Mercoledì delle Ceneri (Anno C) – Un tempo favorevole

 

COLLOCARSI TRA LE CREATURE

Gl 2, 12-18; Sal 50; 2Cor 5, 20-6, 2; Mt 6, 1-6.16-18

 

Quaresima è tempo di lotta, di battaglia, tempo in cui affinare le armi per questa vera e propria guerra; il digiuno e la penitenza che la Quaresima propone, e che non vanno trascurati, sono un modo per raccogliere le forze e proiettarsi verso un oltre che vuole sì lotta, ma anche lucidità e forza per ricostruire ciò che eventualmente il peccato ha distrutto.

Se il peccato ci è stato, se ha fatto i suoi danni e portato le sue morti, il profeta Gioele, nel suo oracolo che è oggi la prima lettura, ci annunzia che è necessario non disperare e implorare l’aiuto di Dio per ricominciare.

In Cristo noi sappiamo che quest’opera di ricostruzione e ricreazione dell’uomo è già stata compiuta nel mistero pasquale del Crocefisso-Risorto; sappiamo che la storia è divenuta tutta, grazie a Lui, un tempo favorevole, come scrive Paolo ai Cristiani di Corinto; sarebbe errato pensare che il tempo favorevole sia solo il tempo della Quaresima; la Quaresima, dobbiamo dire, è un “sacramento” di quel tempo favorevole che Cristo ha aperto per noi in ogni giorno: in Lui la storia è diventata luogo di un’immensa apertura di Dio all’uomo, alla sua miseria, al suo riscatto, al suo desiderio di senso e di pienezza di vita. La porta della vita è aperta, e Dio vi passa per incontrare l’uomo nelle sue lande di morte, lo invita a passare con Lui nel paese della vita! Cosa sarà pasqua se non questo passaggio? Un passare che è possibile ogni giorno e per cui bisogna lottare.

Bisogna lottare contro le dominanti mondane che premono contro di noi da fuori e da dentro noi stessi. Lottare fidandosi di Dio e non di noi stessi.

La cenere che oggi riceviamo sul capo ci racconta molte storie e ci offre tante piste di riflessione per spingerci nella direzione del vivere a pieno il tempo favorevole.

La cenere ci ricorda la nostra caducità ed impotenza, la nostra mortalità; e questo non per fare terrorismo psicologico e religioso o per farci disprezzare la vita, la gioia, la bellezza, o anche questo mondo creato che è stupendo, ma per collocarci nelle gioie e nelle dinamiche quotidiane al posto giusto: tra le creature, creature che hanno bisogno di un Altro per entrare nella vita, di un Altro per dimorare nella vita, di un Altro per abitare la vita con pienezza di senso, di un Altro per attraversare la morte e giungere all’eterno per cui ci sentiamo fatti. La cenere ricordandoci che «siamo polvere ed in polvere torneremo» (cfr Gen 3, 19), ricordandoci la morte ci colloca nella verità.

La cenere è anche però frutto di una distruzione: spesso abbiamo distrutto i nostri sì a Dio con dei no poderosi e pesanti; anche questa è la nostra verità! La cenere fatta con i rami d’olivo della scorsa Domenica delle Palme, ci dice che troppo spesso siamo passati dall’“osanna!” al “crucifige!”…che ne abbiamo fatto di quella proclamazione di signoria con cui accogliemmo Gesù dicendogli: «Benedetto il Veniente nel nome del Signore! Osanna al Figlio di David»? La cenere è anche il nostro peccato!

La cenere, poi, è lieve. Il nostro peccato è un macigno pesante, ma oggi Dio ci dice che la sua misericordia è capace di farlo diventare lieve e impalpabile come questa cenere che ci è porta sul capo. Oggi così Dio ci dice che è disposto a lottare con noi, perché il peccato non ci schiacci.

