XVII Domenica del Tempo Ordinario – Entrare in possesso del tesoro


….E PERDERE TUTTO IL RESTO!

1Re 3, 5.7-12; Sal 118 Rm 8, 28-30; Mt 13, 44-52

 

tesoro_nel_campoAncora parabole… se il Regno è venuto a noi in Gesù Cristo, se noi abbiamo riconosciuto che questo Regno di Dio è davvero venuto a noi in Lui, se abbiamo coscienza che nulla di più grande e di più bello ci poteva capitare, cosa facciamo dinanzi a questo Regno?
Come lo accogliamo?
Che “prezzo” siamo disposti a pagare perché questo Regno sia davvero nostro, sia davvero l’orizzonte su cui si dipana la nostra intera esistenza?

Le parabole di oggi sono parole che hanno uno scopo “duro”: non lasciarci tranquilli! Ci soffermiamo sulle prime due parabole, perché la terza – quella della rete – ripropone un po’ i temi della parabola della zizzania: se la rete è la Chiesa, essa raccoglie pesci buoni e cattivi e si deve aspettare la fine della storia perché avvenga la cernita! Le prime due parabole, quella del tesoro nascosto e quella della perla preziosa, risuonano per farci sentire parole che ci inquietino, che ci pongano le grandi domande sull’oggi della nostra vita credente. Sono domande “pericolose” per l’uomo vecchio!

Siamo forse gente che si accontenta di un Regno “per sentito dire”, ma che non è disposta a pagare un “prezzo” per conquistarlo, per farlo suo definitivamente e radicalmente?
E’ una domanda che ci scomoda perché troppe volte siamo tentati di mediocrità; troppo spesso siamo tentati di pensare che ci basta sapere che c’è un campo con un tesoro prezioso, che quel tesoro esista…ci accontentiamo di sapere che la perla preziosa esiste, e che qualcuno pure ce l’ha…e noi?
Ci può capitare – e Dio ce ne liberi! – di smettere di lottare per conquistare il terreno, per acquistare la perla.

Il Cristiano, si badi bene, non è un illuso, un avventuriero che ha sentito che c’è un tesoro o che esiste una perla preziosissima, e perde tutto per una chimera…
Il cristiano è uno che il tesoro l’ha trovato, ha faticato e ha scavato finché ha trovato un campo in cui quel tesoro c’è…
E’ uno che ha girato, ha viaggiato e la perla di grande valore l’ha trovata.
Il suo problema ora è acquistare il campo in cui il tesoro è stato trovato; il problema è, cioè, entrare davvero in possesso del tesoro…avere ciò che occorre per acquistare la perla. Chi non lotta per acquistare il terreno, chi non fatica per poter acquistare la perla, mi sa che è uno che il tesoro e la perla non li ha trovati!

Se osserviamo gli uomini nostri fratelli (se osserviamo noi stessi) ci accorgiamo che si è disposti ad enormi sacrifici per le cose che piacciono, per le cose che appagano, per le cose ritenute necessarie, “irrinunciabili”!
Riguardo alle cose di Dio, invece, si perde tanto tempo, si pensa che si possano rimandare all’infinito… se il tesoro è tesoro, se la perla è perla ed è preziosissima, basta perdere tempo e giocare con la vita…basta mettere il superfluo ed il passeggero prima di ciò che conta, di ciò che dà senso, di ciò che dona bellezza alle nostre vite!

Per il Regno, tesoro prezioso, perla rarissima, vale la pena perdere tutto il resto!

Le parabole ci inquietano perché ci mettono dinanzi ad una scelta radicale: rinunziare a tutto il resto per acquistare ciò che ora sappiamo che davvero conta.

Gesù ha già detto che per il Regno vale la pena perdere, e non delle cose, ma la propria vita: “Chi perde la sua vita per il Regno dei cieli la troverà, mentre chi la vuole salvare la perderà (cfr Mt 10, 39)…
Ha già detto nel Discorso sul monte che per il Regno vale la pena perdere perfino la propria integrità fisica: meglio cavarsi un occhio o perdere un braccio o un piede se queste membra nobili ed utili del nostro corpo si oppongono al Regno (cfr Mt 5, 29).

