XIV Domenica del Tempo Ordinario – Imparate da me!

 
UMILTA’ E MITEZZA RIVELANO IL PADRE

 

Zc 9, 9-10; Sal 144; Rm 8, 9.11-13; Mt 11, 25-30

 

San Francesco, Cimabue (Basilica inferiore, Assisi)

San Francesco, Cimabue (Basilica inferiore, Assisi)

La pagina evangelica di oggi è stata definita da un grande esegeta del ‘900 (P. Lagrange) come “la perla matteana di grande valore”.
E’ vero!
Nell’evangelo di Matteo, infatti, si giunge qui ad un culmine: se tutta la prima parte dell’evangelo, fino alla confessione di Pietro al capitolo 16, vuole presentare la figura di Gesù come Messia, qui siamo davvero ad una svolta e ad una vetta… E’ una pagina, questa, di straordinaria potenza e dolcezza!

Il contesto, incredibilmente, è un grande fallimento: sì, siamo al punto in cui l’iniziale successo della predicazione di Gesù (la cosiddetta primavera di Galilea) è scemato; le città del Lago, dove pure Gesù aveva stabilito la sua dimora, lo hanno rifiutato: poco prima, infatti, Gesù ha dovuto dire parole di una durezza inusitata contro quelle città che avevano visto le sue opere e lo avevano rifiutato.
Ora, sulle rovine – potremmo dire – della sua predicazione, sulle macerie delle sue illusioni e speranze, Gesù non eleva un lamento o un grido di rabbia; su quelle macerie Gesù eleva un canto di lode al Padre; un canto stupito e gioioso; il canto di chi legge la storia e vi ravvisa i segni della volontà, dei progetti del Padre.

Qui Gesù è davvero un contemplativo! Se contemplativo significa essere capace di leggere la storia, ponendosi dalla parte di Dio; se significa saper essere ponte tra il reale ed il progetto, tra la storia nel suo svolgimento e il pensiero ed il giudizio di Dio, qui Gesù è maestro di contemplazione. Riesce a leggere quelle rovine: non sono un fallimento, ma sono – di contro – un luogo rivelativo, luogo in cui il Padre ha parlato.

La durezza di cuore dei sapienti e degli intelligenti ha permesso a Gesù di poter proclamare con certezza dove vadano le preferenze del Padre: verso i piccoli (in greco “népioi”, che traduce il concetto ebraico di “petajim”, che significa “semplici”, “piccoli”, “ingenui”). Sono quelli che sono non arroganti, non capaci di imporsi, quelli che non contano.
Per il mondo infatti contano i sapienti e gli intelligenti, che nel mondo “religioso” di Israele sono i Dottori della Legge e i Farisei, i quali amavano ripetere un detto: “Un ignorante non può sfuggire al peccato e un uomo dei campi non può essere di Dio”.
Gesù sta constatando in questo caso quanto essi abbiano torto, e quanto il Padre pensi diversamente!

Il discorso che Gesù fa in questo passo dell’evangelo di Matteo collega chiaramente la rivelazione del Padre all’essere piccoli, umili, e quindi all’umiltà e alla mitezza di Gesù che rivela il Padre, perchè Lui solo lo conosce, così come il Padre conosce Lui.
Il sorprendente di questa parola di Gesù è che la rivelazione del Padre è possibile solo attraverso il Figlio, e attraverso la sua mitezza ed umiltà. Matteo qui anticipa ciò che il Quarto evangelo dirà con definitiva chiarezza: “Dio nessuno lo ha visto mai, il Figlio unigenito ce ne ha fatto il racconto” (cfr Gv 1, 18).
Se solo la mitezza e umiltà del Figlio rivelano il Padre ecco allora il motivo per cui i piccoli colgono la rivelazione di Dio; ecco perché la rivelazione dell’Evangelo si arresta dinanzi ai sapienti e agli intelligenti: questi, infatti, sono incapaci di leggere il Rivelatore, l’umile e mite Gesù. Lui stesso, “il più piccolo del Regno” come aveva detto poco prima rispondendo alla domanda dei discepoli del Battista, è il luogo della rivelazione del Padre.
(Cfr Mt 11,11 “Fra i nati di donne non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di Lui”: “il più piccolo” è proprio Gesù che è stato discepolo di Giovanni e che, per il mondo, è stato inferiore a Giovanni; Gesù è “il più piccolo” ma in realtà è il più grande, perché è il Messia!).

