XIX Domenica del Tempo Ordinario – Vieni!


UNA PAROLA ASCOLTATA CON FIDUCIA
 

1Re 19, 9a.11-13a; Sal 84; Rm 9, 1-5; Mt 14, 22-33

 

Passaggio del Mar Rosso Michelangelo (particolare) - Cappella Sistina

Passaggio del Mar Rosso, Michelangelo – Cappella Sistina (particolare)

Il passo dell’evangelo di questa domenica si apre con la fede di Gesù e si conclude con la fede che la Chiesa deve avere e nutrire.

Dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù si ritira in preghiera. Non ci è dato di sapere molto di questa preghiera segreta di Gesù al Padre. Certo Gesù sa pienamente di essere il Figlio, ed entrare in quell’intimità esprime questa completa consapevolezza: in quest’ora di intimo colloquio la piena e vera umanità di Gesù vive però di fede e non di visione; Gesù crede nel Padre e nella sua presenza, crede che il Padre lo ascolta (cfr Gv 11, 42); in quell’ora di intimità Gesù sente il Padre, proprio come Elia sull’Oreb, nel silenzio trattenuto in cui Lui si manifesta, e in quel silenzio Gesù si confronta con la volontà del Padre per verificare le vie che sta percorrendo nella sua missione. Tutto questo, però, sempre nella fede; questo ci deve essere ben chiaro: nessuna “visio beatifica” per Gesù, nessuna esenzione dalle vie impervie e faticose della fede.

Il racconto di Matteo passa poi da questo silenzio trattenuto, in cui Gesù prega, al fragore di una tempesta che vede i discepoli a lottare con la paura che è la vera antitesi della fede. Il racconto però si chiuderà con una solenne professione di fede da parte dei discepoli: Tu sei veramente il Figlio di Dio!

E’ chiaro: per l’Antico Testamento comandare alla potenza impressionante del mare è solo di Dio. Fu già questa l’esperienza fondante della fede di Israele; il popolo uscito dall’Egitto ebbe a che fare con l’invalicabile ostacolo del Mar Rosso e lì vide la potenza del Signore sulle acque; ora sul lago di Genezareth i discepoli sono impressionati dal dominio di Gesù su quelle acque tempestose, che non solo saranno placate da Lui ma sulle quali lo vedono camminare. E’ la potenza della Pasqua di Cristo che qui Matteo già ci fa intravedere.
La quarta veglia della notte di cui Matteo parla non può non richiamare “la veglia del mattino”  in cui il Signore travolse i carri degli egiziani (cfr Es 14,24): è dunque il Cristo pasquale che qui si mostra vittorioso sugli abissi del male, ed il suo «Io sono!» richiama con potenza il nome divino rivelato proprio nell’Esodo.

Questa scena sul mare è una chiara metafora della situazione della Chiesa all’indomani della Pasqua: la barca della Chiesa sarà avvolta tante volte dai flutti impetuosi della persecuzione, dell’incomprensione, della morte, del peccato, del suo stesso peccato, della terribile possibilità che la Comunità dei discepoli si faccia travolgere da dinamiche mondane,che seducono e che le stravolgono il volto…
Come dominare questo mare di male? Come salvare la fragile barca della Chiesa di Cristo? L’evangelo di questa domenica risponde che c’è solo una via: la fede.

Matteo, riprendendo il racconto parallelo di Marco (6, 42-52), aggiunge l’episodio di Pietro che cammina anch’egli sulle acque. Credo che il centro del racconto di Matteo sia proprio qui. Pietro cammina sulle acque, ma non per propria virtù; tutto dipende dalla parola di Gesù: Vieni! E’ quella parola che sostiene i piedi di Pietro sul tumulto delle acque, è quella parola ascoltata con fiducia.
Quando la fede viene meno, o sopravanza la presunzione, le acque impetuose tentano di sommergere Pietro; Matteo consegna alla Chiesa il grido di Pietro, lo consegna  alle nostre vite credenti: Signore, salvami! E’ un grido che ha la sua forza nella duplice coscienza della propria impotenza e della potenza di Cristo, che rende possibile l’impossibile.

