XXII Domenica del Tempo Ordinario – A ciascuno la propria Croce



…QUESTA E’ LA SEQUELA DI GESU’!

 

Ger 20, 7-9; Sal 62; Rm 12, 1-2; Mt 16, 21-27

Il Cristo giallo, di Paul Gauguin

Il Cristo giallo, di Paul Gauguin


Pietro ha “confessato” chi è Gesù… è il Messia! E’, dunque, il Figlio di Davide, il re d’Israele.
Ma che significava  tutto questo nel cuore di Pietro? Credo sia necessario capire una cosa: Pietro può arrivare a dire che Gesù è il Messia, ma non può andare oltre. Solo Gesù può dire cosa significa che Lui è il Messia.

La grande fatica che Gesù ha dovuto fare è stata quella di capire la sua identità messianica ma anche quella di reinterpretarla nell’oggi di quella storia, di quell’ora in cui veniva a visitare il suo popolo: il trono di Davide non esisteva più, il Regno di Davide era finito in pratica fin dal 587! Che significato può avere dunque per Gesù essere il Messia?

Gesù comprende, non senza sgomento, che la sua identità messianica si sposa con l’identità profetica, che la sua realtà di Messia coincide con quella di un Rabbi, di un Profeta. Gesù parla dunque di un patire “necessario”…si badi non un patire generico, ma un patire che è morte ignominiosa (“da parte degli anziani”, cioè è riprovazione ufficiale!) e violenta (“sarà ucciso”), una morte inflitta in giovane età.
Se è vero che Davide ha patito, e anche molto e anche da re, è tuttavia anche vero che non ha patito nel modo di cui sta dicendo Gesù; i re, insomma, non hanno prefigurato nulla di quanto Gesù sta dicendo. La morte violenta e ignominiosa l’hanno subita così i profeti.

Nella prima lettura di questa domenica abbiamo letto quello straordinario passo di Geremia in cui il profeta narra del suo dolore, della seduzione che ha sentito da parte di Dio e del dolore che ne è derivato, “obbrobrio e scherno ogni giorno”.
Gesù certamente ha dinanzi agli occhi questa esperienza di Geremia, ma è provocato soprattutto da quella figura misteriosa del Servo di Adonai, cantato dal Secondo Isaia nei suoi celebri carmi… Qui è l’originalità unica dell’interpretazione che Gesù fa del suo messianismo: un’interpretazione estranea ad Israele, e dunque estranea anche ai discepoli ed in questo caso specifico a Pietro.
Questi l’aveva chiamato Messia ma non ha capito cosa davvero diceva: certamente ha detto la verità, s’è lasciato guidare dal Padre, si è “guadagnata” per questo una beatitudine dalle labbra di Gesù (cfr Mt 16, 17)… ma ora? Beato per la sua attitudine di quell’ora di farsi piccolo poiché “ai piccoli il Padre rivela i suoi misteri” (cfr Mt 11,25), ora è già “diventato grande”: è sicuro di sé, ed ha smesso di pensare secondo Dio! Pietro ora è rientrato nelle logiche di calcolo degli uomini, è rientrato nella “carne e nel sangue”, ed è diventato persino arrogante: forse quella beatitudine l’ha reso vanaglorioso, tanto che osa passare avanti a Gesù rimproverandolo. Tratta Gesù come un bambino che non ha capito bene, cerca di spiegare a Gesù come vadano davvero le cose; e si “guadagna” un bel “Satana”, con le stesse parole con cui Gesù aveva respinto il diavolo nel deserto (“Yupaghe Satana”, qui con la sola aggiunta di “dietro a me”).

La differenza tra il Pietro della beatitudine e quello addirittura chiamato Satana sta nel fatto che il primo si fida di Dio ed il secondo si fida di sè. La beatitudine non è annullata, è invece fondata: si è beati se si lascia il primato a Dio ed alle sue vie, e se si rigettano le proprie vie, i propri pensieri e le proprie comprensioni. Se non si fa così, si costruisce su “carne e sangue” e non su Dio e i suoi progetti.