A questo punto, lo sguardo di Gesù si posa su questi piccoli che accolgono il Regno, mentre i grandi, i sapienti, gli intelligenti si volgono altrove; e ne vede poi la fatica dinanzi al giogo che sapienti e intelligenti pongono sulle loro spalle. In fondo Gesù qui parla di due gioghi: uno che opprime e uno che è leggero e dolce, e che Lui definisce “mio giogo”.
Non mi pare che il primo giogo sia la Torah e che il secondo sia l’Evangelo: questa è la solita logica “sostituzionista” che nella Chiesa ha prodotto tanta cecità e tanto sradicamento dal terreno santo di Israele.
Se quei piccoli sono affaticati e oppressi è perché ci sono dei cattivi interpreti della Torah, dell’Alleanza, che hanno dimenticato che il Dio di Israele è il Dio dei piccoli, dei disprezzati, è il Dio degli schiavi… è il Dio che ha liberato gli schiavi portandoli in una situazione nuova in cui saranno capaci di essere liberi, in cui saranno capaci di essere giusti, in cui saranno capaci di essere nuovi, in cui saranno capaci di essere popolo.
Il “mio giogo” di cui Gesù parla è allora la lettura compiuta della Torah che Gesù è venuto a proclamare: “Non sono venuto ad abolire la Torah, ma a darle compimento” (cfr Mt 5,17). L’Evangelo del Regno è la buona notizia del Volto del Padre, che rende a pieno capaci di compiere la sua volontà.

C’è sempre prima la Grazia, grida Gesù con il suo Evangelo; c’è sempre prima l’opera di Dio e poi la Legge: osservare la Legge è lo sbocciare della Grazia, e non il contrario! Gesù chiama “mio” questo giogo perché Lui per primo lo ha portato accogliendo il dono del Padre nella sua carne di uomo; è un giogo perché chiede sottomissione, sottomissione ad un primato di Dio che nega il nostro, sottomissione all’opera di un Altro subordinando le nostre opere. Questo giogo è soave e leggero perché Lui lo porta con i suoi discepoli.

In questo passo di Matteo è chiaro che l’imparare da Lui (il verbo greco è “manthano” da cui il termine “mathtés”, “discepolo”) non è studiare la Torah, ma è diventare discepolo, è porsi alla sequela di Gesù, mite e umile di cuore. Nell’Antico Testamento i due termini (mite e umile) indicano come si sta davanti a Dio e davanti agli uomini: verso Dio in atteggiamento di confidenza, di obbedienza e di docilità; verso gli uomini in un atteggiamento di accoglienza, di pazienza, di discrezione, di disponibilità al perdono e di servizio.

Guardiamo a Gesù e comprendiamo che Lui fu proprio così, e così raccontò e rivelò il Padre. Non possiamo raccontare Dio se non come Lui lo raccontò, e ci è possibile fare questo racconto perché Lui è con noi, porta con noi il peso di contraddire il mondo che crede ai sapienti e agli intelligenti, agli arroganti e ai potenti, a quelli che – come scrive Paolo – vivono secondo la carne, e disprezza i piccoli, quelli che vivono secondo lo spirito, cioè obbedendo alle logiche del Regno. Le vie di Dio sono quelle di Gesù…le vie di Dio sono vie di vita; in questa obbedienza, ci ha detto Gesù, c’è riposo perché c’è senso.

Ci fidiamo di questo? Siamo disposti a passare dalla disobbedienza all’obbedienza?
Siamo disposti a chinarci sotto questo giogo? Gesù ci assicura che è soave, perchè Lui è con noi.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Avvento – La piccolezza che salva

CHE QUESTO EVANGELO CI INQUIETI! 