E’ la fede del discepolo, è la fede della Chiesa che permette che si cammini nelle contraddizioni e nelle tempeste della storia; non solo nelle tempeste che sono le opposizioni e le persecuzioni, ma anche e soprattutto – come già dicevo – nelle tempeste che sorgono dentro, nelle tempeste che sono le tentazioni lusinghiere di mondanità, di potere, di indifferenza… cose tutte che sfigurano il volto della Chiesa, sommergendo la sua barca in flutti violenti e impietosi.

La scena di Pietro che cammina sulle acque per Matteo ha ancora un senso, ed è un monito che è importante che la Chiesa colga: ciò che conta non è tanto imitare Gesù, ma seguirlo; se Pietro pretende di imitare Gesù fallisce, basta un colpo di vento… Se invece vuole seguirlo tutto diviene possibile. Quando è che Pietro comincia  a seguirlo e smette di fidarsi di sè? Solo quando grida Signore, salvami!

Dov’è la differenza tra imitare e seguire? Non è tanto in ciò che si fa, ma è nello spirito di ciò che si fa: quando crediamo di poter fare senza di Lui, o quando ci mettiamo nelle sue mani e gli gridiamo di salvarci. In pratica il problema è quando ci fidiamo di noi o quando ci fidiamo di Cristo Gesù.

Solo la sua voce e la sua mano sono forza e pace per la Chiesa. Quando lasciamo poco spazio alla speranza perché avviliti dalle forze contrarie, esterne ed interne, è necessario immergersi nella fede, ed in essa volgere l’orecchio alla sua parola e tendere la mano alla sua mano! E allora la tempesta si placa e si può riposare in Lui e con Lui.

E si può ricominciare la lotta!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XVIII Domenica del Tempo Ordinario – Moltiplicare il pane


UNA FATICA CHE IN GESÙ TROVA FECONDITÀ

 

Is 55, 1-3; Sal 144; Rm 8, 35.37-39; Mt 14, 13-21

 

Ravenna, S. Apollinare Nuovo, Moltiplicazione dei pani e dei pesci

Moltiplicazione dei pani e dei pesci – S. Apollinare Nuovo (Ravenna)

Se si segue Gesù per amore, come le folle di questo racconto evangelico che culminerà nella moltiplicazione dei pani, non si fanno calcoli, si parte e basta!
Si sta dove Lui sta, fosse anche un deserto… perchè l’amore rende avventati!
Così sono queste folle di cui ci narra Matteo, ma così sono – in fondo – anche i discepoli… si segue Gesù e basta! La sua parola attrae e “seduce”, e non si può fare a meno di seguirlo quando veramente lo si è incontrato, e lo si è incontrato per quello che davvero Lui è: il solo che ha parole di vita (cfr Gv 6, 68)! Le folle hanno intuito questa verità, e non fanno calcoli di tempo o di provviste.

Gli apostoli si accorgono di questa imprudenza, e danno un consiglio dettato dal solito buon-senso: è opportuno tornare indietro, andare lì dove si trova ciò che è utile e rispondente a tutti quei bisogni “dimenticati” per stare con Gesù… Notiamo infatti che non sono le folle a chiedere pane, sono i discepoli che quasi “tornano in se stessi”, rendendosi conto di quella avventatezza.

Come al solito la risposta di Gesù spiazza. Non c’è bisogno che vadano altrove per soddisfare quei bisogni “dimenticati”: la soluzione è in quello stesso deserto in cui si sono inoltrati per seguire Lui; i discepoli, così, ricevono un ordine incomprensibile: “Date loro voi stessi da mangiare”.

Le loro risorse sono però davvero risibili: cinque pani e due pesci. E’ vero: quando ci si mette alla sequela di Gesù le nostre risorse sono sempre scarse ed insufficienti rispetto alle domande che Lui ci fa, rispetto alle vere necessità della sequela e del rimanere con Lui.

Che fare? E’ necessario consegnarsi a Gesù. Quando Gesù ci cattura (cfr Fil 3,12), solo Lui è la risposta alle nostre vite. Catturati da Cristo, catturati dal suo amore, solo nel suo amore possiamo trovare risposte piene dinanzi alle nostre insufficienze. La cosa meravigliosa è essere “caduti” nelle mani di Dio… Sì è meraviglioso essere sedotti da Lui, è meraviglioso diventare “avventati” per Lui…
E’ vero che l’autore della Lettera agli Ebrei dice che “è terribile cadere nelle mani di Dio” (cfr Eb 10, 31), ma è terribile per chi a quelle mani non vuole affidarsi; è terribile per chi di quelle mani ha paura, per chi disprezza quelle mani…
La folla di questa scena di Matteo è caduta nelle mani di Colui che la ama (ne sentì compassione … una compassione viscerale, materna, come ci suggerisce il verbo greco “splanchnίzo”).