Mi è caro però pensare oggi anche ad un’altra cosa: quando scopriamo questo amore che perdona e rende uomo l’uomo, per questo amore ed in questo amore siamo chiamati a “bruciare fino a consumarci” … la cenere è segno della vocazione alla santità che ci chiede proprio di bruciare fino a consumarci (e il nostro san Roberto di Molesme ce lo sussurra ogni giorno!) … la cenere è allora un segno austero, ma anche capace di suggerirci grandi gioieed orizzonti sconfinati.

Con un Dio così possiamo fidarci e riprendere il cammino nel tempo favorevole che Cristo è venuto a offrirci.

L’inizio della Quaresima deve essere segnato allora da un atto di fede nella potenza di Dio che è capace di cambiarci per davvero. Sì, abbiamo bisogno oggi di dire dei nuovi e dei nuovi no per essere discepoli; abbiamo bisogno di cambiare, abbiamo bisogno di crescere, abbiamo bisogno di accogliere Cristo in questo nostro oggi in cui siamo diversi da quel che eravamo ieri …
Sono accadute cose che ci hanno cambiato, indurito, migliorati, peggiorati. Qualche mese fa mi sentii dire da un giovane a cui si proponeva l’Evangelo: «Che volete? Non ne ho bisogno! La mia vita è già perfetta!» … mi parve una prigione infinita e illusoria!
No! Abbiamo bisogno di cambiare, di convertirci!

Le varie pratiche quaresimali sono segni della nostra disponibilità alla lotta e alla potenza di Dio … non sono merce di scambio! Pe carità! Non è che Dio abbia bisogno del nostro digiuno, della nostra penitenza, della nostra mortificazione … ne abbiamo bisogno noi per aprire a Lui le porte, per piegarci a Lui, per dare alla sua potenza mano libera per agire e ricrearci!

Così giungeremo a questa nuova Pasqua della nostra vita in questo anno di grazia 2016 per portare i frutti di vita che il Crocefisso-Risorto ci chiederà di portare … dovremo scoprirli e discernerli!

Così, come scrive ancora Paolo ai suoi Cristiani di Corinto, saremo con la nostra vita personale ed ecclesiale ambasciatori della riconciliazione tra Dio e l’uomo. Non perché ne parleremo, ma perché la mostreremo nelle nostre vite sempre più plasmate dalla potenza dell’amore pasquale di Cristo Gesù.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Mercoledì delle Ceneri (B) – Senza sconti!

 

  UOMINI NUOVI

Gl 2, 12-18; Sal 50; 2Cor 5, 20-6,2; Mt 6, 1-6.16-18

La crocifissione di Antonello da Messina (particolare)

La crocifissione di Antonello da Messina (particolare)

E’ ancora Quaresima! Non solo un tempo austero, non solo un tempo di penitenza, ma soprattutto un tempo di grazia. Tra quaranta giorni è ancora Pasqua! Tra quaranta giorni canteremo ancora l’Alleluia della vittoria…in questi giorni sospendiamo questo canto di giubilo, lo sospendiamo solo perché abbia nuova forza in quella santa notte di resurrezione. Se l’Alleluia è canto di gioia ed esultanza per una vittoria, ogni vittoria è preceduta da una battaglia, da una lotta. La Quaresima è appunto tempo di lotta, tempo di verifica, tempo di prova! Una verifica coraggiosa e veritiera della nostra fedeltà all’Evangelo, una prova della nostra capacità di scegliere Cristo e di voltare le spalle agli idoli. Tempo, come scriveva Origene, in cui è necessario allenarci in quella lotta essenziale in ogni giorno della vita del cristiano: la lotta a quella tentazione di sempre che vorrebbe che noi prendessimo per Dio ciò che Dio non è! Una lotta a volte brutale, a volte sottile ma una lotta che costa. La Quaresima è la santa palestra per imparare quest’arte, ed impararla di nuovo ogni anno con quello che siamo, e che siamo divenuti in quest’altro anno di cammino della nostra vita.