Il Regno dei cieli non è una realtà solo escatologica; il Regno dei cieli è realtà che già inizia qui, nella nostra storia…
Il Regno cambia il volto delle relazioni tra gli uomini, e cambia il volto delle relazioni tra gli uomini ed il creato…il Regno di Dio è dare un vero primato a Dio e alla sua Parola, alle sue vie e ai suoi sogni, primato sulle nostre parole, sulle nostre vie e sui nostri sogni…
Il Regno di Dio trasforma la faccia della terra, ed è quanto Gesù è venuto a compiere con la sua vita, le sue Parole e la sua offerta totale…
Il Regno di Dio offre pace e senso alla vita dell’umanità… ha bisogno, però, di uomini e donne capaci di pagarne il prezzo per poterlo vivere e costruire…

Chi vive il Regno di Dio spalanca davanti agli altri uomini una possibilità tangibile di bellezza e carità…
Il Regno dei cieli è Gesù che prende ancora carne in noi e nella nostra concretissima vita quotidiana…per questa “incarnazione” vale la pena vendere il resto.
E’ quanto le parabole di oggi ci “gridano” con forza e con sicurezza.

Noi ne siamo convinti?

C’è poi un’altra faccia delle due parabole che ci presenta un rischio ancora maggiore!
Sapete quale? Il rischio di essere, come credenti, non come il contadino che trova il tesoro o il mercante che trova la perla – e poi fanno di tutto per far propri tesoro e perla –, ma come il proprietario di quel terreno che non sa, o ha dimenticato, che c’è un tesoro nel suo campo, o come il proprietario stolto e assuefatto di quella perla che non si rende conto di ciò che possiede!
Il rischio è di svendere il terreno col tesoro, di svendere la perla…il rischio cioè di essere gente tanto sicura dei propri possessi da perdere, da svendere quel che davvero conta.

Il Signore ce ne guardi!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XVI Domenica del Tempo Ordinario – La zizzania non deve essere strappata

Grano e zizzania

 

LA PAZIENZA DI DIO, LA SPERANZA DELLA CHIESA 

Sap 12, 13.16-19; Sal 85; Rm 8, 26-27; Mt 13, 24-43

 

Grano e zizzania

Grano e zizzania

Ancora una parabola, anzi tre parabole, anche se pare che quella della zizzania prenda tutto il campo! Tre parabole certamente collegate, e con una spiegazione “a scoppio ritardato” della prima parabola. Come per la spiegazione della parabola del seminatore, anche questa spiegazione non risale a Gesù, ma alla comunità di Matteo e alle sue esigenze storiche; e anche questa spiegazione – dobbiamo dire la verità, come nel caso della parabola del seminatore – sposta l’attenzione dal vero centro della parabola.

Il problema della parabola della zizzania è un problema serio che agitava le comunità degli inizi come agita, in qualche modo, anche le comunità cristiane di oggi, anche se – dobbiamo dire con rammarico – noi sembriamo meno agitati rispetto a quelle prime generazioni cristiane. Forse siamo, drammaticamente, più abituati alla presenza del male tra di noi. Il problema, infatti, è lo scandalo dei peccati dopo il battesimo, lo scandalo del male che può abitare anche la Chiesa.

In primo luogo la parabola mette in guardia sul fatto che la Chiesa non è la comunità dei puri, degli eletti, degli uomini già salvati…no! La Chiesa è la comunità dove ci si può salvare. La presenza della zizzania non può essere nè deve essere una sorpresa, e neanche deve essere letta come un segno di impotenza della Parola dell’Evangelo di salvare gli uomini. Anche qui, come nella parabola del seminatore, Matteo affronta il rischio, che tanti corrono, di pensare che la Parola sia “inefficace”: se c’è la zizzania, incarnata in alcuni che hanno ricevuto la Parola e che si sono impiantati nel terreno della Chiesa, vuol dire per caso che la Parola non abbia forza sufficiente a cambiare il volto della terra?
Questa è una domanda drammatica, e la parabola vuole dare una risposta.