La seconda parte dell’Evangelo di questa domenica è in parallelo con la prima: bisogna capirlo bene perché è molto importante per noi: la storia messianica di Gesù non può non riflettersi sulla storia di coloro che vogliono seguire Gesù.
Pietro, in fondo, rifiutando la Passione di Gesù, il Messia sofferente, sta rifiutando la propria passione, sta rifiutando il discepolo sofferente. Pietro non si preoccupa tanto di Gesù, si preoccupa di sè: rifiuta di seguire un Messia che, in verità, aveva già detto una parola che ora prende tutte le sue fosche tinte: “un discepolo non è di più del suo maestro” (cfr Mt 10, 24).

Segue uno dei detti più fortemente autentici di Gesù, uno di quelli nei quali possiamo sentire proprio l’accento delle sue parole; è un mashal, un proverbio, volutamente urtante e paradossale: Chi vuol salvare la propria vita la perderà, e invece chi perde la sua vita per causa mia la troverà“.
Il tutto dopo l’invito a seguirlo, prendendo la propria croce: la propria croce è la propria sequela di Lui, è il modo di ciascun discepolo di far morire quell’uomo vecchio che pensa secondo l’uomo e non secondo Dio.
La sequela di Gesù è possibile solo a chi è disposto alla morte dell’uomo vecchio e a chi è disposto a smettere di pensare a sé, a dire no a se stesso….cosa significa rinnegare se non “dire no”?
La sequela è possibile solo a chi è disposto a smettere di avere in cima ai propri pensieri, il salvare se stesso. A Gesù lo diranno fino alla fine: sulla croce dovrà ancora sentire voci “sataniche” che gli grideranno “Salva te stesso!” (cfr Mt 27, 40). Chi salva se stesso, però, perde la vita, perché perde il senso della vita che è nell’amore, e chi salva la sua vita non salva gli altri.

Gesù qui dichiara che i suoi  discepoli non possono non essere che con Lui…chi non entra in questa sua via non è suo discepolo: nessuno si illuda!

Il testo di oggi si chiude con un fugace quanto forte accenno al giudizio finale, in cui il Figlio dell’uomo sarà protagonista: il Figlio dell’uomo renderà a ciascuno secondo il suo agire”. Qui si deve fare bene attenzione, perché non si sta parlando di opere, e di opere buone su cui si verrà giudicati ma si sta parlando di un agire preciso: la sequela di Gesù. Si sarà giudicati, insomma, sulla verità della sequela di Gesù, sulla verità del prendere la propria croce e di dire “no” a se stesso, sulla verità d’essere disposti a perdere la vita.
Si sarà giudicati sul proprio rapporto con Gesù!

Il giudizio, la parola definitiva di senso sulla nostra vita, sarà pronunciato sulla sequela o meno di questo Messia sofferente; sulla scelta o meno di accogliere il rischio mortale di essere discepoli di questo Messia, perdente per il mondo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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 LASCIAMOCI AFFERRARE DALLA GRAZIA

Is 22, 19-23; Sal 137; Rm 11,33-36; Mt 16, 13-20

 

Oggi una domanda su cui davvero “si gioca” tutto: chi è Gesù? Già Matteo aveva fatto risuonare questa domanda altre volte.

Se l’erano posta i discepoli sulla barca dopo la tempesta sedata: Chi è costui che perfino i venti e il mare gli obbediscono? (cfr Mt 8,27) ed è la domanda che, in fondo, si era posta anche Erode Antipa dandosi una risposta: Costui è Giovanni Battista. E’ risorto dai morti per questo ha potere di fare prodigi (cfr Mt 14,2). Dopo questi tentativi di domande Matteo qui vuole farci giungere una prima vera risposta che però poi avrà bisogno di essere approfondita e compresa.

​La domanda è posta da Gesù ai suoi all’estremo confine della Terra di Israele, ai piedi del Monte Hermon, lì dove ci sono le fonti del Giordano. Forse una precisazione geografica non del tutto casuale: la domanda compromettente e la risposta di Pietro vengono pronunciate lì dove c’è vicinanza alle genti, lì dove c’è “apertura” verso orizzonti ulteriori. Insomma la confessione della messianicità di Gesù avviene nella terra di Israele ma al confine dei territori delle genti.

​Domenica scorsa, non a caso, leggevamo di quella “conversione” di Gesù circa il suo rapporto con le genti quando la donna cananea gli aveva fatto spalancare il cuore e le intenzioni oltre i confini di Israele…ora, proprio ai confini della terra di Israele, rivolto quasi verso tutte le genti Gesù pone la grande domanda ai suoi.