  –  Is 35, 1-6.8.10; Sal 145; Gc 5, 7-10; Mt 11, 2-11  –

 

Icona di S. Giovanni Battista, Monastero di Visovi Decani -  Serbia (XIV sec.)

Icona di S. Giovanni Battista, Monastero di Visovi Decani – Serbia (XIV sec.)

In questa terza domenica del nostro cammino d’Avvento, domenica “Gaudete”, della gioia per la promessa di Dio che certamente si compirà come già si è compiuta, la figura di riferimento è Giovanni il Battista; il profeta del Giordano oggi però ci appare debole nella sua crisi, ma poi forte nelle parole di Gesù che lo descrivono.

L’uomo del deserto è prigioniero, sta vivendo la sua notte; si è fatto buio su di lui perché è stata “fermata” la sua missione profetica, si vuol far tacere la sua voce … Lui che si era definito “voce che grida nel deserto” (cfr Mt 3,3; Gv 1,23)…ora la sua voce è stata precipitata in un carcere buio! Da lì, da quella notte che sta vivendo, il profeta Giovanni mostra la sua crisi, si lascia anche lui attraversare da domande e da dubbi: Sei tu il veniente o è un altro che aspettiamo? Domanda tragica sulle labbra di Giovanni, domanda che mette in dubbio tutta la sua azione di profeta e quindi tutta la sua vita, una vita che per altro sta per essere spenta; se Giovanni aveva indicato Gesù ad Israele, come mai ora è trafitto dal dubbio? Qualche esegeta (antico e anche moderno) cerca di scolorire il dramma del Battista ricorrendo alla solita tesi pedagogica: Giovanni fingerebbe dubbio perché i suoi discepoli vadano da Gesù … pare davvero banale! Contemporaneamente però bisogna dire che Matteo, nello scrivere questa pagina, non è tanto interessato al buio di Giovanni (tanto è vero che nulla scriverà della conclusione di quell’ambasceria!) quanto alla rivelazione che Gesù stesso farà della sua identità.

Alla domanda dei discepoli di Giovanni Gesù non dà una risposta diretta, ma rinvia a due cose che bisogna saper leggere: la Santa Scrittura e le sue opere. Gesù, infatti, cita alcuni passi di Isaia che annunziano i tempi dell’intervento di Dio; tempi che si potranno riconoscere dalla lotta vittoriosa che il Signore farà contro il male della storia. Ora Gesù indica ai discepoli del Battista che tale lotta vittoriosa si può già contemplare nelle sue opere: Gesù infatti sta lottando contro le tenebre del mondo (i ciechi recuperano la vista), contro le immobilità che fermano il cammino degli uomini verso la pienezza (gli storpi camminano), contro il male che sfigura l’uomo (i lebbrosi sono guariti), contro l’incapacità di ascolto tanto essenziale ad ogni vita nella fede (i sordi riacquistano l’udito); è venuto a lottare contro la nemica per eccellenza, la più temibile e la più devastante, la più “anti-Dio”….la morte (i morti risuscitano)! E tutto questo è annunzio di buona notizia che muta la sorte dei poveri, di quelli cioè che, segnati dalle miserie della storia perché fragili, perché oppressi, perché peccatori, perché “nullificati” dagli altri, riconoscono di poter essere salvati solo da Dio ed a Lui si affidano.

Ai discepoli di Giovanni, Gesù fa capire che è nel saper mettere in relazione le parole della Scrittura e le sue opere, che si comprende chi Lui è davvero. Gesù con la sua parola e con le sue opere è l’annunzio di questo evangelo che irrompe nella storia. La verità è però che questo evangelo irrompe attraverso vie e modalità nuove ed imprevedibili, attraverso l’uomo Gesù che o si coglie nella fede ed in una fede che sia capace di spogliarsi di precomprensioni e di “religione” o diviene davvero incomprensibile ed inaccettabile; fin quando cioè si pensa come il mondo non si può “leggere” la verità su Gesù…quando si accoglie una logica altra, quella di Dio, allora si comprende che proprio Lui è il Veniente e non si deve aspettare altri. Lui è il Veniente che, proprio perché è veniente dal mondo di Dio e non dal nostro mondo, è un Veniente che è davvero altro! Gesù chiede chiaro, di fronte a questa alterità, la capacità di non scandalizzarsi, cioè di non inciampare … anzi su questo Gesù pronunzia una “beatitudine”: E beato chi non si scandalizza di me.

