IX Domenica del Tempo Ordinario – Costruire la propria casa

SOLO LA ROCCIA CHE E’ CRISTO FA LA DIFFERENZA

 Dt 11, 18.26-26.32; Sal 30; Rm 3, 21-25a.28; Mt 7, 21-27

 

Aderire a Gesù Cristo con tutta l’esistenza, nella concretezza dell’esistere, nel quotidiano spicciolo, umile, profondo: ecco l’esito del Discorso sul monte! Leggiamo infatti nelle nostre assemblee domenicali la conclusione del Discorso; chissà perché il Lezionario esclude gli ultimi due versetti (Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi) in cui lo stupore della folla interpella il nostro stupore e l’autorità di Gesù ci richiama a posare su di Lui il nostro sguardo perché la sua autorità riposa sul fatto che Lui è ciò che dice; nulla di ciò che ha rivelato a noi come vera nostra possibilità, dalla beatitudine alla piena fiducia in Dio, è qualcosa che Lui non viva concretamente e palesemente.

La conclusione del Discorso ci chiede un’adesione radicale al suo Evangelo; è questo l’unico modo per resistere alle tempeste della storia, agli attacchi della mondanità che ha sempre un solo scopo: omologare i credenti alle sue vie mediocri quando non perverse e questo perché i credenti non turbino il corso di una storia improntata alle logiche di profitto, di cura di sé, accrescimento di sé e della propria potenza.

La verità di una vita di adesione a Lui non è proclamata dal dire parole cristiane, dal “fare” liturgie in cui si cantano bellissimi Kyrie (Non chi mi dice: Signore, Signore!) ma neanche dall’operare con predicazione, esorcismi e addirittura con miracoli … Nulla è escluso dalla tragica possibilità di non essere riconosciuti come appartenenti davvero al Cristo (Non vi ho mai conosciuti!) perché solo abili costruttori di “scene cristiane” non di vita cristiana: la dimensione liturgica, la dimensione della predicazione, la dimensione dell’operare attivo nella storia.

Come sempre (non dobbiamo mai essere sazi dal ripetercelo!) il vero problema non è il “fare” ma l’“essere”! Non paia una frase scontata perché scontata non è; oggi soprattutto in certe prassi ecclesiali pare che sia una “strada maestra” … ma una strada che non porta da nessuna parte! La parola dell’Evangelo di oggi ce lo ripete con forza.

Davanti alla parola che Gesù ha detto, davanti alla parola che Gesù è ci si può porre solo in due modi: giocarsi la vita su di essa perché vi si è colta una via di autentica umanità, che certo ha un prezzo dinanzi alla mondanità ed alle sue lusinghe, oppure giocare con quella parola usandola per sentirsi “buoni” e facendola diventare una “via religiosa” strumento di mondanità.

Il paragone della casa costruita ci conduce prima cosa a guardare ai due uomini che costruiscono: tutti e due provengono dall’ascolto di Gesù ma ognuno poi imbocca una strada. Un po’ come ha detto il celebre passo del Deuteronomio che oggi abbiamo ascoltato come Prima lettura a preparazione immediata a questo testo di Matteo … oggi io pongo davanti a voi una benedizione e una maledizione cioè una via di vita e una di morte. I due ascoltatori di Gesù, dopo aver ascoltato la rivelazione dell’uomo nuovo (Chi ascolta queste mie parole, cioè il Discorso sul monte), costruiscono ciascuno una casa, la loro casa, cioè si mettono all’opera per edificare la loro vita, il loro “abitare” il mondo e la storia. Come lo faranno? Le fondamenta o saranno poste su un ascolto che dà credito a Gesù ed alla possibilità di umanità che ha rivelata o sul rifiuto di ciò che si è ascoltato per dar credito al mondo. Ecco l’alternativa!

Chi si pone in un ascolto vero le parole di Gesù “le fa” (così in greco: “poièi”), le coglie cioè come via possibile e vi edifica su un quotidiano saldo, sulla roccia di quella parola cui dà credito.

L’altro sceglie la via facile delle sabbie del mondo; la sabbia scivola, sdrucciola, muta … le sabbie del mondo sono le mode, le illusioni di essere liberi, di autodeterminarsi, di decidere “in toto” della propria vita … le sabbie del mondo sono vie facili perché sono in superficie … le sabbie le sceglie chi non vuole fare la fatica di scavare per trovare la roccia … Luca nel suo passo parallelo (cfr Lc 6,46-49) ci fa capire che non si tratta di due terreni diversi, uno in un luogo ed uno in un altro, ma dello stesso luogo; la differenza, precisa Luca, sta nello scavo … cioè nella fatica.

Siamo alle solite: aderire a Gesù costa! Costa la fatica dell’alterità, costa la scelta (indubbiamente ardua) di voler essere dei “perdenti” per il mondo. Costa perché aderire a Gesù è fidarsi della via della croce; la via sulla quale non si resiste al malvagio, si porge l’altra guancia, si rinuncia al proprio diritto, si condivide la fatica dell’altro, si dona e non si possiede … la via sulla quale si mette la vita nelle mani di Dio fidandosi di Lui. E’ questa la via di Gesù e Gesù stesso ci dice oggi che questa via è roccia salda e paradossalmente le vie “sicure” del mondo sono solo sabbia sdrucciolevole.

La domanda non banale è: a chi crediamo? Di chi ci fidiamo?

Capiamo che allora ha ben ragione Paolo quando ci dice – nel passo della Lettera ai cristiani di Roma che oggi si ascolta – che è tutto solo e sempre una questione di fede! E’ la fede-adesione a Gesù che salva perché essa è la roccia su cui si può stare saldi anche tra le tempeste e lo straripare di grandi acque che vorrebbero sommergerci ed annegarci. Le “opere” non salvano se non c’è adesione della vita … le “opere” più stupefacenti possono essere una tragica illusione di giustizia e di verità se non poggiano sulla roccia dell’ adesione a Cristo.

Gli operatori di “religione”, di prodigi strepitosi e di predicazioni folgoranti possono essere chiamai nel giorno del giudizio sulla storia operatori di iniquità.

Solo la roccia che è Cristo fa la differenza.




Leggi anche: