XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Lavorare con frutto


PAGARE IL PREZZO DEL SI’

 Is 5, 1-7; Sal 79; Fil 4, 6-9; Mt 21, 33-43

 

La parabola dei vignaioli (XII secolo), Firenze

La parabola dei vignaioli (XII secolo), Firenze

Gesù continua a parlare in parabole per tutti quelli che hanno preso le distanze dal Regno, perchè non hanno avuto il coraggio e l’onestà di cessare di nascondersi dietro il proprio io (quell’egò terribile del figlio che dice e poi non va nella vigna!), o non hanno avuto il coraggio – come invece hanno saputo fare i pubblicani e le prostitute – di guardare in faccia il loro peccato, sentirne dolore e iniziare con Gesù la lotta contro di esso.
Gesù parla loro con una parabola che è una vera allegoria della storia della salvezza; tutti gli elementi del racconto, infatti, corrispondono ad eventi precisi della vicenda biblica.

Già il clima del racconto è profondamente biblico; il tema della vigna, infatti, attraversa tutta la Scrittura: dal celebre Canto della vigna nel Libro di Isaia, che abbiamo ascoltato quale prima lettura, fino a Geremia (Ger 2, 21) e ad Osea (Os 10,1). C’è poi lo straordinario Salmo 79 (80) che oggi si canta nella liturgia e in cui il racconto della storia di Israele è tutto impostato sulla metafora della vigna…. su questo sfondo ricchissimo si staglia il racconto di Gesù.

Si badi che qui non si parla in primo luogo della vigna; il problema non è che la vigna sia cattiva o bastarda; il problema sono coloro che lavorano nella vigna e che dovrebbero permettere alla vigna buona del padrone di dare il suo frutto; c’è bisogno cioè di qualcuno che la faccia fruttificare.
I vignaioli cattivi non danno i frutti agli inviati dal padrone poiché ne hanno pochi o nessuno, sono stati cioè incapaci di fare frutti per il Regno di Dio!
Sarebbe stato loro possibile perché, per grazia, lavoravano nella vigna; avrebbero potuto, se solo avessero voluto pagare il prezzo della fatica e del “dare la vita” per quei frutti.
Per nascondere dunque la loro incapacità, la loro mediocrità, e la loro ignavia, i vignaioli sono capaci di fare il male, di calpestare la verità e la giustizia… e questo accade spesso tra gli uomini e perfino nella Chiesa! Si è capaci di tutto pur di non offuscare quell’“egò” presuntuoso e arrogante di cui si riempiva la bocca il figlio della parabola precedente (Mt 21, 28-32). La vigna in mani così non può portare i frutti del Regno, non può realizzare i “sogni” di Dio.

Il sangue dei profeti, il loro dolore, le loro lacrime ed il loro grido inascoltato sono la risposta che troppe volte gli uomini danno all’amore fiducioso di Dio.
L’amore di Dio tante volte, troppe volte, e forse tutte le volte, si è concluso con un fallimento, e chi vuole seguire l’Evangelo deve fare i conti con questa dinamica. Dio non ha avuto paura dei fallimenti, anzi proprio con quei fallimenti ha narrato il suo amore, il suo amore ostinato, facendo fiorire l’ultimo grande fallimento del Golgotha con la luce inaudita della risurrezione del Figlio, caparra della risurrezione di ogni carne…
Il fallimento più grande di Dio ha assunto allora la forma della croce del Figlio, gettato fuori dalla vigna, fuori dalle mura della città santa (cfr Eb 13, 12).
Quella pietra scartata, di cui Gesù parla al termine della parabola, è diventata pietra angolare, una meraviglia ai nostri occhi, pietra che regge l’edificio dell’umanità nuova, libera dalla morte e dall’“io” sovrastante dell’uomo che si oppone a Dio.

La parabola di oggi è una parabola cristologica ed ecclesiologica, mentre narra la storia del Figlio che visita la vigna e non ne riceve che morte, dolore e fallimento, narra anche la storia di chi potrà portare quella vigna a fiorire di quei frutti di giustizia che Dio si attende.