Così il primo problema che la parabola affronta è la presenza di servi zelanti ed impazienti che vorrebbero anticipare il giudizio di Dio con il loro giudizio; la parabola rimanda il giudizio alla fine, ma ha un altro centro: il cuore della parabola, mi pare, non è la presenza della zizzania (è un fatto facilmente constatabile!), e neanche il fatto che nel futuro giudizio il buon grano sarà separato dalla zizzania! Il centro della parabola sta nel fatto che oggi la zizzania non deve essere strappata.

Come sempre anche questa parabola è scioccante: lo scandalo è la pazienza di Dio che si colloca al di là di ogni intolleranza.
Forte era il problema dell’intolleranza ai tempi di Gesù: i farisei e gli esseni, infatti, propendevano ad una rigida separazione tra puri ed impuri: essi pensavano che l’instaurazione del Regno di Dio sarebbe avvenuta attraverso questa rigida separazione.
In fondo la stessa predicazione del Battista si spingeva su queste rive quando gridava: “La scure è posta alla radice…”, e che il Messia sarebbe venuto impugnando “il ventilabro per separare il grano dalla pula” (cfr Mt 3, 10.12).
La Chiesa dei primi secoli fu anch’essa tentata da questa logica che – diciamoci la verità – è una logica facile, anche se altamente illusoria perché i puri non esistono…addirittura nella Chiesa antica ci fu un tempo in cui si discusse circa la possibilità di ottenere il perdono per i peccati commessi dopo il Battesimo.

La pratica di Gesù va in tutt’altra direzione, tanto da scandalizzare i farisei e da far sorgere dubbi persino nel Battista che manda a chiedere a Gesù se è proprio lui il veniente (cfr Mt 11,3): Gesù infatti frequenta i peccatori e i pubblicani, e siede a mensa con loro (cfr Mt 9, 10-13); Gesù ha tra i suoi discepoli un traditore; Gesù frequenta donne di dubbia fama (cfr Lc 8, 1-3) e si fa toccare da una pubblica peccatrice (cfr Lc 7, 36-50).
Gesù chiede conversione, ma non segue nessuna logica di separazione e di contrapposizione tra puro e impuro: la parabola della zizzania altro non è che l’adozione di quella “politica” e logica di Gesù nella vita della Chiesa e nella vita della comunità dei discepoli. Una logica – quella che la parabola ci trasmette – tanto “altra”, tanto difficile a portarsi, che la Chiesa non è stata capace di realizzare neanche in epoca apostolica.
Si pensi a Paolo che, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto, comanda alla Chiesa di “sradicare” da sé uno colpevole di incesto, di espellerlo dalla comunità (cfr 1Cor 5,5): l’Evangelo di oggi giudica dunque questa pagina di Paolo, e dichiara che l’Apostolo non seguì la via di Gesù che chiede di lasciare il giudizio ultimo a Dio, e di lasciare nel campo della Chiesa il buon grano assieme alla zizzania.

Nell’oggi della Chiesa è così: il grano sta assieme alla zizzania, non può essere diversamente… la Chiesa è così, e così diventa luogo di pazienza e di fraterna carità, poiché l’attesa ed il rinvio del giudizio custodiscono, forse, una speranza incredibile: la zizzania potrebbe trasformarsi.
Certo, biologicamente, la zizzania mai diventerà buon grano, ma nel “paese” della grazia, sul terreno della Chiesa di Cristo, questo potrebbe anche avvenire…
Allora l’attesa è il tempo della Chiesa, in cui non bisogna essere impazienti, ma è anche il tempo della speranza e dell’intercessione. L’attesa che Dio chiede ci suggerisce che il Regno è presente, ma è anche realtà in divenire, realtà dinamica…
La Pasqua del Figlio ha vinto il male in radice, ma non ha eliminato le sue conseguenze: vi è un “contagio” del male che infetta il terreno santo della Chiesa, perché in esso ci sono gli uomini feriti e avvelenati da quel contagio.

Le due brevi parabole che Matteo narra tra la parabole della zizzania e la sua spiegazione, le parabole cioè del granello di senape e del lievito, ci vogliono rendere convinti dell’incredibile potenza dell’Evangelo…
D’altro canto, proprio la storia di Gesù, finita così male, sembra piccola cosa, insignificante per la grande storia che neanche se n’è accorta; eppure ha in sé una “potenza” tale da trasformare la storia, proprio come il pizzico di lievito o il piccolo granello di senape: guai a chi si fa accecare dalla grandezza, guai a chi disprezza la piccolezza…
Nella storia c’è il seme del Regno che è la Chiesa, piccola e povera perché peccatrice e colma di zizzania; ma quel seme del Regno porterà al Regno!
Di questo i cristiani devono essere certi, senza però perdere la tensione verso la purificazione della Chiesa; questa però non si ottiene sradicando gli altri dalla Chiesa, ma sradicando il male dal proprio cuore, e lottando, anche dolorosamente, per giungere a questo sradicamento.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XV Domenica del Tempo Ordinario – La Parola seminata

 
L’APPARENTE INEFFICACIA DELLA PAROLA

Is 55, 10-11; Sal 64; Rm 8, 18-23; Mt 13, 1-23

 

Seminatore, icona (Monastero di Ruviano)

Seminatore, icona (Monastero di Ruviano)

Occorre fare una lettura di altro tipo di questa celeberrima parabola del seminatore; una parabola che apre il lungo discorso di Gesù fatto appunto di parabole. Matteo struttura questo discorso con uno scopo preciso: aiutare i predicatori dell’Evangelo a comprendere a pieno il loro ministero. Il problema della parabola non sono i destinatari del seme (i terreni), ma colui che sparge il seme.

La parabola nasce dallo scandalo dell’“inefficacia” della Parola seminata che tante volte si deve constatare, lo scandalo dell’Evangelo che, seminato nei cuori, tante volte lascia la gente immutata e indurita. Se il seme è la Parola di Dio che Cristo è venuto a portare, se il seme è l’Evangelo del Regno instaurato con la croce e con la risurrezione di Gesù (ricordiamo che la parabola è scritta dopo gli eventi pasquali, in una Chiesa che già annunciava la Pasqua del Signore!), come mai questa Parola potente non è efficace? Cosa accade?

Lo scandalo dell’“inefficacia” della Parola non è tuttavia solo un problema della Chiesa di Matteo; esso, infatti, produce anche nella prassi ecclesiale di oggi una gravissima disfunzione: tanti, nell’ambito ecclesiale, pensano che “parlare” non serva e così, nella Chiesa, gli spazi dati alla Parola ed al suo annunzio si restringono sempre più, allargando invece gli spazi di azioni considerate più “efficaci”, più soddisfacenti, più produttive. Ed ecco che si assiste ad una vita ecclesiale che si struttura troppe volte sul fare, credendo che questo, e quello – doveroso – della carità, siano più “efficaci” della Parola, siano più “efficaci” e “redditizi” dell’annunzio stesso dell’Evangelo. Ci si veste, naturalmente, di buone ragioni affermando che i “fatti” sono più delle “parole”, ma dimenticando che qui non si tratta di “parole”, ma della “Parola”!
Così si arriva a trasformare la Chiesa in un ente benefico, in un gruppo di filantropi, in una UNICEF confessionale…no! La Parola è efficace, ma non costringente; la Parola va seminata e non vanno calcolati – per questa semina – fatica, spreco, delusioni … chi esce a seminare l’Evangelo deve guardare all’uscita del Figlio di Dio che è venuto in questo mondo a seminare la Buona Notizia, senza risparmiarsi e senza fare calcoli di efficacia. In fondo la stessa semina del Figlio è finita in un fallimento fuori le mura della città santa: lì, sul Golgotha, sembrò infatti che la Parola seminata fosse del tutto inefficace!

La parabola del seminatore proclama invece una risposta chiara a chi – allora come oggi – è tentato dall’apparente “inefficacia” della Parola: il seminatore esce a seminare, ed il frutto della sua semina non è a tempo, non è riservato ad un futuro: non accade cioè che oggi c’è un fallimento, una non accoglienza, un rifiuto, un soffocamento della Parola e domani ci sarà l’efficacia. Non è così!
La semina avviene contemporaneamente su diversi terreni ed il frutto abbondante è contemporaneo al rifiuto, al risultato effimero, al soffocamento della Parola…
La parola seminata dovunque e in abbondanza produce certo frutto; non lo produce dovunque, ma da qualche parte sì! Sempre!
Guai a chi ferma la semina perché vede troppi terreni battuti, troppe pietre o troppe spine… colui che fa così dimentica che c’è il terreno buono in cui quella stessa Parola – che è tutta buona, perchè tutta viene dalla mano del Figlio di Dio! – frutterà oggi vita eterna, frutterà oggi un mondo nuovo!

