequela entusiastica dovrà passare quindi per le domande, per le incapacità a comprendere, per le viltà, per le paure, per le cattive interpretazioni del Regno (“sedere alla destra e alla sinistra di Gesù nel Regno” cfr Mt 20,21), dovrà passare per l’ora buia della croce … ma poi, quegli stessi discepoli, torneranno, e solo allora potranno essere – davvero e per sempre – pescatori di uomini fino ai confini del mondo … solo allora, perchè avranno fatto esperienza della fragilità del cuore dell’uomo nella loro stessa fragilità; e potranno aiutare gli uomini ad attraversare le domande, perchè essi stessi le avranno attraversate; potranno aiutarli nelle loro paure, perchè nella loro carne avranno sempre la memoria di quella paura che li aveva pietrificati dinanzi alla croce; solo allora, dopo il buio, potranno indicare la luce che a Pasqua sperimenteranno! Verrà dunque il tempo delle domande e delle paure, ma i discepoli le potranno affrontare e dominare solo per quel già detto su quella spiaggia di Galilea: un sì certamente fragile, ma vero, e detto “al buio”… fidandosi solo di un’intuizione di luce. In seguito, il sì degli inizi sarà più puro, ma quel sì piccolo e imperfetto, nel suo entusiasmo, era necessario.

Matteo vuole dunque dirci questo: prima la sequela e poi le domande; prima il sì e poi la fatica per custodirlo; prima la consegna piena al Regno e poi le lotte per la fedeltà e la forza necessaria per rialzarsi dalle cadute. Tutto questo può sembrare logico, tuttavia spesso scegliamo vie tortuose, in cui si cercano prima le assicurazioni, le mete ben definite, le certezze degli esiti … vie, queste, che non permettono mai un inizio; vie di rimandi senza fine. Gesù sa che la via della fiducia e della consegna è via di vera libertà: Gesù lo sa perchè questa è la via che Lui stesso ha percorso con il suo sì pieno al Padre; un sì che non sapeva dove l’avrebbe condotto, un sì che sapeva essere costoso, ma non quanto costoso: così ci ha salvati, così ci ha guariti e a questo ci chiama. Oggi.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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I Domenica di Quaresima – La lotta

QUESTO E’ UN TEMPO DI GRAZIA

Gen 2, 7-9;3, 1-7; Sal 50; Rm 5, 12-19; Mt 4, 1-11

 All’inizio della Quaresima la prima pagina evangelica che la Chiesa ci apre dinanzi è quella delle tentazioni di Gesù, che quest’anno leggiamo nella redazione di Matteo.

Di certo, la Chiesa vuole suggerirci che si apre un tempo di grazia in cui ci è richiesta una grande lotta. La lotta, che è condizione quotidiana del cristiano, potremmo dire che, in questo tempo santo, si fa più aspra per chi davvero vuole permettere alla liturgia di scandire la sua vita per lasciare che il Mistero di Cristo lo plasmi sempre più, di anno in anno, nell’uomo nuovo.

Al principio della Quaresima è importante ricordarci che questa lotta sarebbe solo lotta titanica destinata al fallimento, alla frustrazione, se non ci fosse Gesù e la sua lotta vittoriosa sulla tentazione!

Il fatto che Lui abbia affrontato tutte le nostra tentazioni, di cui questa pagina sono una mirabile sintesi antropologica e teologica, averle attraversate custodendo la fedeltà al Padre, non è solo un “bell’esempio”, ma è mistero che ci salva e dona alla nostra umanità già quella vittoria che Gesù ha conseguito.

La lotta di Gesù nel deserto di Giuda, dopo il battesimo al Giordano, si svolge all’unico campo in cui una lotta del genere può aver luogo: il terreno della sua libertà e l’oggetto di questa lotta è il vivere da figlio! Sì, Gesù lotta per questo: vivere da Figlio tutto ricevendo dal Padre o vivere nella rapina accaparrandosi ciò che si reputa necessario per la propria vita?

Adamo nel giardino dell’in-principio tese la sua mano per rubare il dono di Dio, Gesù qui tende la sua mano vuota attendendo da Dio quel pane che sazi la sua fame (Non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio) e la sua vita sarà davvero tutta un ascolto e così sarà parola profonda, tenera, esigente e consolante per ogni uomo.

Adamo nel giardino dell’in-principio tese la sua mano per disporre di Dio, per essere addirittura come Lui, Gesù che era suo Figlio non volle disporre di Dio ma si offrì a Lui senza sfidare la sua potenza (Non tenterai il Signore tuo Dio), anzi scelse la via dell’impotenza del crocifisso; il Padre gli darà il dono della resurrezione in cui vincerà la grande nemica che pareva inespugnabile: la morte.

Adamo nel giardino dell’in-principio cercò il potere passando sopra le parole di Dio ed ergendosi a signore di se  stesso, Gesù non si prostrò a Satana e gli gridò il suo “Vattene!” perché solo Dio si adora; non calpestò la signoria del Padre ed il Padre l’ha proclamato Signore dandogli in eredità tutte le genti (cfr Is 53,12; Col 2,15).