 Certamente Gesù indirizza la parabola ai capi del popolo e ai farisei, ma è un errore leggerla con la solita e perversa logica sostituzionista, per cui il vecchio Israele è rigettato perché infedele ed è sostituito dal nuovo Israele (cioè noi, la Chiesa!) che farà fruttificare la vigna.
Stiamo molto attenti perché qui non si tratta di ebrei o cristiani, ma si tratta di uomini di Dio o di uomini mondani; si tratta di chi ha fede e di chi vive di “religioni” rassicuranti ed auto-giustificative. Si tratta di chi ha il coraggio di perdere la vita e di chi ha l’ossessione di salvare sempre la propria vita, ad ogni costo, anche a costo delle lacrime e del sangue degli altri.

Se nella precedente parabola dei due figli Gesù diceva di prostitute e pubblicani che passano avanti nel Regno, qui c’è gente (e Matteo usa il termine generico “éthnos”) che può appartenere a qualunque popolo (in greco “laós”), ma che ha fatto una scelta di compromissione con il padrone della vigna e con la vigna stessa.
La parabola allora, come già dicevamo la scorsa domenica, vuole “graffiare” noi, oggi; non andiamo a nasconderci dietro le diatribe tra Sinagoga e Chiesa, ma lasciamo che la parabola ancora una volta ci smascheri.

Nel racconto evangelico di questa Domenica Gesù fa con i suoi interlocutori così come fece il profeta Natan con il re David (cfr 2Sam 12,7), facendo pronunziare ad essi stessi la loro sentenza.
Alla fine Matteo dice che “essi compresero che stava parlando di loro” (Marco invece dice che capirono che “parlava a loro”): differentemente da David, il problema è che gli interlocutori non si faranno scalfire dalle parole che escono dalla loro bocca, dimostrando di essere loro stessi i vignaioli omicidi.
Il testo, nei versetti successivi, dice infatti che i capi dei sacerdoti e i farisei “cercavano di catturarlo”:  non ci riusciranno in questo momento a causa della loro viltà, per paura delle folle; ci riusciranno tuttavia più tardi. E così restano con il loro peccato, con la loro volontà di nascondersi e di apparire retti, mentre sono solo “sepolcri imbiancati”, assolutamente incapaci di far fiorire la vigna del Signore; c’è bisogno di altra gente!

Possiamo onestamente essere noi?
Per esserlo, come sempre, dobbiamo farci una domanda: siamo disposti a pagare il prezzo del , a pagare il prezzo del dare la vita?

Solo gente così può lavorare con frutto nella vigna del Signore.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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 SCENDERE NEL NOSTRO PECCATO

Ez 18, 25-28; Sal 24; Fil 2, 1-11; Mt 21, 28-32

 

I due figli e la vigna (Icona)

I due figli e la vigna (Icona)

La parabola dei due figli. Una pagina splendida per la sua sobrietà, un racconto scarno ed efficace, una parola che vuole “graffiare” le placide sicurezze degli interlocutori di Gesù che gli avevano domandato con quale autorità compiva gesti come quello di scacciare i mercanti dal Tempio (cfr Mt 21, 12ss; Mt 21, 23). Gesù risponde con una domanda circa il Battista (“da dove proveniva il battesimo di Giovanni? Dagli uomini o dal cielo?”), una domanda essenziale per Gesù: solo chi ha accolto l’invito a conversione del Battista può avere accesso al riconoscimento di Lui e della sua autorità.
Quelli che lo avevano interrogato avevano preferito non rispondere per una scelta “politica”, per non compromettersi nè con Gesù nè con la folla che stimava il Battista.
E Gesù rifiuta anche Lui di dire dell’origine della sua autorità, scegliendo subito dopo – ci dice Matteo – di dire qualcosa a questi uomini induriti dalla loro presunzione.
E lo fa con tre parabole che ascolteremo in queste tre domeniche.

La prima parabola è quella dei due figli. Inizia con una domanda: Che ve ne pare? E’ un invito a non rimanere fuori dalla parabola, ma ad entraci e a farsi “ferire” da essa. La parabola termina con un’altra domanda: Chi dei due ha fatto la volontà di suo padre? Tra le due domande poste da Gesù agli interlocutori c’è la breve parabola: due domande che non si possono eludere, e dinanzi alle quali non si può non prendere posizione.