Dinanzi a colui che annunzia la Parola c’è la mondanità e ci sono i figli del Regno, ci sono cioè coloro che sono refrattari alla Parola del Regno, e disposti ad accogliere la proposta – diciamoci la verità, “scandalosa” dell’Evangelo -, e ci sono poi coloro i quali invece si fanno accoglienti di quel seme piccolo e “stolto”, un seme piccolo e “scandaloso”, e lo mettono dentro, e lì – certo – germoglierà.

Gli annunziatori dell’Evangelo, ci dice la parabola, non devono fermare la corsa della Parola a causa delle loro attese e delle loro proiezioni; gli annunziatori della Parola sono invitati a non fermare lo sguardo sugli “insuccessi” e sulle “inefficacie”, ma a volgere con fermezza lo sguardo lì dove la Parola fruttifica.
Forse chi si ferma agli insuccessi mette più attesa nelle proprie attese, mette più speranze nelle proprie speranze che nelle attese di Dio e nelle speranze di Dio.
Come scrive Isaia nel testo famosissimo che oggi è la prima lettura, la Parola ha una sua forza, una sua efficacia che non va disconosciuta, ma che non va neanche ridotta alle nostre efficacie e ad i nostri parametri.
Quello che conta è che la Chiesa non fermi l’annunzio della Parola, e non si perda in cose più “efficaci” e più “utili” secondo quella mondanità che troppo spesso la abita.

Il creato attende con impazienza che i figli di Dio si rivelino, ha scritto Paolo nella sua Lettera ai cristiani di Roma, e questa rivelazione certamente avviene con una vita altra… ma una vita altra giustificata da una Parola di annunzio, che renda ragione della speranza che abita il cristiano (cfr 1Pt 3,15).

Povera Chiesa di Cristo se non grida più lo “stolto” Evangelo di Cristo crocefisso, e preferisce altre azioni! Il Risorto ci ha inviati ad annunziare quell’Evangelo, e senza risparmio e senza calcoli; non lo si può dimenticare, nè si può sostituire con altro dandolo per scontato!

La spiegazione della parabola che segue va nella direzione moralistica che tante volte prende la riflessione cristiana. La Chiesa di Matteo vuole aggiungere una riflessione sui terreni, spostando però così l’attenzione da colui che semina a colui che riceve la semina …un’operazione – in fondo – indebita, per quanto forse utile, dinanzi all’originale intenzione della parabola. Ma è un di più.

Oggi la domanda che la liturgia ci fa è sulla fiducia che abbiamo nell’annunzio dell’Evangelo, che è necessario compiere e da cui non ci si può dare esonero!
Mai!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XVII Domenica del Tempo Ordinario – Come il contadino

UN CUORE CHE ASCOLTA!

1Re 3,5.7-12; Sal 118; Rm 8, 28-30; Mt 13, 44-52

Conducendoci nel paese delle parabole Gesù ha fatto come il contadino della prima parabola di questa domenica: ha nascosto il tesoro nel vaso d’argilla delle immagini, dei racconti, dei paragoni, l’ha sotterrato perché lo trovasse chi avesse orecchie per ascoltare … mentre però ha fatto come quel contadino che nasconde vuole che i suoi ascoltatori facciano anch’essi come quello stesso contadino: vendano tutto per acquistare il campo in cui c’è il tesoro!…

Allora la prima domanda che la liturgia di questa domenica ci pone è essenziale: abbiamo trovato il tesoro? Lo abbiamo riconosciuto come tale? Abbiamo deciso che vale la pena conquistarlo a qualunque prezzo?

Il re Salomone nel passo del Primo libro dei Re che oggi ascoltiamo fa proprio questo: rinunzia a tutto ciò che un qualunque re avrebbe potuto desiderare di chiedere a Dio per conquistare il tesoro più grande: un lev shomea, un cuore ascoltante! E’ questo il tesoro che Salomone vuole per sé: l’ascolto profondo (il “lev” è il cuore ma non nel senso della sede dei sentimenti, ma nel senso del profondo dell’uomo, nel senso del centro vitale di ciascuno)!