​Le risposte che i discepoli danno circa il parere comune su Gesù non sono solo fandonie o fantasie di tipo superstizioso (come la risposta che Erode dà a se stesso di Erode: è un Giovanni redivivo e potentissimo), ma hanno anche uno spessore, e specie nella citazione di Geremia, il profeta sofferente contraddetto dai capi e la cui vicenda di profezia e dolore si svolge tutta a Gerusalemme. Come nella scena della Trasfigurazione, Mosè ed Elia erano segno della necessità della Scrittura per un “ascolto” pieno della parola di Gesù, qui è ancora la Scrittura ad orientare i cuori verso Gesù, ma il cammino non si può fermare a leggere Gesù solo come un ripresentarsi del passato: bisogna cogliere la “novità” di Gesù! E’ quanto riesce a fare Pietro.

​I tre sinottici (ed in fondo anche Giovanni con la risposta di Pietro dopo lo “scandalo” del capitolo 6: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna e noi abbiamo conosciuto e creduto che tu sei il Santo di Dio) sono concordi nell’attribuire a Pietro una confessione messianica di grande portata che segna uno spartiacque nella vicenda di Gesù con i suoi. Per Matteo è Pietro (da solo, anche se risponde a nome di tutti!) che riesce a varcare un confine importante: Gesù non è solo uno dei profeti ma è qualcosa di “nuovo”, sì in continuità con le promesse – e non potrebbe essere altrimenti – ma con un’unicità assoluta: è il Figlio del Dio vivente, colui che solo ed unico può rivelare agli uomini il volto del Padre.

​Certamente la confessione di Pietro nell’Evangelo di Matteo ha un forte sapore post-pasquale per la sua forza e precisione, ma, al di là della stretta verosimiglianza storica, a noi interessa cogliere, nel progetto di Matteo, il peso di queste parole ed il loro valore soprattutto ecclesiale.

​Pietro riceve da Gesù un elogio che in fondo, se ci pensiamo bene, non è proprio un elogio personale. Pietro non ha alcun merito di quella confessione; in lui, potremmo dire con linguaggio paolino, tutto è grazia!
Gesù lo chiama beato perché oggetto della gratuita rivelazione da parte del Padre.
Secondo alcuni esegeti il nome con cui qui Gesù chiama Pietro, Bar Jona non andrebbe tradotto con Figlio di Giona (d’altro canto, in Gv 21,15 si dice che Pietro è Figlio di Giovanni, e Giona non è assolutamente un diminutivo di Giovanni, come pure qualcuno ha tentato di dire!) ma andrebbe tradotto proprio con “Barjona”, che era il nome di una setta zelota, cioè di un raggruppamento politico di stampo nazionalistico che aveva scelto la strada della violenza per liberare la Palestina dalla morsa romana. Pietro insomma sarebbe uno proveniente da questo ambiente (altro che solo il placido pescatore del lago! D’altro canto non è lui che nel Getsemani avrà una spada?). Gesù gli sta dicendo che il Regno lo si conquista per grazia e non con la spada e il “sangue” sparso …Pietro dunque è beato perché si è lasciato afferrare dalla grazia e non perché ha conquistato il Regno con le sue forze e le sue astuzie. Pietro è beato perché tutto ha ricevuto dal Padre e Gesù continua a farlo oggetto di grazia dandogli una responsabilità ed una promessa.

​La promessa riecheggia in un testo di Isaia (28,14-18) in cui parla di alleanze con gli inferi nelle quali però gli inferi non prevarranno. E’ l’alleanza che i re di Giuda tenteranno con l’Egitto contro l’Assiria, alleanza che Isaia giudica diabolica in quanto incapace di fidarsi dell’unica Alleanza che salva, quella con il Signore. Le parole di Gesù a Pietro hanno lo stesso sfondo fosco in cui il male e le sue potenze attentano all’opera di Dio, ma contengono anche la stessa promessa: le potenze infernali non prevarranno! Si badi (contro ogni tentazione trionfalistica!) che Gesù non promette a Pietro ed alla Chiesa che prevarranno sul male, ma che non saranno sopraffatti. La lotta ci sarà ma in quella lotta sarà possibile essere “roccia”, come il nome di Pietro suggerisce, se ci si lascia afferrare dalla gratuità di Dio, se, come Pietro, si lascia che né la carne né il sangue dicano parole risolutive, ma solo la grazia!