Che siamo? Fragilità! Senza illusioni dobbiamo dirlo: fragilità!
Il segno della cenere che oggi la Chiesa ci depone sul capo è memoria austera ed eloquente della nostra fragilità: l’Adam è fatto della polvere della terra, ma non rimane polvere! E’ vero, siamo fragilità ma siamo una fragilità amata infinitamente da Dio, una fragilità assunta a pieno da Dio…in Gesù, Dio si è compromesso con questa fragilità, l’ha assunta fino a scendere lui stesso in un sepolcro; ha voluto la nostra fragilità senza sconti, fino alla morte: anche quest’anno al Venerdì santo la Chiesa canterà con stupore dinanzi al Crocifisso antiche parole in greco: Dio Santo, Dio Forte, Dio Immortale, pietà di noi! Uno stupore grande che mai la Chiesa dovrà addomesticare: il Santo si è fatto maledetto, il Forte si è fatto impotenza, l’Immortale è precipitato nell’ombra di morte, nel ventre della terra, in un sepolcro come tutti gli uomini!
Una lotta costosa quella della Quaresima, costosa perché è lotta già vinta a prezzo del sangue di Cristo; la nostra polvere, allora, può entrare in quella vittoria che è nostra! La nostra fragilità è stata resa leggera dall’amore di Dio, Lui ne ha preso sulla croce il peso schiacciante e paralizzante; sul capo non ci è posto un macigno ma un po’ di polvere che, mentre ci ricorda chi siamo nella nostra fragilità, ci narra anche di un Dio che ci dichiara che non permetterà al peccato di schiacciarci! Tutto questo è per noi non solo consolazione ma pure forza per la lotta. Sulla Quaresima si proietta l’ombra della croce di Cristo, anzi la croce stende il suo riparo su di essa: a quell’ombra possiamo camminare senza timore di cadere assetati sotto un sole immoto ed impietoso…Quella croce in questo tempo santo non sarà, però, solo riparo, sarà per noi tutti anche richiesta e via: richiesta a compiere anche noi, con Cristo Gesù, l’ascesa alla croce perché sia ucciso l’uomo vecchio; via perché camminare nella sua logica di amore e libertà ha un esito: la luce della resurrezione. Non solo allora con-morti insieme al Cristo, come direbbe Paolo, ma anche con-risorti insieme a Lui (cfr Rm 6, 1-4; Col 2, 12). Gli strumenti per compiere questo cammino ce li ha dati l’Evangelo che oggi è proclamato: la preghiera, la condivisione, il digiuno. Il digiuno fa spazio a Dio e ci aiuta a conoscerci nelle nostre debolezze; la preghiera ci conduce a dimorare in Dio, la condivisione è l’atteggiamento essenziale per vivere da uomini veri in questo mondo.
Il frutto di una Quaresima vissuta senza sconti? Un passo ulteriore verso quell’uomo nuovo che la Pasqua di Cristo ci dona la possibilità di essere.
Buona Quaresima!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Mercoledì delle Ceneri – Quaresima, tempo di radiosa tristezza

 

TEMPO PER UNO STILE EVANGELICO: DIGIUNO, ELEMOSINA E PREGHIERA

Solenne inizio della Quaresima

  –  Gl 2, 12-18; Sal 50; 1Cor 5, 20-6, 2; Mt 6, 1-6. 16-18  –

 

La Quaresima inizia in questo mercoledì, che è giorno solenne ed austero: è inizio di un cammino che non può essere formale, o ristretto alle sole domeniche e culminante nella Pasqua; per tanti infatti – e questo è scandaloso! – non culmina nel Santo Triduo della Pasqua, ma nella Domenica di Pasqua, giorno in cui la celebrazione della Pasqua è già passata!

