XX Domenica del Tempo Ordinario – Un pane sovrabbondante


DAL PRODIGIO AL SEGNO 

 

Is 56, 1.6-7; Sal 66; Rm 11, 13-15.29-32; Mt 15, 21-28

 

Cristo e la Cananea, Annibale Carracci (Parma, 1595)

Cristo e la Cananea, particolare. Di Annibale Carracci (Parma, 1595)

Che strano l’evangelo di questa domenica d’estate! Un evangelo in cui i soliti ruoli sono sovvertiti, negati in qualche modo, per lo meno nell’apparenza: un Gesù che non mostra compassione dei discepoli che si fanno intercessori (forse più per fastidio che per convinzione: “Vedi come ci grida dietro!”), e una pagana che “converte” il Figlio di Dio!
Incredibile!

Matteo, che pure ci tiene a che Gesù non varchi il confine di Israele (per Marco nel passo parallelo non è così! cfr Mc 7,24), mette sulle labbra di Gesù l’esplicito comando ai suoi di “non andare dai pagani” (cfr Mt 10,5ss), e pone qui una scena che ha per protagonista una pagana, una pagana che va da Lui.
E’ lei che ha sconfinato, è lei che si avvicina a Gesù e lo chiama con titoli di grande spessore: “Signore e Figlio di Davide!”…e Davide aveva dato pane a tutto il popolo (2Sam 6,19) così come Gesù ha appena fatto (Mt 14, 13-21)…
Il pane equivale alla vita, e quel pane dato da Gesù è stato sovrabbondante (le dodici ceste avanzate!), perchè quando Dio dà la vita la dà in sovrabbondanza e nessuno rischia di restare senza…
La donna sembra quasi sapere di questa sovrabbondanza quando parla del pane che cade dalla  tavola dei figli.

A Gesù – che pare insensibile e chiuso – la donna ricorda quella sovrabbondanza di pane; e Lui, che non si era fatto smuovere nè dai titoli teologicamente corretti che gli aveva dato, nè dalle sue grida, nè dalle sue invocazioni nè dal racconto delle sofferenze della sua figlioletta, si lascia smuovere da quest’umile notazione: il suo pane è tanto sovrabbondante che cade dalla tavola dei figli!

Gesù non ha degnato la donna di una parola, per poi dirle parole perfino scortesi nel paragonarla ad un cagnolino (si ricordi che “cane” per un ebreo corrispondeva a “pagano”); la donna – nel riconoscere che quel che ha detto Gesù è vero – non nega la parola di Gesù, ma si richiama proprio ai doni che sono scaturiti dalla sua parola. Questo – incredibile! – apre gli orizzonti delle prospettive della missione di Gesù.

Il rifiuto e la freddezza di Gesù provenivano dalla convinzione che un’azione miracolosa fuori dal popolo di Israele non corrispondesse ai progetti del Padre, e che il Padre l’avesse inviato ai soli figli di Israele. Questo certo non escludeva che l’Evangelo dovesse poi raggiungere tutti gli uomini, come già i profeti avevano detto, e come oggi abbiamo sentito nella prima lettura in un oracolo di Isaia. Ma Gesù sa che Lui deve predicare ad Israele, che è il Messia di Israele. Poi sarà l’Israele fedele a far giungere l’Evangelo fino ai confini della terra.
D’altro canto per Gesù i miracoli devono essere segni leggibili, e solo Israele aveva la chiave per leggerli. Gesù, infatti, aveva risposto agli inviati del Battista con un “collage” di una serie di citazioni di Isaia attraverso cui un ebreo poteva leggere la sua identità proprio guardando a quelle opere di salvezza (“i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati e i sordi odono, i morti sono svegliati e i poveri evangelizzati” cfr Mt 11,5).

La donna, essendo fuori dalla tradizione ebraica, come potrebbe leggere un gesto miracoloso? Il rischio era che lo leggesse solo come un prodigio, e non come un segno! E Gesù – quindi – rifiuta!

La donna però, con la sua fiducia in Gesù e con la sua straordinaria intuizione dell’abbondanza dei doni di Lui, dimostra di saper leggere oltre il gesto che gli chiede: ella mostra a Gesù la possibilità che i lontani si nutrano, fin da quei giorni, di quel pane sovrabbondante che è l’annunzio dell’Evangelo che dà la vita… e non disconosce – sdegnata – il suo “status” di cagnetta (cioè di non-figlia!), ma lo accetta ponendosi in una condizione di speranza!
La sua è dunque la speranza del creato tutto che attende la rivelazione dei figli, come scriverà Paolo (cfr Rm 8, 19-22). E Gesù apre il suo cuore ad orizzonti più vasti e più immediati…compiendo il prodigio che ora sa che la donna sa leggere come segno. Gesù ha capito che questo prodigio è un segno anche per Lui stesso!

Non dobbiamo aver paura di affermare che Gesù abbia imparato da questa donna; la sua vera umanità è talmente vera che ha dovuto e voluto fare anche la fatica di una comprensione sempre maggiore di se stesso e della missione che il Padre gli aveva dato da compiere.
Non bisogna temere questa visione dell’umanità senza sconti di Gesù. Essa, infatti, spalanca a noi la meraviglia dell’amore di Dio che, per raggiungerci, non ha ricusato nessuna delle nostre fatiche; in questo essere davvero nelle nostre fatiche, il Figlio di Dio ci ha salvati! Ci ha salvati prendendo su di sè tutte le nostre lotte e le nostre fatiche, anche la fatica dolorosissima di lottare contro le proprie visioni e le proprie convinzioni.