​Sottilmente qui non c’è solo la parola fondativa del cosiddetto Primato di Pietro e del suo potere delle chiavi, ma c’è l’affermazione del primato che Pietro e la Chiesa devono dare a Dio ed alle sue vie che non sono secondo carne e sangue, cioè non seguono le logiche “buonsensiste” del mondo, quelle del tipo dei barjona, ma si lasciano tracciare dalla pura grazia. Sono quelle vie imperscrutabili e inaccessibili di cui ha scritto Paolo nel tratto della Lettera ai cristiani di Roma che oggi ascoltiamo.

​Le chiavi che Pietro riceve (e qui c’è l’eco del testo di Isaia circa il maggiordomo del re Ezechia che abbiamo ascoltato come prima lettura) serviranno a fare una cosa che ormai è chiara: bisogna aprire a tutte le genti il tesoro del Regno, la via della grazia. Potremmo dire che qui Matteo mostra i frutti dell’umile incontro con la donna cananea (cfr Mt 15,21-31), frutti che nella finale dell’Evangelo diventeranno espliciti: Fate discepole tutte le genti (cfr Mt 28,19).

​Pietro riceve anche un altro compito, quello di legare e sciogliere, che per i rabbini significava permettere e proibire, escludere dalla comunione o perdonare: una grave responsabilità che qui viene data a Pietro e in seguito a tutti i discepoli (cfr Mt 18,18). Il “sapore” di potere sugli altri è tolto se si considera che questa potestà di legare e sciogliere è sottomessa al farsi oggetto della grazia: quanto più Pietro e gli altri undici si lasceranno afferrare dalla pura grazia, quanto più accorderanno alla grazia un primato, tanto più avranno capacità di discernere ciò che va proibito e ciò che va permesso, dove sia la comunione e dove la separazione.

​Capiamo allora che non è questione di potere questa scena con Pietro, ma è questione di comunione e di primato di Dio nelle vite dei credenti. Si è “roccia” se non ci si fida delle proprie forze ma se si mette la propria debolezza nelle mani di Dio. E’ Lui che può rendere “roccia” la sabbia friabile! Pietro lo sperimenterà a pieno: nel cortile di Caifa capirà di essere ancora sabbia, e non ancora roccia. Pietro imparerà ad essere roccia facendosi plasmare da Gesù e dal suo mistero pasquale. Pietro qui ancora non ha capito tutte le implicazioni che contiene quella sua confessione: Tu sei il Cristo! Dovrà imparare a fidarsi delle vie incredibili e imperscrutabili della debolezza di Dio. Come e quanto ancora dovrà morire il barjona che è in Pietro!

​E’ questa anche la nostra fatica e la nostra lotta, la più terribile; quella contro noi stessi e le nostre presunzioni; quella contro le nostre potenze per dare spazio alla grazia.

​Il grande Patriarca di Costantinopoli Atenagora lo scrisse in una pagina mirabile:

​“Occorre fare la guerra più dura che è quella contro se stessi. Bisogna riuscire a disarmarsi. Ho fatto questa guerra per anni ed è stato terribile, ma adesso sono disarmato, non ho più paura di nulla, poiché l’amore caccia il timore … Se ci si disarma, se ci si spossessa, se ci si apre al Dio-Uomo che fa nuove tutte le cose, allora Lui cancella il brutto passato e ci rende un tempo nuovo nel quale tutto è possibile”.

P. Fabrizio Cristarella Orestano




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SS. Apostoli Pietro e Paolo – Testimonianza e Profezia

  
SEGNO DELLA CHIESA

 

At 12, 1-11; Sal 35; 2Tm 4, 6-8.17-18; Mt 16, 13- 19

S. Pietro e S. Paolo

S. Pietro e S. Paolo

Ancora una liturgia “speciale” quest’anno, per la coincidenza della Solennità dei Santi Pietro e Paolo con il giorno di domenica. La memoria dei Santi Apostoli, colonne e fondamento della Chiesa, ci ricorda l’universalità e l’unità della Chiesa. Tutti e due hanno lottato e custodito questo volto della Chiesa.