Un cammino, quello quaresimale, che deve segnare davvero il nostro cuore, il nostro profondo, le nostre concretissime esistenze. In epoche passate, e fino a non molti decenni fa, la Quaresima la si sentiva, la si avvertiva: tutta la società – certo a volte formalmente, e come un peso per tanti – ne riconosceva il rigore ed il tono… penso per esempio alla chiusura dei teatri, al divieto delle carni anche nei negozi e nei ristoranti e così via! Ora tutto questo rigore in occidente, nel nostro occidente secolarizzato, è finito, e nel tempo di Quaresima si balla, si fa festa, si fanno matrimoni (lo abbiamo permesso anche noi, come Chiesa!), con grandi banchetti e festeggiamenti. L’astinenza dalle carni (ultimo residuo del digiuno quaresimale, per altro richiesto oggi e al Venerdì Santo!) è disattesa e svilita anche in certi conventi o comunità religiose; la preghiera è, come sempre, labile e superficiale; e l’elemosina, la condivisione, non ricevono in questi giorni nessun impulso o slancio. Insomma, tutto esattamente come negli altri giorni!

La Quaresima, invece, dovrebbe essere, deve essere, un bagno di pentimento e di rinnovamento, un tempo, come si dice nella tradizione ortodossa, di “radiosa tristezza”; è la tristezza per i nostri peccati, per le nostre infedeltà, che si staglia, però, sull’orizzonte di una certezza: Cristo ha vinto il peccato e la morte, la tristezza del peccato è invasa dalla luce radiosa della misericordia, del ritorno a Dio reso possibile dalla croce di Cristo e dalla sua risurrezione … se la cenere, che oggi è posta su di noi, ci dice quanto è distruttivo il nostro peccato, quanto l’”Osanna!” della Domenica delle Palme sia diventato cenere in tanti giorni della nostra vita (bella l’usanza di produrre le ceneri per la liturgia di oggi con i vecchi rami di olivo della Pasqua precedente!), luminosa è però la certezza che questo bagno di pentimento produrrà un’emersione nella novità di vita, nella certezza che nulla è perduto, perchè l’amore di Dio è più grande delle nostre miserie.

Tutto questo però va vissuto veramente da noi credenti, non deve essere “spiritualizzato”, e quindi – diciamoci tutta la verità – non deve essere sminuito. Questa eccessiva “spiritualizzazione” (con l’“intelligente” e “moderna” eliminazione di tutto ciò che è concretamente visibile ed esteriore!) pecca sempre gravemente di angelismo: bisogna ripetersi che noi non siamo angeli, siamo uomini!… La nostra natura è fatta di carne e sangue, e questo ha bisogno di segni, di “ascesi” concreta che tocchi la nostra carne, il nostro tempo, i nostri possessi.

La spiritualizzazione produce, come frutto, la dimenticanza, l’accantonamento della concretezza cristiana, del peso esistenziale vero che l’Evangelo deve avere nelle nostre vite! E’ la deriva che hanno preso tante Chiese della Riforma e che, in moltissimi sensi, rischia di prendere (ma tante volte la deriva è già in atto!) anche la nostra tradizione cattolica. E’ necessario tornare allora all’“ascesi” (parola che significa semplicemente esercizio) perchè la nostra vita concreta possa piegarsi sempre di più all’Evangelo.

Le letture di questo giorno (da cui molti cristiani si esonerano perchè “non è precetto”!!) sono preziose per darci l’avvio in questo percorso: un percorso che dice uno stile per sempre; la Quaresima non è un tempo chiuso in sè, che ci chiede delle “pratiche” da archiviare fino alla successiva Quaresima! La Quaresima ci educa, anno dopo anno, ad uno stile evangelico di cui digiuno, elemosina e preghiera (di cui parla Gesù nel passo di Matteo che oggi si proclama) sono vie maestre.