Nell’elogio del Battista, che Gesù pronunzia subito dopo la partenza dei messaggeri, viene fuori questa alterità: mentre dice parole grandissime su Giovanni (Tra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni il Battista), aggiunge anche che il più piccolo del Regno è più grande di lui … parole enigmatiche che non devono essere lette in modo irrispettoso nei confronti di Giovanni, il grande profeta, e neppure nei confronti dello stesso Israele; come se l’ultimo (!!) cristiano potesse vantare una grandezza maggiore del profeta Giovanni e quindi di ogni profeta d’Israele … se si legge così diviene incomprensibile l’elogio straordinario che Gesù ha fatto del Battista, perchè poi lo metterebbe addirittura fuori del Regno … e questo non è! Non è possibile!

Clemente Alessandrino (e dopo di lui altri Padri ed esegeti) hanno colto qui una parola che riguarda Gesù stesso: il più piccolo è Gesù stesso che è più grande di Giovanni perchè è il Messia, è il Figlio amato su cui il Padre  stende ogni suo compiacimento (cfr Mt 3, 17); la storia però ha letto Gesù  come più piccolo del Battista, in realtà è Lui il più grande … intanto vive la storia da più piccolo perchè con i più piccoli  si identifica (cfr Mt 25, 40.45 Ogni qual volta avete fatto queste cose al più piccolo, l’avete fatto a me), perchè sarà il più piccolo fino allo scandalo della croce … è questa piccolezza che bisogna riconoscere ed assumere, è lì l’alterità del Messia Gesù che anche Giovanni, nel suo carcere, deve riconoscer,e e nella quale deve e può trovare pace la sua profezia giunta a compimento proprio in quel più piccolo in cui, paradossalmente, si manifesta la grandezza del Regno veniente.

Il Quarto Evangelo metterà sulle labbra stesse del Battista questa dinamica per cui il più piccolo diventa il più grande; parlando di Gesù, Giovanni infatti dice: Colui che mi veniva dietro (cioè “era mio discepolo” e dunque più piccolo) mi è passato avanti (cioè, ora è lui il maestro e dunque il più grande) (cfr Gv 1,30).

Il cammino di Gesù sarà tutto un cammino verso la tensione ad essere il più piccolo, e proprio attraverso questa stupefacente piccolezza lo si potrà riconoscere (come i Magi che si prostreranno al bambino a Betlemme – cfr Mt 2,11; come il centurione che riconosce nel crocefisso il Figlio di Dio – cfr Mt 27,54); la visita di Dio al suo popolo si veste di povertà, di “insignificanza”. Nell’oggi della Chiesa Lui vuole ancora essere riconosciuto nel più piccolo, e lo può riconoscere quale Dio-con-noi solo chi ha il coraggio di accoglierlo così come è, infinitamente piccolo e visibilmente piccolo agli occhi del mondo! In fondo i ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi riacquistano l’udito e i morti risuscitano perchè Dio si è fatto piccolo dalla mangiatioia di Betlemme, fino all’uomo inchiodato alla croce sul Golgotha … è quella piccolezza che salva, è quel’impotenza che crea l’uomo nuovo … essere suoi discepoli non può che essere la ricerca e la ripresentazione di questa via.