Sia Pietro che Paolo hanno fatto della loro vita un annunzio “costoso” dell’Evangelo, hanno percorso migliaia di chilometri per far correre l’Evangelo per le strade del mondo.

Sia Pietro che Paolo hanno lottato contro le divisioni; ricordiamo come Paolo scrisse accorato ai cristiani di Corinto, stigmatizzando quelli che proclamavano: “Io sono di Paolo, io sono di Apollo, io di Cefa ed io di Cristo” (cfr 1Cor 1, 11-13)… E ricordiamo come Pietro sia stato chiamato da Cristo, proprio nel passo di Matteo che oggi si ascolta, ad essere roccia, pietra per la Chiesa. La comunità di Cristo, se smarrisce l’essere una, smarrisce ogni possibilità di solidità, dal momento che smarrendo l’unità smarrisce l’adesione vera al Dio Trino, che è unità nell’amore.

La memoria degli Apostoli e del loro martirio è allora non tanto occasione per fare un panegirico ai due santi e alle loro virtù, come si faceva una volta, ma occasione preziosa per riflettere ancora sulla Chiesa e sulla missione che essa ha nel mondo. Una missione che deve custodire, se vuole essere davvero Chiesa di Cristo.

I due Santi Apostoli, con le loro vite e le loro lotte, ci raccontano il “proprium” della vita della Chiesa, ci mostrano le vie che bisogna percorrere con loro per seguire quel Gesù che un giorno afferrò la loro vita (cfr Fil 3, 12) sulle rive del lago di Genesareth, sulla via di Damasco… Da quegli incontri iniziò la loro lotta per appartenergli per sempre, e per gridare al mondo la potenza salvifica della Croce e della Risurrezione di Gesù. I due Apostoli, nelle loro indubitabili diversità, sono fondamento della Chiesa di Cristo, colonne ed ulivi verdeggianti (cfr Ap 11,4), testimoni e profeti sulla cui parola e sulla cui testimonianza, data nel sangue, la Chiesa può camminare nei secoli, custodendo il deposito prezioso dell’Evangelo di Cristo.

I Santi Apostoli sono per noi un potente appello alla testimonianza e alla profezia.
Essere testimone significa per la Chiesa vivere una vita che significhi ciò che proclama, una vita conformata all’Evangelo, una vita che, dunque, scelga sempre di stare dalla parte  delle vittime e mai dalla parte dei carnefici.

Essere profeti significa rischiare di persona per dire “altro” al mondo, alla mondanità che sempre cerca di risucchiare i discepoli di Cristo; essere profeti significa ridire, in mondo credibile, la Parola di Dio agli uomini. In fondo essere testimoni ed essere profeti è lo stesso movimento di un’unica realtà: il primato di Cristo nella vita del credente. Si è testimoni e profeti solo se si è dato il primato assoluto al Cristo nella propria vita.

Paolo proclama con forza questa realtà della sua vita quando ai cristiani di Filippi scrive: “tutto io reputo una perdita difronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore; per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le ho giudicate spazzatura per guadagnare Cristo” (cfr Fil 3,8); nella vicenda di Pietro, invece, Gesù stesso dice una parola chiara e luminosa riguardo alla necessità assoluta di questo primato: “Mi ami tu più di tutto?” (cfr Gv 21, 15). Solo se Pietro darà un vero primato a Cristo potrà essere pastore e segno di unità per la Chiesa; solo se darà questo vero primato a Cristo potrà fare autentica unità accogliendo le diversità; solo se darà questo primato a Cristo potrà salire sulla croce assieme a Lui e per Lui.

Pietro e Paolo sono colonne nella Chiesa per questo primato che genera profezia e testimonianza per il mondo. Pietro e Paolo chiedono ai cristiani singolarmente di entrare in quel “resto” di uomini e donne che, dando (per davvero, e non con belle parole o belle proclamazioni di intenti!) il primato a Gesù, il Crocefisso Risorto nella loro vita, sanno essere parola di profezia, perchè testimoni non solo per il mondo ma anche per la Chiesa stessa!