Prima di arrivare però a queste tre vie, Gioele, nel testo del suo oracolo che ascoltiamo quale prima lettura, ci grida un invito: Ritornate al Signore! Un ritorno che deve essere palese anche nei gesti, nel pianto, nell’invocazione, nel lacerare ciò che si è fatto impenetrabile a Dio (Laceratevi il cuore!). Paolo risponde con l’esortazione data ai Cristiani di Corinto di permettere a Dio di entrare nelle loro vite, perchè l’opera della riconciliazione, del ritornare, della conversione, è opera di Dio in noi! Nessun volontarismo, allora, ma anche nessun disimpegno! L’ascesi è necessaria ma non ci salva, l’ascesi ci apre a Dio, ci insegna a lottare, apre a Lui le porte della nostra libertà perchè Egli compia in noi l’opera della salvezza. Il digiuno, l’elemosina e la preghiera sono tre strumenti preziosi per contraddire e piegare le nostre “libido”. 

Il digiuno è via preziosa che ci contraddice nell’aver voluto cedere alla tentazione del “serpente antico” di mangiare per avere la vita; di credere, dunque, che si può “vivere di solo pane” (cfr Mt 4, 4; Dt 8, 3), di credere che la vita ce la diamo da soli, che la vita non viene da Dio, che la vita non è Dio! Il digiuno serve a ricordarci che mangiamo per vivere, ma poi moriamo ugualmente …; è ricordarci che la nostra caducità (…siamo polvere…) riceve vita solo da Dio; solo Lui può dire ai figli di Adamo, la cui vita è solo un soffio, “Figli di Adamo, ritornate!” (cfr Sal 90).

La preghiera è restituire a Dio il suo potere … è dargli tempo, è dargli, cioè, vita (la nostra vita – è bene ripeterselo – è solo tempo!); pregare è ricordarsi che nessu potere è nostro, è ricordarsi che il primato va sempre e solo a Lui, che il suo potere libera e che il nostro potere ci fa schiavi e rende schiavi gli altri. La preghiera è il luogo in cui, proclamando il primato di Dio, si impara a rendere inoffensivo il nostro desiderio di potere. Ce l’abbiamo questo desiderio, tutti; in varie forme, ma tutti!

L’elemosina è invece luogo in cui il nostro possedere è piegato alla condivisione; la libidine di possedere si spezza dinanzi al fratello con cui non posso non condividere quello che ho, quello che sono … L’elemosina non è atto di degnazione, ma è il dovere  della condivisione, della giustizia; è il volgere le spalle a “mammona”, per cessare di fidarci del possedere, per affidarci al donare.

La Quaresima così ci fa ritrovare le vie dell’uomo.

A patto di prenderla sul serio, a patto di vivere queste realtà non simbolicamente ma concretamente, in modo costoso, senza sconti, per farne uno stile di vita … per sempre.

Sullo sfondo della Quaresima si prospetta la Pasqua di Gesù, per cui sappiamo che questo uomo nuovo e libero è possibile perchè Lui ce l’ha donato.

Allora è vero: siamo polvere, e polvere – tante volte  – diventano i nostri “Osanna!”; ma non restiamo polvere!

Questa certezza dia forza al nostro cammino!

Santa Quaresima!  

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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VIII Domenica del Tempo Ordinario – L’inganno della ricchezza

 

A CHI APPARTENGO?

 

Is 49, 14-15; Sal 61; 1Cor 4, 1-5; Mt 6, 24-34  –

 

M. van Reymerswaele (1540) - Il cambiavalute e sua moglie, Firenze

M. van Reymerswaele (1540) – Il cambiavalute e sua moglie, Firenze

La liturgia in questa domenica ci mette tra le mani una pagina davvero complessa, ricca di spunti, di immagini, di domande, di richieste, di necessità; una pagina molto complessa, ma altrettanto completa, per permettere al discepolo di Gesù di realizzare la propria vocazione, la propia identità, la propria verità e collocazione nel mondo.

Il primo punto che Matteo mette in tavola è la domanda circa la nostra appartenenza … “A chi appartengo?”. Ecco cosa ciascuno dovrebbe chiedersi con verità: Non si possono servire due padroni! Un detto lapidario e forte, in cui gli studiosi vi ravvisano una delle “ipsissima verba Jesu”, verissime parole di Gesù. Il verbo servire” che Matteo usa in lingua greca è il verbo “douleúein”, che non significa semplicemente “prestare un sevizio”, ma “appartenere a qualcuno” (tanto è vero che il “doulos” è lo schiavo), e quindi essere totalmente di quel qualcuno, e disposto a tutto ciò che egli chiede.