Il suo amore moltiplica il nostro poco e lo rende molto per moltitudini. Il poco dei discepoli diventa cibo abbondante per quelle folle “sventate” … quelle folle che si sono fidate di Lui. Che grande libertà è mettersi a quella sequela senza fare calcoli o previsioni!
In questa libertà di amore si incontra un amore libero e pieno, che rende capaci le nostre vite di ciò che pareva impossibile.
I deserti fioriscono, e le povertà diventano abbondanza nelle mani del Messia Gesù. E’ meraviglioso stare nelle sue mani.

La scena della moltiplicazione dei pani ha certo una valenza teologica collegata da Matteo all’Esodo, in cui nel deserto il Signore provvide il pane per quelli che di Lui si erano fidati, per quelli che si erano “imbarcati” in una vicenda “folle” lasciandosi alle spalle un Egitto sì di catene, ma anche di sicurezze, per un deserto libero ma colmo di incertezze. Il richiamo a Esodo Matteo lo dà con quella chiara reminiscenza che emerge nell’espressione “cinquemila uomini senza contare le donne e i bambini  (cfr Es 12,37).
Lo stesso racconto è anche profezia del banchetto eucaristico in cui la nostra povertà, offerta all’altare di Cristo, diviene ricchezza infinita del suo Corpo e del suo Sangue per la nostra vita; per questo è anche il banchetto messianico che Davide imbandì simbolicamente quando benedisse il popolo nel nome del Signore e, a tutto il popolo di Israele, distribuì una pagnotta per ciascuno (cfr 2Sam 6, 19).

Per Israele compito del Re-Messia è assicurare il pane al popolo e qui Gesù compie proprio un gesto profetico e rivelativo per dichiarare, sulla linea di quell’episodio di Davide, di essere proprio Re-Messia. Il tutto è infatti preceduto dal ritirarsi di Gesù; in questo fare “anachòresis” è come se Gesù cercasse spazi di intimità con se stesso e con il Padre, spazi con cui rifugge dal dover rivelare tutto apertamente e “pericolosamente”.
Il pericolo Gesù lo coglie nei fraintendimenti possibili della sua realtà e missione…
Le folle qui tuttavia diventano per Gesù un richiamo forte; la loro presenza insistente e tutta abbandonata a Lui senza calcoli diventa per Gesù una domanda di rivelazione; la commozione del suo cuore diventa guarigione delle loro infermità, ma soprattutto rivelazione di essere il Re-Messia che provvede pane al suo popolo. Così, con un gesto di amore, Gesù spezza quei pani e dona vita e promesse.

Il gesto di moltiplicare il pane richiede però da Gesù un pane già esistente, quei cinque pezzi di pane… Gesù non fa “che le pietre diventino pane” (cfr Mt 4, 3), come aveva suggerito il diavolo in un altro deserto: fare del pane dalle pietre sarebbe un cedere alla tentazione di saltare l’umano e la fatica dell’umano; moltiplicare invece il pane è altro…è la fatica dell’uomo che in Gesù trova fecondità e moltiplicazione; direi che trova trasfigurazione.

Quel pane abbondante è poi consegnato alla Chiesa come ulteriore mandato: ai discepoli aveva detto “Date loro voi stessi da mangiare”…ma questo vale per sempre!
E le dodici ceste avanzate ne sono un segno: la Chiesa è chiamata a narrare il Messia nutrendo e fecondando l’umano, è chiamata a essere risposta a chi rischia se stesso per essere con Gesù, per cercare in Lui il senso della storia. La Chiesa, nei deserti che si aprono dinanzi ai cercatori di Dio, deve spalancare le vie di Cristo e non le vie asfittiche del buon-senso; la Chiesa dovrà incoraggiare a restare nel deserto, lì dove Cristo chiede di stare per lottare in sua compagnia, e non deve spingere a tornare “nei ranghi” delle logiche mondane, dove tutto pare più facile.
Facile però non significa vero.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XIX Domenica del Tempo Ordinario – Nella barca

Come attraversare le acque agitate della storia?