Questo Gesù che “si converte” convince ancor più della sua divinità e della bellezza del nostro Dio,  che vuole essere con noi fin nel profondo delle nostre fatiche umane.

Così Gesù è veramente  via per noi e per le nostre lotte e per le nostre “conversioni”…

 

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Apostola e Profetessa del Signore

 Is 56,1.6-7; Sal 66; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

Oggi un passo evangelico davvero difficile, per certi versi imbarazzante … gli Evangeli ci mostrano spesso un Gesù duro, netto, sferzante … ma con gli ipocriti, con quelli che presumono d’essere giusti, con quelli che usano o disprezzano gli altri, non con i sofferenti, i poveri, gli ultimi, i peccatori. Qui, invece, Gesù è duro con una povera donna piena di dolore a causa di una figlia tormentata dal male; ed ecco un Gesù prima incurante (Non le rivolse neppure una parola), poi netto in un programma ben chiaro al suo cuore e alla sua vocazione (“Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”) e poi ancora, vorrei dire, offensivo (“Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”) e, in Matteo, rispetto alla narrazione di Marco, è ancor più duro in quanto Marco gli faceva dire: “Lascia prima che si sazino i figli”, insomma i cagnolini devono aspettare ma poi avranno il pane … qui in Matteo non è così: non c’è alcun turno da aspettare! Sì, è vero che Gesù non dice “cani” ma “cagnolini”, ma è pur sempre vero che la parola rimane offensiva, dura e, sulle labbra di un ebreo, anche con il sapore di un “luogo comune”: cani era il modo spregiativo di riferirsi ai “non ebrei”, ai pagani!

Insomma un Gesù che non ci aspettiamo e che a volte ci si arrampica sugli specchi per “difendere” (come sono strani i credenti che pretendono di “difendere” Dio!!); è più semplice pensare che qui l’Evangelo ci voglia mostrare il lato umanissimo di un Gesù che, convinto delle sue vie e prospettive ne esclude altre! In Matteo, si badi bene, rispetto al racconto di Marco, Gesù non sconfina dalla terra di Israele, va solo verso i territori pagani … è la donna che sconfina e  che quindi lo mette dinanzi ad una realtà con cui fare i conti: gli altri, i lontani, i “cani” che però possono essere luogo di una fede grande.

Nel suo percorso umanissimo (non dimentichiamo mai l’autentica formulazione della fede cristiana che dice che Gesù è vero uomo!) Gesù deve “convertirsi”, non nel senso di passare dal male al bene, ma nel senso originario di “voltarsi verso”, di mutare vie, di accogliere una volontà del Padre ulteriore, una volontà altra che si mostra “in itinere”; la donna cananea, possiamo dire, è un’inviata a Gesù per dirgli di spalancare gli orizzonti!

La Chiesa di Matteo, destinataria dell’Evangelo, una comunità tutta proveniente in massima parte dal giudaismo e malata di particolarismo, ne aveva probabilmente molto bisogno … e ne ha bisogno oggi la nostra società pure malata di paura dell’altro, del diverso, dello straniero; in questa situazione, che è purtroppo sotto i nostri occhi, noi cristiani non possiamo e non dobbiamo permettere che tra noi allignino mentalità “protezioniste”, “esclusoniste” che gioiscono del disagio del profugo, dello straniero, del diverso; non possiamo permettere accesso al cuore delle comunità ecclesiali di logiche che, falsamente si schierano in difesa dell’ identità cristiana ma lo fanno contro gli altri e solo per difendere i propri benesseri!

Ad un comunità che corre questi rischi Matteo narra questa storia straordinaria del Figlio di Dio che si lascia “convertire” dalla preghiera di una donna che non avanza diritti ma chiede grazia, che non pretende di essere come il popolo delle promesse e dell’alleanza, ma chiede di essere accolta per quello che è! Alcune Chiese dell’oriente cristiano bene fanno a venerare questa donna pagana e anonima con il titolo grande di “Apostola e Profetessa del Signore”, in quanto inviata dal Padre al Figlio perché aprisse il cuore alla rivelazione alle genti. In fondo così facendo Gesù doveva ancora porsi come compimento di parole come quelle di Isaia che oggi abbiamo ascoltate; parole di un “sogno”: Il Tempio di Gerusalemme casa di preghiera per tutti i popoli!

Già il segno della moltiplicazione dei pani che, possiamo dire, incornicia con la sua duplice narrazione (cfr Mt 14,13-21 e Mt 15,29-39) il passo di oggi, ci diceva che il pane che il Messia dà ai figli è sovrabbondante tanto che ne avanzano ceste e nell’uno e nell’altro caso; insomma c’è anche il pane per i cagnolini che per la fede, come quella donna cananea, si trasformano in figli, parte del popolo santo che Dio si è scelto!

Gesù qui abbatte le barriere del “luogo comune” ed attiva la corsa dell’Evangelo per tutte le strade del mondo. E’ incredibile ma il Maestro ha “imparato” dall’umile ma grande fede di una povera donna! E’ il mistero grande, umile e sublime della vera incarnazione di Dio! Il passo di oggi ce la fa prendere sul serio!




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