Tante cose minacciano la nostra appartenenza a Dio, minacciano cioè il primato di Dio nei nostri cuori: il potere, il piacere, il danaro, il prestigio; e per Gesù c’è un simbolo potente di tutto questo: il danaro. Quando c’è il danaro – pensiamoci bene – si può avere tutto il resto: potere, piacere e prestigio… Gesù chiama il danaro con la parola ebraica “mammona”, parola che deriva dal verbo “aman” – da cui “amen” – che significa “porre fiducia”, “avere sicurezza”: il danaro allora è padrone spietato quando diventa il termine di ogni fiducia e sicurezza; rende schiavo e avvilisce chi crede invece di dominarlo e di dominare attraverso di esso … è tremendo. Per Gesù il denaro è davvero l’anti-Dio, e non bisogna tentare di metterlo assieme a Dio! Tanti hanno creduto, e credono, di poterlo fare e di poter servire sia Dio sia il danaro, di poter mettere assieme cioè la ricchezza smodata e Dio, addirittura pensando che la ricchezza possa essere “premio” alla “giustizia” (un certo pensiero calvinista l’ha affermato con forza!); oppure si crede di poter mettere assieme Dio e danaro pensando di servire Dio con offerte, opere, beneficenze … tanti credono di onorare Dio così, ma questo non è il Dio di Gesù!

L’inganno della ricchezza (cfr Mt 13, 22) conduce ad un atteggiamento assolutamente estraneo al discepolo di Cristo: l’affanno. Gesù, con un imperativo, lo esclude dai suoi: “Non affannatevi!”. Matteo per il verbo “affannarsi” usa “merímno”, che è proprio l’“essere in ansia”, l’“essere nell’angoscia”, l’essere cioè sempre con il fiato sospeso, sempre in allarme, sempre a volere di più… E’ il rapporto sbagliato con le cose che genera questo affanno, che Gesù non vuole per noi.

Quando in questo testo evangelico si parla del cibo e dei vestiti non si vuole dire che non siano cose importanti, cose da non cercare, cose irrilevanti, cose per cui non vale la pena perdere tempo o fare fatica. No! Il problema non è volere o cercare queste cose, che servono alla nostra vita e alla nostra identità e dignità; il problema è dare loro un valore tale da “mangiarsi” tutto il resto; il problema è pensare che, avute queste cose, tutto sia risolto, o che, avute queste cose, la vita sia messa al sicuro, in tranquillità… è l’inganno di oggi, in questo tempo di crisi, in cui si vuole credere che non si possa pensare alle cose di fondo, alle cose di senso perchè c’è crisi economica, lavorativa, sociale, politica … e si dice così perfettamente il contrario di ciò che qui Gesù afferma: cercare prima tutte queste cosesicurezza, lavoro, danaro sufficiente, saldezza economica e politicae poi cercare il resto…. questo è un inganno infinito!

Gesù qui è chiaro: il primato va dato al Regno e alla sua giustizia! Anche questa è un’espressione difficile: cosa significa “cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno poste davanti”? Una cosa va detta subito: il primato non è assolutizzazione! Il “primato del Regno” serve a dare spazio a tutte le altre cose; dicendo infatti queste parole, Gesù non vuole “salvare” il Regno, ma vuole salvare lo spazio della vita dell’uomo, perchè in esso si possano dispiegare tutte le relazioni, le potenzialità, il godere delle cose… insomma il primato del Regno rende possibile all’uomo una vita bella, crea una vita buona, crea una vita felice perchè piena di senso; una vita in cui tutto, gli affetti, le cose, le opere delle nostre mani, abbiano il giusto spazio e non mortifichino l’uomo, possedendolo. Il “primato delle cose” invece, che è idolatria, che schiaccia l’uomo e lo mortifica (parola chiarissima: lo fa parere morto!), rende l’uomo “doulos”, schiavo delle cose e, quindi, egli stesso cosificato. Il padrone-Dio, invece, è Uno a cui si appartiene ma che libera, e libera le potenzialità, i possessi, gli affetti.