Non eludiamo l’Evangelo: se allora questa parabola era rivolta ai capi e agli scribi del popolo di Israele, oggi è rivolta a noi, e vuole “graffiare” noi!

C’è un figlio che dice no alla richiesta del padre di andare a lavorare nella vigna, e lo dice con un semplice, ma netto “non voglio!”; poi, pentitosi di quel rifiuto, ci va.
C’è un altro figlio che alla proposta del padre risponde prontamente  ma poi non ci va; in greco risponde con un semplice ed entusiastico “egó”, “io”, e quell’io quasi gridato ci fa pensare… Questo figlio, infatti, è uno che pensa sempre a quel suo io, che deve apparire buono, retto, limpido e, in ogni caso, in primo piano! In realtà quell’io è carico di “filautίa”, di quell’amore di sé che chiude in sé, e fa guardare ad ogni costo solo ai propri interessi.

La domanda di Gesù non può avere che una risposta: il figlio che ha detto “non voglio” ha fatto la volontà del padre; non quell’altro figlio, impeccabile e con l’io perfetto sulle labbra. La risposta è solo una, e gli interlocutori di Gesù la pronunziano prontamente.

Gesù tuttavia applica subito la parabola alla storia concreta della loro vita, e lo fa con uno di quei detti scandalosi per ogni uomo religioso: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli. Sì, quelli, i pubblicani e le prostitute, hanno detto di no alla legge, alle osservanze, alla “religione”, ma poi – per la Parola che hanno ascoltato – si sono pentiti e “sono andati nella vigna”…
Loro, i capi, gli scribi, i farisei hanno sulle labbra quel terribile “egó”, non hanno saputo vedere il loro peccato, e sono rimasti fuori nelle loro mortifere sicurezze; sembrano sempre pronti a lavorare nella vigna, ma in realtà sono sempre a casa loro!

I pubblicani e le prostitute, che prima avevano ascoltato il Battista, ora ascoltano Gesù; essi non si nascondono dietro paludamenti “religiosi” e sacri, non hanno alcun “egó” dietro cui nascondersi e nessuna “giustizia” di cui paludarsi: hanno davanti il loro banco di riscossione di tasse inique, o lo squallido commercio del loro corpo (cfr Sal 51,5: “il mio peccato mi è sempre davanti”) … Ed eccoli lì: entrano nel Regno, perché convertiti dall’Amore che perdona.

Cosa ha permesso ai pubblicani ed alle prostitute di entrare nel Regno? La misericordia. Una misericordia che essi hanno potuto sperimentare grazie al loro peccato. E’ paradossale – come sempre – ma è così!

Perchè quel figlio del no si pentì? Il testo non ci dà risposte, non ci dice dell’atteggiamento del padre dinanzi a quel rifiuto; il silenzio del racconto forse ci dice di un silenzio del padre paziente ed innamorato di quel figlio ribelle, di un padre che conosce il cuore del figlio e ne attende i frutti. Certo è che quel figlio passa dal “non voglio!” ad un vero; certamente deve aver sentito il peso ingiusto del suo no dinanzi all’amore del padre.

I pubblicani e le prostitute ci passano avanti perché possono pesare il loro peccato dinanzi al peso dell’Amore che li cerca nelle parole di Gesù, nell’Evangelo che hanno ascoltato con cuore stupito.

Il rischio per noi è che non sperimentiamo questa grazia, perché crediamo di dare sempre l’impressione di dire …in realtà rischiamo di dire solo “egó”!
Come facciamo a misurare la nostra verità dinanzi all’Evangelo? C’è solo una via: il confronto con Gesù a viso aperto, a cuore aperto…

Paolo scrive ai suoi amati cristiani di Filippi che è necessario avere lo stesso sentire di Gesù che spogliò se stesso assumendo, per amore del mondo, la forma di schiavo crocefisso. Cristo fu umile perché discese… Ecco la via: l’umiltà che ci permette di scendere nelle profondità del nostro peccato e dei nostri “non voglio!” … ed è lì che incontriamo Cristo.