In fondo è quanto chiede Gesù con le sue parabole: ascolto che trasformi, che porti frutto, ascolto compromettente e per il quale vale la pena vendere tutto come fanno il contadino del tesoro ed il mercante della perla! L’ ascolto! Senza di esso non si dà discepolo del Regno, non si dà uomo nuovo; un ascolto così genera gioia! Certamente abbiamo notato che il “motore” delle due prime parabole è proprio la gioia: il contadino per la sua gioia va e vende tutte le cose che ha e compra quel campo, il mercante pure lo immaginiamo esultante di gioia (anche se essa non viene esplicitata da Matteo) in quanto quel ritrovamento, frutto di una lunga ricerca, è l’approdo cui anelava con tutto se stesso! I due, grazie a questa esultante gioia, hanno la capacità di compiere una scelta: il tesoro, la perla! Una scelta impone delle rinunzie (vendono tutto il resto!): dinanzi al Regno di Dio è necessario fare un’operazione che oggi i più rigettano, scegliere! La scelta impone necessariamente degli aut-aut rinunziando allo stolto, ed oggi imperante, et-et! Certe somme non sono possibili! Il Regno di Dio, l’Evangelo, impone delle scelte e quindi delle rinunzie! Ci sono delle vendite, dei no a cui chinare il capo!

Se si vuole il “lev shomea” bisogna essere disposti a operare dei tagli! E’ duro ma è necessario, è vitale! L’ Evangelo ci chiede un vero discernimento su ciò che oggi nelle nostre vite va venduto! Le parabole di oggi proclamano un primato assoluto del tesoro e della perla: il contadino ed il mercante vendono tutto!  La logica è stringente: tutto ciò che con il Regno non può stare va respinto, venduto; guai a chi pretende di sommare le vie del Regno e  le vie del mondo!

Per questo discernimento è necessaria una grande sapienza, una sapienza che è solo dono dall’alto (è un dono che Salomone chiede!) e che fa del discepolo uno scriba sapiente che sa trarre dal suo tesoro cose nuove ed antiche … questo detto con cui si chiude il discorso in parabole secondo molti è un autoritratto di Matteo (in greco discepolo si dice “matheteuthéis” che ha una assonanza significativa con il nome “Maththaȋos”!). Che significa quel detto di Gesù? E’ la capacità che bisogna  avere di leggere la parola dell’Evangelo in ogni tempo, in ogni situazione e di farla diventare parlante e provocatoria in ogni contesto storico e bisogno delle comunità credenti! E’ la capacità di ascolto profondo che è ascolto della Parola e della storia, capacità di fare sintesi in modo che i segni dei tempi (cfr Mt 16,3) facciano leggere la volontà di Dio e la Parola sia chiave e provocazione per la storia e per gli eventi.

Oggi ascoltando questo Evangelo risuona per noi una domanda di Gesù che ci provoca dopo queste tre domeniche in cui siamo stati condotti nel paese delle parabole: Avete capito tutte queste cose? Cioè, le avete messe nel cuore a costo di qualunque vendita?

La parabola della rete a conclusione della gran serie di parabole di queste domeniche è una consolazione che Gesù dà a chi ha il coraggio di farsi discepolo di questo Regno che è Lui è venuto a seminare nella storia! E’ una parabola che se letta superficialmente sembra un doppione di quella della zizzania; in realtà sono tutte e due parabole di separazione, di discernimento ma, mentre la parabola della zizzania mette l’accento sulla presenza conturbante del male assieme al bene e sull’atteggiamento di speranza che bisogna nutrire con cuore paziente, la parabola della rete si sbilancia sulla “sorte” finale dei figli del Regno! Essi splenderanno come sole nel regno del Padre loro: davvero per questo vale la pena qualunque rinunzia!

Colui a cui il paese delle parabole ha insegnato davvero qualcosa avrà la capacità di attraversare la storia quale scriba sapiente con occhio profondo e cuore pronto!




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