 1Re 19,9a.11-13a; Sal 84; Rm 9,1-5; Mt 14, 22-33

 

Il brano evangelico di oggi si apre con il ritirarsi di Gesù per la preghiera … dopo aver imbandito il banchetto messianico, Gesù cerca le radici della sua identità, della sua vocazione, della sua missione; va presso il Padre mentre i discepoli, nella barca, affrontano le onde del lago … non ci sfugge, se siamo abituati a penetrare le Scritture, che qui Matteo ci mette dinanzi ad un’icona formidabile del “tempo della chiesa”; infatti, il fatto storico della preghiera di Gesù che cerca il Padre nel silenzio e sta con Lui, diventa immagine della sua eterna intercessione alla destra del Padre mentre la barca sballottata dall’improvvisa tempesta diventa icona della Chiesa che attraversa la storia e le sue tempeste sulla fragilità della sua barca. Una fragilità che Matteo assume per mostraci, senza idealizzazioni, cosa è davvero la Chiesa: una comunità sempre tentata di incredulità, sempre tentata di voler fare da sola, sempre tentata di idolatria dei propri “remi” e delle proprie “vele” … Nel racconto di Matteo è il Signore che chiede ai suoi di precederlo sull’altra riva (anzi il testo greco, più precisamente, dice che li “costrinse”): la Chiesa ha ricevuto l’ “ordine” di attraversare la storia esponendosi, rischiando, dovendo attraversarne le tempeste ed i venti contrari.

Il problema di questo racconto è: “come attraversare le acque agitate della storia?” Il testo in primo luogo afferma che, in questo tempo, Gesù c’è ed alla sua Chiesa, pure nelle tempeste, dice con tenera sollecitudine: Coraggio, Io-sono! Non abbiate paura! Una presenza la sua che chiede responsabilità, cioè capacità di dare risposte. Quali?

Pietro, nella narrazione di Matteo (il passo parallelo di Marco al capitolo 6, 45-52 non conosce questo “audace” intervento di Pietro!), è occasione per mettere in risalto un pericolo grande per chi, dinanzi a Gesù, ha una pretesa assolutamente fallimentare ed orgogliosa: quella di imitarlo! L’imitazione di Cristo, categoria pure così diffusa ed amata specialmente nella spiritualità d’occidente e che ha fatto tanto bene nella vita di tanti cristiani, contiene in sé un pericolo: la pretesa di essere come Lui per proprio “sforzo”, per propria capacità … Pietro chiede che Gesù lo faccia suo imitatore, ma fallisce e nell’imitazione scopre tutti i suoi limiti e il vento e la violenza della tempesta lo sopraffanno; vincerà solo quando griderà:  Signore, salvami!

Non si tratta, allora, di mera imitazione, ma di sequela dietro Uno che è capace di dominare le “acque di morte”. Certo sullo sfondo c’è la suggestione dell’episodio del Passaggio del Mar Rosso, in cui il Signore passa sul mare con “invisibili impronte” (cfr Sl 77,20; Is 43,16) … un’icona pasquale che amplia il quadro che Matteo traccia: si tratta della storia della Comunità credente che, dopo la Risurrezione di Cristo, è chiamata a rendere  testimonianza di sequela del suo Signore!

“Non imitazione, ma sequela!”: ecco ciò che sottilmente Gesù dice a Pietro; “Prova a imitarmi e vedrai che non ne sarai capace se prima non gridi il tuo bisogno d’essere salvato, se prima non decidi di tendere la tua mano fragile verso la mia potenza!”

E chiaro allora che c’è un primato della sequela; poi, eventualmente, ci sarà l’imitazione. Non si tratta di fare come Lui ma si tratta di seguirlo rischiando e osando di mettere il piede fuori dalla sicurezza della barca per posarlo sulle acque di morte! Non è un atto “magico” quello che Gesù concede a Pietro, è piuttosto un esercizio di fede costosa chiamata ad abbandonare ogni presunzione di imitazione per cercare di mettere i piedi su quelle orme invisibili di cui già cantava il Salmo 77!