Il salmo 24 cantava: “Alzate porte i vostri frontali, alzatevi porte eterne ed entri il Re della gloria e annunziava così che il Tempio sarebbe stato purificato dalla visita di Dio, la cui grandezza è tale che, in quel giorno, bisognerà alzare i frontali delle pur immense porte del Tempio … in realtà quando questo Dio, in Gesù, visiterà il Tempio vi entrerà come un bambino, piccolo, tra le braccia di Maria e Giuseppe … è davvero il più piccolocosì Gesù contraddice e capovolge tutte le immagini del divino che l’uomo si è creato …

E’ necessario, dinanzi a tutto ciò, che il cristiano assuma questa “minorità” per poter annunziare l’Evagelo ai poveri, come Gesù! Solo così la Chiesa sarà credibilmente discepola di Gesù! D’altro canto, come Gesù avrebbe potuto annunziare l’Evangelo ai poveri se non avesse scelto d’essere il più piccolo? Che questo evangelo di oggi ci inquieti!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XIV Domenica del Tempo Ordinario – La Parola efficace

Un Evangelo accolto e rivelato ai piccoli

Zc 9, 9-10; Sal 144; Rm 8, 9.11-13; Mt 11, 25-30

Nel tornare al percorso di Matteo in queste domeniche ordinarie, ci ritroviamo subito con una pagina, possiamo dire, centrale del suo Evangelo. Una pagina che è un culmine. E’ culmine dell’esperienza profetica di Gesù, è culmine della sua rivelazione. Tutto ciò che Matteo narrerà da qui in poi chiarirà e confermerà tutto quanto “in nuce” era già detto qui in questo capitolo undici.

Il testo è straordinario e complesso, tanto che alcuni hanno sospettato un’intrusione giovannea nell’Evangelo di Matteo, idea questa ampiamente superata per la maggior comprensione dell’evangelo matteano e della sua composizione; un testo che Matteo, da buono scriba sapiente, ricalca su un passo del Libro del Siracide, la finale (cfr Sir 51, 1-30); vi troviamo uno schema che qui Matteo attribuisce a Gesù: una preghiera di ringraziamento, un soliloquio (in Siracide sulla ricerca della sapienza) ed un invito. Le differenze e le somiglianze tra i due testi ci illuminano e ci aprono nuovi orizzonti.

Sulle “rovine” della sua missione (è il momento della cosiddetta crisi galilaica, momento in cui il “successo” popolare di Gesù scemò e tanti lo abbandonarono; cfr anche Gv 6, 66) Gesù non si lascia abbattere o prendere dal cinismo, non si ferma alle “rovine” … ha detto, certo, parole cocenti contro le città che pur avendo visto i suoi segni hanno rifiutato l’Evangelo (cfr Mt 11, 20-24), ma ora sulle “rovine” di quei rifiuti Gesù ha il coraggio di elevare un inno di lode al Padre, un inno di giubilo addirittura! Di fronte al suo Evangelo Gesù ha una certezza: la parola che annuncia non è vana, è efficace; la sua azione nel mondo non è inutile. Il rifiuto di alcuni non vanifica l’opera potente della parola che è venuto a portare. E’ una certezza che permette a Gesù prima di di dire parole, sì dure ma vere e senza infingimenti, sul rifiuto drammatico di tanti, e poi gli permette di lodare il Padre per l’opera che compie nel mondo. Non è il successo dell’Evangelo che accende la lode di Gesù ma è l’Evangelo stesso; un Evangelo che è tale proprio perché è accolto e rivelato ai piccoli, a quelli che non contano, a quelli che sono affaticati e oppressi. La lode di Gesù è per quello che già Isaia aveva detto: Perirà la sapienza dei sapienti e si eclisserà l’intelligenza degli intelligenti (cfr Is 29,14; testo che Paolo si era compiaciuto di citare in 1Cor 1,19 parlando della stoltezza della croce!); Gesù loda il Padre perché le sue opere sono state rivelate ai “népioi” (cioè agli “infanti”, quelli che neanche sanno parlare; parola che traduce l’ebraico “petajim” che significa semplici, ingenui). Gesù dice che quelle opere il Padre le ha nascoste ai sapienti e le ha rivelate ai piccoli … c’è una grande forza in questo nascondere e rivelare, c’è già una lieta notizia. E’ la notizia circa chi è che conta davvero per il Regno! Possono essere uomini del Regno solo quelli che si lasciano semplificare, quelli che non interpongono barriere tra le opere di Dio rivelate in Cristo e il loro profondo. La barriera più tremenda è quella della presunzione della sapienza che non permette di scorgere la stoltezza della croce come l’unico, paradossale orizzonte di luce.