Paolo ebbe questo coraggio e questa autorevolezza quando si fece profeta presso lo stesso Pietro, tentato di omologazione e di acquiescenza verso la parte più “forte”… Ad Antiochia Paolo, infatti, ebbe la forza di opporsi alle vie mondane che tentarono Pietro che stava “tergiversando l’Evangelo” (cfr Gal 2, 11-13). E’ la parresìa che occorre nella vita della Chiesa…una parresìa che non si nutre nè di timori nè di servilismi. Pietro si lascerà convertire dalla parola schietta di Paolo e, come nel cortile di Caifa seppe discernere il canto del gallo (cfr Lc 22, 60-62), qui ad Antiochia ascolterà la voce di Paolo che gli indica le vie schiette dell’Evangelo.
Pietro e Paolo sono qui segno di una Chiesa che fatica per il dialogo e per la comune ricerca della verità.

Solo uomini così possono sostenere la Chiesa nel suo cammino, e donare ad essa la capacità di essere significativa nella storia; non significativa perché si imponga alla storia, perché voglia contare con arroganza e desideri di potere, ma significativa perché capace di dire e di incarnare parole di senso e di vita per la storia degli uomini.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXII Domenica del Tempo Ordinario – Che Messia è Gesù?

LA RIVELAZIONE DEL SUO VERO VOLTO

Ger 20, 7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16, 21-27

 

Pietro ha detto che Gesù è il Messia, ha ricevuto dal Padre il dono di questa conoscenza e lo ha accolto; non ha lasciato prevalere la carne e il sangue, e ha capito che Gesù è una novità assoluta non leggibile solo con le chiavi del passato … ma c’è un “però”. Infatti Pietro non può sapere “che” Messia è Gesù!

La vocazione di ciascuno è un mistero grande che solo ognuno può discernere davanti a Dio, tanto più la vocazione unica del Messia unico che è Gesù! Solo Lui può conoscerla, solo Lui ha dovuto fare la fatica di cercarla, di comprenderla e di accettarla. Per Gesù è stato un duro lavoro, un “discernimento” faticoso e costoso, costellato di tentazioni, costellato di parole contrarie e contraddittorie. La fatica di Gesù ha attraversato le Scritture e ha dovuto cogliere nello “sta scritto” il senso della Parola che il Padre pronunziava su di Lui, ha dovuto trovare le vie dell’applicazione a sé della Scrittura e comprenderne la portata per la sua vita.

Ha compreso di essere il Messia e per questo sale a Gerusalemme dove i Messia-Re di Israele avevano il loro trono, ma a Gerusalemme il suo Regno avrà altre caratteristiche; Gesù ha dovuto associare al suo messianismo la qualità profetica che costa persecuzione e dolore, riprovazione e scandalo! La novità di Gesù è questa fusione straordinaria di un messianismo regale che ha però i colori della profezia ma anche quelli dell’ “oltre” perché è anche il Messia giudice che viene a pronunziare l’ultima parola su ogni uomo e su tutta la storia. Un’identità che passa per il perdere la vita, che passa per una necessità (doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani e dei sommi sacerdoti e degli scribi e venire ucciso … ) che non è un oscuro fato ma è una “necessitas” che ha un duplice livello: è necessario perché così troverà senso e sbocco la sua “compagnia” con la nostra umanità segnata da dolore e morte; è necessario, insomma, perché questo è il senso dell’incarnazione di Dio: una “compagnia” senza sconti con la nostra umanità. Ma c’è ancora un altro livello di “necessitas”: in un mondo fatto di anziani, sommi sacerdoti e scribi che presumono di possedere Dio e la verità e che hanno fatto un idolo del loro potere, il giusto non può che patire ed essere riprovato, come già la sapienza antica aveva detto: Tendiamo insidie al giusto che per noi è di incomodo … è divenuto per noi una condanna dei nostri pensieri, ci è insopportabile solo al vederlo perché la sua vita non è come quella degli altri (cfr Sap 2,12-15).

Gesù ha dovuto faticare e patire già per accettare che la sua via era quella di un Messia sofferente secondo i canti (incomprensibili ai più) del Servo sofferente del Signore che si leggono nel libro di Isaia (cfr Is 52,13-53,12), o come il modello di Geremia che aveva attraversato la sua storia tra riprovazioni e dolori tanto da tentare perfino di sfuggire alla parola scomoda del Signore, come abbiamo ascoltato nella prima lettura.