Il primo Adamo è capovolto da Cristo Gesù, l’Adamo definitivo. Il primo rapinò il secondo si offrì; il primo rubò, il Cristo si fece figlio obbediente e tutto ricevette in dono dal Padre.

L’alternativa è lì: rubare o accogliere il dono? L’alternativa è lì perché rubare è di chi vuole salvare la propria vita (cfr Mt 16,25), il ricevere il dono è di chi si fida mettendo la propria vita nelle mani di un Altro.

La via di Satana è quella che il mondo apprezza grandemente ed è la via di chi “si fa da sé”, di chi si procura piacere, ricchezza e potere … E’ la via che riceve gli applausi di un mondo che tutto riduce al “concreto” più banale, a ciò che si mangia … Quanto e come il mondo apprezza gli “uomini concreti” che non sognano, che non attendono, che non rischiano e tutto calcolano! Gesù è invece altro: sogna, attende tutto dal Padre, ha rischiato fino alla croce, senza alcun calcolo per salvare la propria vita! E’ così il Gesù che esce vittorioso dalle tentazioni! Matteo, se ci pensiamo bene, ci mostra come la tentazione prenda la via dell’ovvietà (dovremmo rifletterci davvero per le nostre vite perché credo che sull’ovvietà la tentazione ha una gran presa sulla nostra fragilità!): è ovvio, infatti, che l’uomo abbia dei bisogni, il problema è vedere come li soddisfa! I bisogni che l’uomo ha (che poi Freud inquadrerà nelle tre “libido” che già l’antico tratto della Genesi che abbiamo letto mostrava perfettamente!)  servono anche a costruire l’uomo ma l’uomo usa la logica della rapina o la logica del dono? Si vive nella storia rapinando o ricevendo? Possedendo o condividendo? Rapinare e possedere è diabolico, ricevere e condividere è da figlio! Gesù scegliendo la via filiale ci rende capaci di percorrere con lui quella stessa strada.

La Quaresima inizia così: un invito ad attraversare la storia da figli perché la nostra meta è essere il Figlio di Dio … questa meta è un dono di grazia; i “si” obbedienti ricevono il dono lasciando che Dio sia Dio!

In fondo è questa la grande lotta: lasciare che Dio sia Dio custodendo nell’obbedienza e nella libertà la sua parola perché con essa Egli ci plasmi.

E’ la grande strada da percorrere in questa Quaresima!




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III Domenica del Tempo Ordinario – Gesù parla del Regno

TENDERE LE ORECCHIE DEL CUORE

Is 8, 23-9,2; Sal 26; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4, 12-23

 

 La storia è convulsa, confusa, frenetica perché fatta da noi che siamo spesso convulsi, confusi e frenetici … la storia è lacerata perché abitata e costruita da noi lacerati e laceratori; la storia è spesso luogo di tenebra perché noi uomini facciamo il male e odiamo la luce perché le nostre opere non vengano svelate (cfr Gv 3,20); in questa storia fatta così succede, ad un certo punto, qualcosa di straordinario: Gesù inizia a predicare! E parla del Regno! L’Evangelo di Matteo è così attento a questa dinamica del Regno di Dio che è detto “l’Evangelo del Regno”. Il Regno è il ristabilire il primato di Dio e la sua regalità proprio su quelle vicende convulse, confuse, frenetiche e laceranti della storia.

L’Incarnazione di Dio è parola che vuole risuonare tra gli uomini e nelle loro vicende e l’iniziare della predicazione di Gesù è allora evento di non poco conto. E’ un inizio, un’“archè” fondamentale: Gesù iniziò a predicare e a dire “Cambiate mentalità, si è avvicinato infatti il Regno dei cieli”. E’ un annunzio saettante; non a caso Matteo usa il verbo greco “keriussein”, il  verbo dell’annunzio dell’araldo, il verbo che indica un annunzio essenziale, forte, esistenziale, che vuole coinvolgere la vita senza scelta di ambiti. L’annunzio dell’Evangelo che comincia ad esplodere lì in Galilea è così: travolge e afferra tutta la vita … l’Evangelo di questa domenica ci mostra gli inizi dell’irrompere della Parola che salva e ci indica anche le “strategie” e le scelte di Gesù: Lui sceglie gli ultimi, i lontani; la sua parola risuona nel territorio di Zabulon e di Neftali, Galilea delle genti cioè regione (“galil” in ebraico significa semplicemente “regione”) dei pagani; la sua parola, il suo annunzio “kerigmatico” risuona tra il popolo immerso nelle tenebre … e quell’annunzio invera le parole di Isaia che Matteo stesso cita e che costituiscono la prima lettura di oggi; nella tenebra che è confusione, morte e lacerazione rifulge la luce che trasforma il caos tenebroso in cosmo, proprio come nell’“in-principio” (cfr Gen 1, 2-5). La liturgia di oggi pone la nostra attenzione sulla parola di Gesù: una parola che sceglie i poveri, gli ultimi; una parola che illumina le tenebre, una parola che interpella, una parola che chiede non scampoli di vita ma tutta la vita, una parola che provoca la nostra libertà.