Segue poi il soliloquio; in verità sono ancora parole di Gesù rivolte al Padre, ma dovremmo dire meglio che sono parole dette davanti al Padre: Gesù proclama la sua relazione con il Padre; se prima il Padre rivelava e nascondeva qui però ora è Gesù che, avendo la conoscenza del Padre, rivela il Padre … Gesù sa di essere l’unico che lo può fare, l’unico capace di dire una parola vera sul Padre; solo chi è disposto ad ascoltare quell’Evangelo scomodo, contraddicente il mondo e la “religione” degli uomini è capace di cogliere la rivelazione del volto del Padre. In fondo solo chi è capace di sentire le parole di Gesù come Evangelo può accedere al Padre; solo chi, spogliandosi delle proprie “grandezze” si fa piccolo, “infante”, cioè senza proprie parole, può ricevere la rivelazione che è Gesù, la rivelazione del Padre che solo Gesù custodisce.

L’insuccesso di Gesù è per Gesù un luogo rivelativo; è rivelativo a Gesù stesso che così comprende dove l’Evangelo davvero può mettere le radici: nei piccoli, nei poveri, negli infanti … quell’insuccesso è anche giudizio sul mondo da parte del Padre! Il Padre nasconde le sue cose al mondo! Così giudica il mondo! Nessun “buonismo” da parte di Gesù … un giudizio netto sì con una lettura lucida della storia! Anche per noi discepoli di Cristo Gesù sia questa una via percorribile: leggere la storia sapendo dire parole nette ove siano da dirsi ma senza arroganze e disprezzo.

Il terzo punto del nostro testo è un invito, un’esortazione; quante volte l’abbiamo ascoltata scendere sulle nostre vite piagate, doloranti, in cerca di sensi che ci sfuggono, in cerca di “perché” che non avranno risposte: Venite a me voi tutti affaticati e oppressi ed io vi darò riposo … Il sapiente del Siracide invitava gli “ignoranti” a lasciarsi istruire dalla sapienza, a prendere su di sé il giogo della Torah (questo versetto sul giogo ci fa sentire chiare le ascendenze della pagina di Matteo da quel passo di Siracide), Gesù invita non gli ignoranti ma quelli che sono affaticati e oppressi da pesi inutili di osservanze che non salvano … e, straordinariamente, parla di un suo giogo … al giogo della Torah, Gesù accosta un suo giogo che rende anche la Torah un giogo soave, liberante! Insomma Gesù invita ad accogliere Lui il mite e l’umile di cuore perché chi lo accoglie impara l’umiltà e la mitezza, chi lo accoglie, in fondo, è già incamminato sulla via dell’umiltà; chi lo accoglie sono i piccoli, quelli che non hanno parole proprie, i curvati … andando a Gesù però questi giungono ad un compimento di umiltà e mitezza.

Ancora una volta Gesù si pone come compimento, come adempimento di promesse, come radicalizzazione delle attese di Israele. Un compimento che Gesù viene a portare nella pace; non è un Dio guerriero che cavalca focosi destrieri ma, come i re in tempo di pace, cavalca un asino, ci ha detto Zaccaria nella prima lettura, non segno di un Messia dimesso ma di un Messia pacifico e pacificatore, un Messia mite  che cerca i miti; un Messia che fa di quei miti disposti ad accoglierlo, terreno per il Regno del Padre, un Messia che si fa tenda di incontro e di riposo per quanti, pronti a volgere le spalle al mondo e alla carne (che non è altro che le logiche mondane; cfr il testo della Lettera ai cristiani di Roma che è la odierna seconda lettura), cercano sinceramente la verità dell’uomo.




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III Domenica di Avvento – Giovanni, icona della nostra gioia

L’UOMO DEL DESERTO E’ DAVVERO UN PROFETA

Is 35, 1-6a.8a.10; Sal 145; Gc 5, 7-10; Mt 11, 2-11

 

 

Oggi la liturgia della Chiesa ci invita a gioire!