Non a caso, al capitolo settimo Della santa Regola, Benedetto dice ai suoi monaci di percorrere i gradini dell’umiltà per giungere alla verità, e l’ultimo dei dodici gradini non è una vetta ma una profondità: il monaco “stimandosi sempre colpevole dei suoi peccati… ripensi nel cuore ciò che disse quel pubblicano evangelico con lo sguardo fisso a terra: ‘Signore non sono degno io, il peccatore, di alzare i miei occhi al cielo’ ”.

Il monaco, scrive il nostro Santo Padre Benedetto, entra nel Regno solo se si mette davvero nei panni del pubblicano…e questo è vero per tutti: siamo tutti ingiusti e avvezzi alle prostituzioni. Se lo riconosciamo dinanzi all’Amore, ci pentiamo e andiamo davvero nella vigna a testimoniare di essere dei peccatori perdonati dalla Croce del Figlio, che non ritenne un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso, venedoci a cercare nella nostra miseria.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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COSA CONTA PER NOI?

Ez 18,25,28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21, 28-32

 

 

Da oggi, per tre domeniche, Matteo ancora ci conduce nel “paese delle parabole” e lo fa per mostrarci, con un trittico (la parabola di oggi dei due figli, quella dei vignaioli omicidi e quella degli invitati alle nozze), un grande dramma che si consuma nella storia ma che, in fondo, si può consumare in ognuna delle nostre vite: il dramma del rifiuto dinanzi alla proposta dell’Evangelo.

Il conteso in cui fioriscono queste tre parabole è una domanda provocatoria che la predicazione di Gesù genera nei cuori dei capi di Israele, che rappresentano la mentalità “religiosa”, legalistica, grettamente attaccata al potere: con che autorità fai queste cose? Gesù aveva risposto con un’ulteriore domanda: Vi chiederò anche io una cosa e, se me la direte, vi dirò anche io con quale autorità faccio queste cose. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini? I capi preferiscono non rispondere e Matteo fa seguire le tre parabole che spiegano il costante rifiuto che l’Evangelo trova. Certo in primo luogo qui Matteo è provocato dallo “scandalo” del rifiuto dei capi del popolo dell’Alleanza e delle Promesse, ma sarebbe un errore leggere queste tre parabole a senso unico, quasi con un retrogusto anti-ebraico, quasi come un’accusa contro Israele … Matteo partendo dall’esperienza di Israele, anzi dei capi di Israele (ricordiamo sempre che c’è l’Israele fedele, un resto che ha accolto Gesù e l’Evangelo e senza il quale non saremmo stati evangelizzati; è l’Israele che ha assolto la fedeltà all’elezione e all’Alleanza!) lancia un monito alla sua Comunità ecclesiale, monito circa una delle grandi piaghe che possono affliggere i percorsi di fede, la piaga dell’ipocrisia, del dire e del non fare, del dire e del non essere, del dire “Signore, Signore” e poi costruire la propria casa sulle sabbie del mondo, sulle sabbie dell’apparire (cfr Mt 7,21ss) … E’ proprio questo il peccato del figlio che dice il suo ma la sua vita è poi un no; è lo scegliere la via dell’apparire figlio obbediente ma di non esserlo per davvero; è la via ipocrita di voler apparire irreprensibili ma di essere ben altro; antichi codici del Nuovo Testamento raccontano la parabola inventando l’ordine dei figli: prima quello che dice no e poi fa la volontà del padre e poi quello che dice e non lo fa. Pare che questa sia la versione autentica, versione che chiaramente esclude una lettura solo polemica contro il rifiuto dei capi giudei. L’ordine che poi è passato successivamente nei codici fu certamente suggerito dall’interpretazione dei due figli con Israele (il primo che dice ma poi non fa) e i pagani (il secondo figlio sembrava figlio del no, ma poi ha accolto l’Evangelo). In realtà Matteo non voleva rinchiudere la parabola solo all’interno di questa polemica; se così fosse oggi leggeremmo una pagina solo archeologica e che non avrebbe nulla da dire al nostro vivere la fede cristiana, al nostro essere Chiesa alla sequela di un Signore esigente ma capace di dare un senso ultimo alle nostre vite.