La giustizia di Dio è il modo in cui Dio si comporta con l’uomo, è la sua volontà di gioia e salvezza per ogni uomo. “Cercare la giustizia del Regno” allora è far proprio questo modo di Dio di guardare la storia e gli uomini! La giustizia per Matteo è sempre dono di Dio (perchè è il suo modo di essere per noi!), ma è compito per noi, un compito che si adempie lottando per la fraternità.

Per questo Regno e per questa giustizia, Gesù chiede che noi mettamo all’opera la nostra ricerca: è un verbo bellissimo quello che qui Matteo pone sulle labbra di Gesù; è il verbo “zétein”, che significa “cercare con passione”, cercare con slancio, con tensione, prendendo iniziative per giungere alla meta, progettando vie da percorrere per giungervi! Si badi che non è affanno: quello è terribile ed imprigionante, quello è angoscioso ed opprimente, quello si svolge sempre su di un terribile sfondo nero … la ricerca che qui Gesù ci chiede è, invece, la bellezza della vita dell’uomo, è lo slancio dei “sogni”, è la fatica bellissima di costruire una storia sensata, di amare i fratelli, di costruire con loro la comune casa della fraternità, la comune casa dell’umanità. La ricerca è animata dalla speranza, l’affanno invece dalla disperazione: colui che cerca è un entusiasta della vita e dell’uomo, è un appassionato di Dio e dei fratelli, è un uomo mai sazio e felice di avere sempre fame e sete di senso … chi si affanna invece è un depresso, che ha solo paura, ha solo sguardi pessimistici sul mondo e sulla storia, che vede in ogni altro uomo un nemico o un rivale che possa sottrargli qualcosa …

Chi cerca il Regno e la sua giustizia scoprirà che tutte le cose sono dono di Dio (…gli verranno poste avanti…), e le riceverà con gratitudine; chi si affanna invece se ne crede padrone, ed in realtà ne è dominato, ne è schiavo. Il testo usa il futuro (vi saranno poste davanti), e ciò significa che tutto dipende da qualcosa che deve venire prima: la ricerca del Regno e della sua giustizia.

“Tutte queste cose” (cioè cibo, vestito, domani) sono secondarie, e non nel senso che non sono utili, o importanti, o che se ne possa fare a meno (chi può dire una cosa così insensata?); sono cose econdarie nel senso che da sole non stanno in piedi: vogliono uno spazio giusto in cui essere messe, ed un modo corretto di cercarle e di viverle. Non sono cosa da guardare con disprezzo, come certa “spiritualità” cristiana (o presunta tale!) ha voluto affermare con grande disumanità … il problema è un altro: quando il primato è di Dio, questo crea lo spazio per tutte le altre cose bellissime che Lui stesso ha creato per noi; chi accumula perchè affannato, dimentica Dio (il Donatore!) e dimentica gli altri (con cui è necessario condividere!). Chi ha scoperto il primato di quella ricerca appassionata del Regno è discepolo di Gesù, perchè – come Lui – condivide. Tutto. Gesù condivise perfino la sua qualità divina: “spogliò se stesso” facendosi schiavo come noi, con noi (cfr Fil 2, 7), salì su una croce per donarci la libertà dei figli, per donarci la figliolanza di Dio che era tutta sua …

Gesù, che ha cercato il Regno di Dio e la sua giustizia, con l’amore appassionato per il Padre e per gli uomini suoi fratelli, ci chiede di percorrere la stessa via di suprema libertà!

Diciamoci la verità: se sappiamo leggere profondamente questa pagina di Evangelo, sentiamo di respirare in uno spazio infinito di libertà e di bellezza.

Questo spazio è la nostra vocazione!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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