Colui di cui celebriamo l’attesa è davvero vicino e non solo perché la data del Natale si approssima sul calendario, ma perché chi sa cogliere il suo venire diventa capace di trasformare la propria esistenza in un’attesa gioiosa che è attenta al suo irrompere umile e quotidiano; chi è uomo dell’Avvento ama la venuta del Signore e guarda l’ “oltre” con speranza.

Tutto questo è gioia!

E’ gioia perché chi è così non rimane prigioniero dell’oggi senza domani, non rimane schiacciato sotto il peso della storia che pare voglia vincere i nostri “sogni”! Chi è uomo dell’Avvento vive la libertà dell’attesa dell’ “oltre”, dell’impensabile … si fida.

In questa domenica ci è data un’icona paradossale di questa gioia: Giovanni Battista in carcere! E’ paradossale perché un uomo in carcere non ci richiama alla gioia, è paradossale perché nel testo dell’Evangelo di oggi non si parla esplicitamente della gioia di Giovanni ma di una sua crisi profonda. L’uomo del deserto è capace di crisi, l’uomo dalla parola potente e sferzante è capace di mettersi in dubbio, l’uomo che ha gridato: Progenie di vipere! ora non grida più, domanda. Ed è qui la sua grandezza: Giovanni è davvero un profeta; lo è perché non è chiuso in se stesso, neanche nelle parole che ha annunziato, è profeta perché vuole leggere la storia, è profeta perchè umilmente domanda ad un altro … e da quella risposta potrebbe anche venir fuori la dichiarazione del suo fallimento … Sei tu il Veniente o dobbiamo attenderne un altro?

Nella crisi Giovanni resta uomo dell’Avvento. Il suo sguardo è sempre puntato all’ “oltre”, al Veniente … è disposto ancora ad attendere. Giovanni qui mi pare davvero meraviglioso: umanamente non ha futuro, come può sperare mai di uscire da quel carcere? Eppure si proclama disposto all’attesa.

Questa crisi di Giovanni è per noi conforto e insegnamento; è conforto perché anche un uomo “di roccia” come il Battista è entrato in una notte ma è insegnamento perché dice come quella notte si attraversa. Giovanni indica una via: avere lo sguardo rivolto all’ “oltre” e non credere all’eternità della notte. Nella notte, infatti, Giovanni agisce con speranza: invia i suoi discepoli a Gesù per domandare a Lui. Non si accontenta di ciò che sente o gli è riferito, chiede a Gesù di leggergli la storia, chiede a Gesù la parola definitiva anche sulla sua identità di profeta: è un fallito o è veramente il profeta che ha annunziato il Veniente?

Gesù non gli risponde se non con una citazione dalla Scrittura … Giovanni deve saper leggere Gesù con la “lente” della Scrittura e qui in particolare di Isaia. E’ il passo che ha costituito oggi la prima lettura: le opere dell’atteso si compiono Gesù; Giovanni legga questo!

I ciechi vedono: è Gesù la luce nelle tenebre; gli zoppi camminano: è possibile davvero un nuovo esodo in cui gli uomini, con Gesù, saranno capaci di camminare verso la terra promessa; i sordi riacquistano l’udito: in Gesù risuona la Parola definitiva che è possibile ascoltare; i morti risuscitano: Gesù è venuto a portare la vita e la morte comincia ad arretrare perche la vita vincerà; ai poveri è predicata una buona notizia: Giovanni stesso ora è il povero cui è annunciato un evangelo che lo deve far esultare di gioia, come al principio della sua vita “danzò” nel grembo di Elisabetta sua madre (cfr Lc 1,44); Giovanni può accogliere, come tutti i poveri, prigionieri ma speranzosi, un Evangelo di letizia che spalanca i loro carceri, che libera dai pesi che vogliono schiacciare i “sogni”!