Pietro, “di piccola fede”, (è un “oligopistòs”, “di piccola fede” e non un “apistòs”, un “senza fede”!) dovrà imparare a proprie spese a fidarsi, ad aderire a Gesù; cessa di affondare quando si lascia afferrare da Gesù, quando aderisce fisicamente a Lui: chi pretende di imitarlo si pone “di fronte” a Gesù, chi vuole seguirlo aderisce, “fa storia” con Lui … Il tempo della Chiesa va vissuto in questo atteggiamento di fondo che è la sequela nella piena adesione a Gesù.

E quando questo accade il vento cessa e si fa la scoperta della tenerezza di Dio nel silenzio e nella pace che invadono il cuore.

L’esperienza di questo vento che cessa e tace ci riporta all’esperienza di Elia che la prima lettura tratta dal Primo libro dei Re ci ha fatto ascoltare; Elia in quel momento della sua vicenda deve approdare ad un Dio che gli chiede di riconoscerlo in un “silenzio trattenuto” (il testo ebraico dice “una voce sottile, quasi silenzio”).

In fondo l’Evangelo di oggi parte da un silenzio, quello che Gesù cerca sul monte nella preghiera – ed è bello pensare a Gesù che, come Elia, dopo il tumulto delle folle, cerca il Padre suo “in una voce sottile, quasi silenzio” – ed approda ad un altro silenzio “nella barca” di Pietro ove il vento tace quando viene dato accesso a Gesù. E questo accade quando ci è chiaro che abbiamo una sola primaria necessità: lasciarci afferrare e salvare da Lui, senza pretese di autosufficienza. Ogni pretesa simile ha solo esiti disastrosi e bisogna guardarsene con fermezza anche perché il mondo millanta ogni autosufficienza come virtù suprema e come meta desiderabilissima tacciando di debolezza ogni affidamento e ogni riconoscimento di fragilità! Quella mano tesa di Pietro e la stretta forte e tenera di Gesù ci raccontano un’altra storia … una storia che è un evangelo, una bella notizia che ci dice che al di là delle nostre fragilità, debolezze, stolte pretese di autosufficienza c’è un Salvatore misericordioso che attende il nostro grido e la nostra adesione con tenera e ferma speranza.




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XVIII Domenica del Tempo Ordinario – Il “miracolo” della condivisione

IL PANE EUCARISTICO, SEME DI CONDIVISIONE E SERVIZIO

 Is 55,1-3; Sal 144; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21

 

Il racconto della moltiplicazione dei pani (il primo, perché l’Evangelo di Matteo ne racconta un altro molto simile al capitolo successivo) segue la narrazione della morte del Battista; Gesù ne riceve la notizia dai discepoli dello stesso Giovanni che lo avevano sepolto (cfr Mt 14, 1-12). La morte del Precursore è un confine che la vicenda di Gesù qui attraversa. Finito il tempo dell’annunzio iniziale, il tempo dell’attesa (e il Battista incarnava proprio questo annunzio e questa  attesa), il Messia Gesù, che fino a quel momento aveva insegnato nelle sinagoghe, operato guarigioni e annunziato l’Evangelo, deve compiere qualche altra cosa che ancora riveli la sua identità e che possa essere colta da chi ha il cuore disposto a leggere l’opera di Dio nelle trame della storia: deve preparare il banchetto messianico! Il Messia provvede al popolo che salva e provvede accogliendolo ad un banchetto che è comunione e tenerezza. Già i profeti avevano prefigurato i tempi messianici con l’immagine di un banchetto (cfr Is 25, 6-9; e lo stesso passo di Isaia che oggi costituisce la prima lettura) e ancor prima il re Davide aveva inaugurato la presenza dell’Arca Santa nella città di Gerusalemme con un banchetto in cui lui stesso aveva offerto pane ad ogni presente (cfr 2Sam 6,19). Certo poi alle spalle della narrazione ci sono gli episodi simili di Elia ed Eliseo in cui i due profeti danno pane agli affamati (cfr 1Re 17,14 e 2Re 4, 42-44) e poi per Matteo questo miracolo ha pure, e volutamente, una funzione prefiguratrice dell’Eucaristia che sarà il vero banchetto messianico della nuova Alleanza. Matteo, infatti, fa compiere a Gesù gli stessi gesti dell’istituzione dell’Eucaristia durante l’ultima cena (cfr Mt 26,26): Presi i pani e i due pesci … disse la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli …

I miracoli (Giovanni nel suo Evangelo amerà parlare di segni) sono certamente qualcosa di straordinario ma questo miracolo, nello straordinario, custodisce una realtà che dovrà essere assolutamente umile ed ordinaria: quel pane spezzato che, per tutto il tempo della Chiesa, i discepoli dovranno accogliere e riconoscere quale luogo della presenza di Gesù il Messia, quale luogo della sua sollecitudine dinanzi alle nostre stanchezze, alla nostra fame, al nostro dimorare in deserti senza speranza, al nostro vivere in una luce vespertina che ci fa sembrare tanto lontana ed irraggiungibile la casa della comunione e della fraternità; nel tempo della Chiesa il pane eucaristico sarà nutrimento, speranza, forza per camminare nella storia. Il pane eucaristico nel tempo della Chiesa sarà concreta, tangibile ma umilissima presenza che ricorderà, a quanti sapranno lasciarsi sedurre dall’umiltà di Dio, che nulla può separarci dall’amore di Dio, quell’amore che, a pieno, ci è stato mostrato e donato in Cristo Gesù crocefisso e risorto!

Paolo, nel celebre passo della Lettera ai cristiani di Roma che oggi leggiamo, esamina con meticolosa attenzione ogni altezza, ogni profondità, ogni grandezza, ogni dolore, ogni avversità, ogni persecuzione, ogni morte che ci aggredisce e afferma con invincibile certezza che nessuna di queste realtà, pur concretissime e potenti, è più forte dell’amore di dio che Gesù ci ha fatto “conoscere”! Paolo ha sperimentato nella sua carne, nella sua storia, sui suoi sentimenti quanto tutto questo potesse essere vero …

Il passo dell’Evangelo di oggi mostra un gesto di Gesù che va al di là del prodigio e che, come ogni suo gesto consegnatoci dalla Scrittura, ci chiede di guardare oltre; d’altro canto le parabole volevano proprio “educare” l’ascoltatore di Gesù a questo sguardo penetrativo, spiritualmente “intelligente”; Gesù spezza il pane della sua presenza per quelli che hanno avuto il coraggio di lasciare le sicurezze per giungere con Lui al “deserto”, cioè dove non c’è altri che Lui! Lo offre a quelli perché lo consegnino a tutti; il pane che offre, infatti, è pane di condivisione e di comunione; notiamo che, nasce sì da un gesto straordinario di Gesù, ma non obbedisce alle logiche diaboliche che già Gesù aveva respinto nel “suo” deserto delle tentazioni: Fa’ che queste pietre divengano pane! Si badi che Gesù non fa questo, qui non salta la “fatica” che il pane racchiude in sé, non salta la comunione che il pane seminato come grano, curato nella crescita, mietuto, macinato, impastato, infornato e distribuito porta in sé come messaggio umanissimo! In questo “deserto” di Galilea non sono le pietre a trasformarsi in pane ma un pane vero condiviso e offerto si moltiplica, diviene bastante per tutti! E’ il “miracolo” grande della condivisione! E su questo si dovrebbero aprire squarci profondi di riflessione sul nostro modo di vivere nel mondo, nella storia!

I discepoli sono fatti da Gesù ministri, servi di questa condivisione: Li diede ai discepoli e i discepoli alla folla. E qui lo sguardo dell’evangelista e del lettore si stende lontano, verso la vita della Comunità ecclesiale che deve sempre ritrovare questo clima: condivisione e servizio reciproco; condivisione e servizio ricevuti da Gesù stesso: è Lui che prende i pani condivisi e li moltiplica, è Lui che li mette tra le mani dei suoi perché si facciano servi di comunione, servi di una condivisione concreta, fattiva, vitale, esistenziale, costosa.

Di questa dinamica l’Eucaristia è sacramento, è segno potente che custodisce quell’amore da cui nulla potrà mai separarci e dona la forza di condividere e di servire. Se il pane eucaristico non diviene seme di condivisione e di servizio rischia di diventare rito, rischia addirittura di diventare idolo, oggetto di una religione che acquieta e illude di giustizia!

E sarebbe tremendo! Ma forse, purtroppo, è già tante volte tremendo!




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