A causa di questa parola che sa di dover consegnare al mondo, Gesù è in movimento, è in fermento … ed è in movimento per muovere ed in fermento per fermentare. Quanti verbi di movimento ci sono in queste righe di Matteo: Mentre camminava lungo il lago … andando oltrepercorreva tutta la Galilea … E la sua parola si mostra subito per quello che è: compromettente e di rottura. I primi quattro che accolgono radicalmente quella parola volgono le spalle al loro passato, alla “routine” quotidiana senza imprevisti se non quelli del “mestiere”, senza orizzonti vasti, con confini ben delineati e rassicuranti. La voce di Gesù chiama e a quella voce Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni rispondono usando a pieno la loro libertà e consegnando i loro passi ai passi di Gesù: lo seguirono. I loro passi ormai sono quelli di Cristo, la loro via è ormai quella che Gesù percorre e percorrerà. Sì, avranno delle cadute e delle lentezze ma oramai la loro vita è intrecciata per sempre con quella del Cristo … La parola che inizia a risuonare nella terra delle tenebre illumina e lega a sé chi si fida e consegna liberamente a Lui la sua libertà.

La parola di Gesù, annunziando con forza il Regno, guarisce, cura, solleva da ogni immobilità: è una parola che inizia, in ciascuno che la ascolta con cuore libero e disponibile, una creazione nuova, un mondo nuovo, un uomo nuovo.

E’ una parola che dalle rive del Lago di Galilea rimbalzerà sulle labbra di questi primi chiamati che poi la porteranno per tutto il mondo; la chiamata li trasformerà ma a partire da ciò che essi sono già; il “novum” si inserirà sulla loro realtà: i pescatori del lago diverranno pescatori di uomini; la parola che li ha chiamati ha annunziato loro il Regno veniente pronunziando il loro stesso nome: Li chiamò.

Sulle labbra di Cristo risuona oggi pure per noi il nostro nome, il problema vero è cogliere di essere chiamati da Lui in modo unico e personale; il problema è riconoscere questa chiamata che vuole una risposta unica e personale. Una risposta però pienamente obbediente. Chi elude questa chiamata non dando risposta rimane sulla riva del lago mentre i passi di Gesù si allontanano, rimane con delle barche e delle reti che sembrano tutto e poi si riveleranno essere niente.

Chi ha il coraggio di seguire Gesù non ragiona, non fa i conti dei “pro” e dei “contro”, non fa commercio della propria vita, la dona e basta! Lascia cadere tutto e va con Lui. Siamo in un tempo in cui i calcoli e il commercio sono considerati espressione di “buon senso”, di avvedutezza, di ponderatezza. Per l’Evangelo non è così! Bisogna lasciare le reti, quello cioè che ci permette di catturare, di possedere … bisogna lasciare le barche sulle quali ci si sente sicuri perché rappresentano quel che conosciamo, sappiamo governare, ciò che si muove nel nostro piccolo mondo, sul nostro piccolo lago … bisogna lasciare il padre cioè quello che lega al passato, anche con sacrosanti affetti, ma può diventare prigione e limite …

E in cambio? Una vita con Lui per le strade del mondo a proclamare come Lui un Regno invisibile agli occhi ma che trasforma le vite e orienta altrove le speranze; una vita che ha perso le sicurezze di reti, barche e padri e si nutre di fiducia in un discorso stolto, come quello della croce!

Chi si fa discepolo di Cristo lo segue fidandosi dei suoi passi anche e soprattutto quando conducono alla croce. Chi nella sua storia con Cristo vuole fidarsi di altro rischia di fallire e di rendere vana la croce di Cristo, come scrive Paolo ai cristiani di Corinto; e si rende vana la croce di Cristo con le “sapienze umane” e con i mille motivi ragionevoli e di “buon senso” che il mondo sa elencare con molta perizia.

Il vero discepolo di Cristo permette alla parola “ricreante” del Signore di scomodarlo, di fargli volgere le spalle al passato per lasciarsi condurre per le strade “insicure” dell’Evangelo; su strade su cui si trova una sola certezza: c’è Gesù! Ci basta?

Se cerchiamo altro vuol dire che la parola coinvolgente di Gesù ha trovato in noi porte chiuse e sicurezze inespugnabili.

Tendiamo le orecchie del cuore per risentire oggi il nostro nome pronunciato con amore da Gesù; e quando lo ascolteremo lasciamoci sedurre dalla sua voce che ci attira e ci propone di far strada con Lui. Senza tante domande e senza calcoli! L’Evangelo è così!




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