Pietro tutto questo non lo può sapere ma il problema non è non sapere, il problema è accettare questa via quando Gesù la rivela. Infatti l’Evangelo di oggi, in continuità con quello di domenica scorsa, inizia con la rivelazione che Gesù fa del vero volto del suo messianismo: il volto sofferente del servo, il volto sofferente del profeta rifiutato. Qui però Pietro ritrova le vie della carne e del sangue, le vie sue e non più quelle di Dio; il “barjona” che è e lo abita prende il sopravvento e lo fa diventare perfino violento e stoltamente audace tanto da prendere il posto di Gesù: gli si mette avanti nella posizione del maestro lasciando la sua posizione di discepolo. Gli si mette davanti diventando per Gesù inciampo, scandalo, tentazione. Si ripresenta in Pietro il volto subdolo del tentatore che, nel deserto, aveva suggerito a Gesù di conquistare il mondo intero, di salvare se stesso, di prostrarsi al potere … il discepolo beato, pensando ora secondo la carne e il sangue ha perso la beatitudine perché ha rigettato il primato di Dio e delle sue vie imperscrutabili e ha accolto il pensiero del mondo pieno di quel buon senso per cui si vince se si sale il piedistallo del potere, se si siede su troni d’oro, se si salva la propria vita. Gesù lo chiama Satana e gli ordina di tornare alla sua sequela e lo fa con la stessa espressione che aveva segnato la vocazione di Pietro presso il lago (“opìso mou”, “ dietro di me” cfr Mt 4,19).

La rivelazione del messianismo crocefisso di Gesù richiede solo una cosa: la sequela! E Gesù lo afferma con chiarezza: Se qualcuno vuol venire dietro a me rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Quello che è necessario è fare della propria vita una sequela di Gesù, non servono altre “opere” … nell’Evangelo di Matteo Gesù non dice che il Figlio dell’uomo al suo ritorno renderà a ciascuno secondo le sue opere, ma secondo le sue azioni; non sono le opere che determinano il giudizio ma l’agire, cioè la propria relazione con Gesù. In fondo anche la scena del giudizio finale nel capitolo venticinquesimo di Matteo si risolve nella relazione con Gesù: Ero affamato, assetato, nudo, forestiero, carcerato, ammalato e mi avete soccorso. Le opere si risolvono tutte nella relazione con Gesù, cioè nella sequela di Lui.

Pietro, nell’Evangelo di oggi, eleva una grande diga tra sé e le vie di Dio perché è scomodo, è inusitato, è impensabile mettersi alla sequela di uno sconfitto, di un rigettato, di un crocefisso. Eppure è lì che si risolve il senso, è lì che, paradossalmente, si “guadagna la vita”; proprio dove “la si perde”, “la si offre”; proprio dove si smette di pensare a se stessi … è la via della potenza della Pasqua di Gesù, via di una potenza paradossale perché fatta dell’estrema debolezza di Dio. Pietro riceve il titolo tremendo di Satana, da Colui che pure un attimo prima l’aveva detto beato, perché voltando le spalle all’imprevedibile debolezza che è Gesù, si è rivolto di nuovo verso la carne e il sangue.

Pietro è ancora sabbia e non ancora roccia; anche nella scena della sua estrema tentazione mondana, lì nel cortile del Sommo Sacerdote,  Pietro non rinuncerà a se stesso ma rinuncerà a Gesù, dirà di non conoscerlo perché conosce solo se stesso per salvare la propria vita. Pietro sarà roccia quando pian piano imparerà a perdere con Gesù, fino a quando, in una città lontana e perversa, a Roma, Pietro avrà il coraggio di salire anche lui su una croce, forse sotto lo sguardo divertito e annoiato di Nerone Cesare; agli occhi del mondo lì sarà solo un illuso, un poveraccio senza volto e senza storia, uno dei tanti che devono morire per il divertimento crudele di Roma, ma agli occhi di Dio lì sarà definitivamente la roccia su cui costruire una storia nuova, un mondo nuovo … noi siamo disposti a esser parte di questa storia nuova? Se vogliamo partecipare a alla storia nuova lasciamoci trasformare in roccia anche noi; il prezzo è alto e ce lo ha detto Paolo nel breve passo della sua Lettera ai cristiani di Roma che abbiamo ascoltato: offrire noi stessi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; il prezzo è non conformarsi al pensiero del mondo: Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua.La richiesta alla fine è una sola: seguirlo per fare storia con Lui!




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