Giovanni, accogliendo la Parola di Gesù avrà esultato di gioia, anche in quel carcere buio … lì ha rivisto la luce, lì si è messo di nuovo in cammino nella speranza, lì ha ascoltato nuovamente una Parola di salvezza, lì è risorta la sua speranza! Giovanni è il termine della profezia; ora può riposare perché il Veniente è giunto! Non bisogna attendere un altro … bisogna attendere Lui, Gesù! Sempre!

Dinanzi alla grandezza di questo profeta capace di negare se stesso per porre domande Dio, Gesù non può tacere e pronuncia il più grande elogio (l’unico nell’Evangelo!) che poteva pronunciare: Giovanni non è una banderuola che segue i venti che mutano; ha lo sguardo fisso solo su Dio; si è banderuole quando si seguono i venti esterni, quelli delle mode e dei “buon sensi” mondani, ma si può essere ancor più canne sbattute dal vento se si seguono i venti che sono dentro di noi: le paure paralizzanti, i desideri smodati e brucianti, la voglia di quiete che non si compromette e preferisce un oggi grigio ad un domani pieno ma incerto perché posto nelle mani di un Altro … Giovanni, dice Gesù, non ha scelto le vie facili: né le belle vesti, né i palazzi lussuosi, ha scelto il deserto e lo ha fatto fino alla fine, accettando anche il deserto della crisi e dell’aridità!

E’ il più grande dei nati di donna, così dice Gesù! E ha detto una cosa enorme: è più grande di Abramo, di Mosè, di Davide, dei profeti … sì, è il più grande perché in Giovanni tutte le attese sono concentrate e lui è stato la parola definitiva prima del compimento; è più grande per la sua umiltà che non ha temuto di divenire domanda umiltà che non ha temuto di farsi cambiare le attese!

E Gesù aggiunge: Il più piccolo del Regno, però, è più grande di Lui. Parole queste enigmatiche che a volte sono state spiegate banalmente come un elogio ai cristiani, il più piccolo dei quali sarebbe più grande del Battista perché ormai appartenente all’Alleanza definitiva; una spiegazione che, oltre ad essere banale, è depauperante per il Battista ed è anche irrispettosa della Prima Alleanza con Israele. In realtà Gesù sta parlando di se stesso; è ancora una risposta alla domanda del Battista sulla sua identità: Sei tu il Veniente? Sì, lo è ed è il più piccolo perché si è incamminato sulla via della spoliazione che giungerà alla croce su cui griderà l’estrema povertà di un “Perché?” senza risposta (cfr Mt 27,46). E’ Gesù il più grande perché si è fatto più piccolo in quanto è colui che davvero si è umiliato e perciò verrà esaltato (cfr Mt 23,12), è davvero colui che ha avuto il coraggio di perdere la propria vita  e perciò la ritrova (cfr Mt 10,39).

Giovanni può veramente ricevere, e noi con lui, l’annunzio di un Evangelo che fa esultare di gioia come dice Isaia nel passo che abbiamo ascoltato: possiamo esultare anche se siamo deserti e terre aride, anche se abbiamo mani fiacche e ginocchia vacillanti … Possiamo deporre la paura ed il buio perché Gesù è l’Atteso che compie le promesse e la nostra vita non è più nel carcere del non-senso ed immersa nelle tenebre e nell’ombra della morte (cfr Lc 1,79). Come scrive l’Apostolo Giacomo, l’oggi può essere riempito di pazienza, o meglio di “macrotimìa”, della capacità di “sentire in grande” (così alla lettera), di guardare cioè lontano, nell’attesa del Veniente cogliendo con uno sguardo profondo e paziente, “macrotimico”, la sua presenza nella storia, nei fratelli, nelle vicende del mondo … I profeti sono stati modelli di “macrotimìa”, dice Giacomo, di quella paziente attesa di chi è capace di sentire in grande, di vedere in grande senza lasciarsi “accecare” al buio, cogliendo nella storia le tracce di Dio, delle sue strade che conducono ad una nuova umanità.

Rallegriamoci allora come Giovanni tendendo le orecchie del cuore alla voce dello Sposo che viene! (cfr Gv 3, 29).




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