La parabola dei due figli ci mette in guardia contro ogni volontà di apparire quel che non si è, contro ogni divorzio tra dire ed essere, tra essere e fare.

Quel che conta, dice Matteo, è la capacità di ricredersi, del coraggio di dire no alle vie che si erano scelte e dire a quelle che si erano rifiutate. In fondo Gesù non chiede una piena conformità tra il dire e l’agire (chi sarebbe al riparo?), chiede l’onestà di ricredersi, il coraggio di non indurire il cuore. Un “pentimento”, che giunge anche “alla fine” (“hysteron”), diventa possibilità di entrare nell’obbedienza.

Seguire l’Evangelo è certo via che scomoda, è lavoro in una vigna che spesso dà frutti amari dell’amarezza della incomprensione tra fratelli, delle divisioni e delle ingiuste contrapposizioni; seguire l’Evangelo è andare a lavorare in una vigna in cui si richiede di non cercare il proprio interesse, come ascoltiamo oggi da Paolo nella sua Lettera ai cristiani di Filippi; la via indicata è chiara: chi riesce ad uscire dalla disobbedienza per entrare nell’obbedienza è discepolo dell’ Obbediente per eccellenza: Gesù; Lui dovette lottare contro la tentazione della disobbedienza e dell’autonomia e, come scrivono i Padri,  lottò per noi e lo fece solo in un modo: facendosi obbediente fino alla morte e alla morte e alla morte di croce. Da allora ogni figlio tentato di disobbedienza, tentato dall’ apparire, ha la possibilità concreta di far sua l’obbedienza del Figlio.

Ricordiamo ciò che Isaia ci faceva ascoltare la scorsa domenica: Le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (cfr Is 55,9) ; l’obbedienza a Dio ed alle sue vie è percorrere quelle vie e far propri quei pensieri. Eun cammino costoso che fa uscire dal proprio interesse per entrare nel regime del farsi dono, costasse il perdere ogni possesso (Non ritenne di comportarsi da avaro dinanzi alla sua divinità), costasse le vesti che ci proteggono condizione di schiavo), comportasse una piena assoluta condivisione con chi è fragile, misero (Divenne simile agli uomini), costasse il lasciarsi umiliare fino all’estrema umiliazione che è il disfacimento della morte!

Gesù ha fatto questoè il Figlio obbediente che chiama tutti i figli all’obbedienza, che ci invita a guardare nei nostri fratelli la fatica dell’obbedienza, in noi il rischio di essere doppi per volontà di apparire. Correre questo rischio nasce dall’aver corso un altro rischio che ne è la fonte: il rischio della verità su se stessi, il rischio di infrangere la nostra immagine irreprensibile di uomini abituati all’elogio.

Qui Gesù ha la forza di proclamare una di quelle parole che continuamente vengono fraintese perché colme solo della forza dell’Evangelo senza neanche un granello di mondanità: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio. Pubblicani e prostitute passano avanti non perché peccano ma perché non possono barare sulla loro verità … il loro è un no palese che può trasformarsi in ; il problema è che certi sì, di chi si crede al sicuro, si rivelano dei no mascherati di figliolanza e di fedeltà, mescolati di dedizione alla vigna del padre … in realtà il figlio che dice no ma poi obbedisce mostra di amare la vigna, ci va in obbedienza. L’altro pare ami quella vigna (lo ostenta col suo falso ) ma non ci va, non vi entra neanche. Il figlio che va nella vigna nonostante le sue parole di diniego ama la vigna e vi porta il suo sudore, la sua fatica, ci va contraddicendosi perché quel che conta per lui non sono i propri desideri (Non ne ho voglia!) ma quel che conta alla fine è il fare la volontà del padre.

Cosa conta per noi? E’ una domanda impegnativa, compromettente; una domanda che ci chiede di prendere davvero posizione e non a parole ma con la vita! Gesù che era la Parola fece sempre ciò che diceva, non si nascose dietro le parole ma le parole che pronunciava si affrettava a farle fiorire di vita; senza fughe e senza rimandi.   




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