XXX Domenica del Tempo Ordinario – Due cardini imprescindibili

 AMORE PER DIO, AMORE PER IL PROSSIMO

 

Es 22, 20-26; Sal 17; 1Ts 1, 5c-10; Mt 22, 34-40

 

TorahL’uomo ha due tendenze fondamentali, le quali permeano anche l’animo cristiano: la tendenza “religiosa”, che accentua il primato di Dio e, dunque, la dimensione della preghiera, dell’interiorità e della ricerca di senso al fine di plasmare un uomo migliore a partire proprio dal quell’interiorità, e la tendenza dell’attenzione all’uomo, con la lotta per la giustizia, la critica alla società e alle sue dinamiche pervertite, la presa di posizione dinanzi ai poveri… Qualcuno parla di fede e politica, altri di contemplazione ed azione, altri ancora di “teoria” e  “pratica
Nulla di più superficiale, errato e dannoso per l’autentico sviluppo dell’uomo e del credente.

Purtroppo questa contrapposizione si è insinuata anche nella Chiesa, con la pestifera distinzione tra vita contemplativa e vita attiva, e con le letture conseguenti e sciagurate di passi come quello di Marta e Maria (cfr Lc 10, 38-42).

Chi fa questo tipo di letture, o chi predilige una via all’altra, dimentica il testo evangelico di questa domenica, testo attestato con diverse colorazioni in tutti e tre i Sinottici, e che Matteo ci trasmette in una versione scarna che punta dritto al problema senza edulcorazioni e senza neanche l’alone di simpatia con cui Marco circonda l’incontro tra Gesù e lo scriba, un incontro, questo, tra due cercatori di verità.

Nulla di tutto ciò in Matteo: al nostro evangelista interessa mostrare le due dimensioni come cardini imprescindibili su cui si regge tutta la verità dell’uomo. Per Matteo ci sono appunto due cardini, uno superiore (l’amore per Dio) ed uno inferiore (l’amore per il prossimo), ma tutti e due essenziali per far girare la porta, per aprirla e farla essere ciò che deve essere…le porte, infatti, non girano su un solo cardine; ce ne vogliono per lo meno due! E li chiamo cardini, perchè Gesù dice che a «questi due precetti sono appesi (in greco “krématai”, che ha sullo sfondo l’ebraico “telujim”) tutta la Legge e i Profeti».

I due precetti erano molto noti; tuttavia, nella risposta che Gesù dà al fariseo malevolo che qui lo interroga, la novità sta nell’aver associato lo Sh’mà (cfr Dt 6, 5) – con il comando dell’assoluto primato di Dio, indiscutibile sia per Gesù che per i Farisei – con il comando dell’amore per il prossimo tratto dal Libro del Levitico (cfr Lev 19, 18).
Il Fariseo chiede a Gesù del comandamento grande (il “kelal gadol” in ebraico), come dicevano i rabbini nelle loro discussioni; Gesù nel rispondere, enunzia invece due comandamenti senza negare il primato di Dio, dichiara che c’è un altro precetto, potremmo dire speculare al primo e impossibile da osservarsi senza il primo… l’amore per il prossimo.
Ed è questo comandamento che rivela la verità dell’osservanza del primo: solo chi ama il prossimo mostra di amare Dio per davvero, e con tutto ciò che è, così come prescrive lo Sh’emà!
Per Gesù questo secondo comandamento è davvero rivelativo del primo, e qui Gesù, se ben ci pensiamo, è sottilmente polemico ed ironico.
I Farisei, nel volerlo mettere alla prova come scrive Matteo, con la loro malevolenza e perfidia, stanno dimostrando di non amarlo, di non riconoscerlo prossimo…e, dunque, non amano neanche Dio. Si radunano infatti, e tengono consiglio contro di Lui per arrestarlo e poi per ucciderlo (cfr Mt 21, 46. 22,15): dov’è dunque il loro amore per Dio?

I due comandamenti non vanno disgiunti, nè va tolto il primato al comandamento dell’amore per Dio: quando questo crolla, nulla può rimanere radicale nell’amore per l’uomo! Quanto appaiono stolte certe recenti posizioni “aggiornate” assunte da qualche ordine monastico di antica fondazione che – in nome dell’uomo (e, aggiungo, “per prurito di novità”, come direbbe l’Apostolo!) – ha recentemente affermato di non poter più ritenere vincolante il dettato della Regola di san Benedetto, che chiede ai suoi monaci di “nulla anteporre all’amore di Cristo”, e di doverlo mutare in “nulla anteporre all’amore per l’uomo”!
Incredibile!
Come è possibile una simile deriva?
Come se l’amore di Cristo, in cima agli amori, non fosse garanzia di un vero amore per l’uomo; come se il primato che Cristo chiede per Dio e per sè non fosse la vera forza dell’Evangelo, e dunque la forza dell’amore per il prossimo; come se il mistero dell’Incarnazione non fosse sigillo di forza sull’amore per l’uomo; come se le salde radici nell’amore per Cristo non fossero liberanti da ogni idolatria ed ideologia; come se l’amore per Dio non fosse forza che tutto purifica!

Per Gesù il “kelal gadol”, il “grande comandamento”, è il primato di Dio che Egli genialmente unisce all’amore per il prossimo, ma in una gerarchia che non assolutizza il primo (sarebbe ipocrita “religione”!) e non assolutizza il secondo (sarebbe filantropia senza radici profonde e senza forza di durata, e con la tentazione di fare distinzioni tra prossimi e meno prossimi, se non tra amici e nemici!).
Gesù non priva di importanza il primo, giudicandolo troppo “astratto”, e non svilisce il secondo perché troppo “politico”.

Per Gesù i due precetti sono l’uno di fronte all’altro, mostrano le esigenze l’uno dell’altro e, proprio come due cardini, reggono e fanno girare la porta della vita, che è la Rivelazione di Dio, la Legge e i Profeti. Solo su quei due cardini si può aprire la porta all’uomo nuovo, il quale trova nell’amore per Dio e per il prossimo la possibilità di trasformare la faccia della terra.

Gesù percorse questa strada: amò il Padre con tutto se stesso, fino a volere solo la volontà di Lui (cfr Mt 26, 39.42), e amò i suoi che erano nel mondo “fino all’estremo” (cfr Gv 13, 1).

 p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXIX Domenica del Tempo Ordinario – A immagine di Dio

 

SAPERE A CHI SI APPARTIENE

 Is 45,1.4-6; Sal 95; 1Ts 1, 1-5b; Mt 22, 15-21

           

Conio con l’immagine dell’imperatore romano Tiberio

Conio con l’immagine dell’imperatore romano Tiberio

La domanda che è posta a Gesù in questo celeberrimo passo dell’Evangelo, usato ed abusato in mille modi, è una domanda ambigua e fatta certo in malafede: «E’ lecito pagare il tributo a Cesare?».

Una domanda trabocchetto; se infatti Gesù avesse risposto “no”, si sarebbe messo palesemente contro l’autorità romana e sarebbe entrato su un terreno politico che aveva sempre rifuggito; se invece avesse risposto “”, si sarebbe inimicato grandemente la folla del popolo che mal tollerava il tributo a Cesare, non solo per il fatto economico in sè, ma soprattutto perchè il tributo ricordava loro di essere dominati.
La risposta di Gesù è nota; bisogna però dire che la traduzione di questo notissimo detto è imprecisa, perché in realtà Gesù non dice «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», ma «restituite a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio».
Si tratta, per Gesù, di ridare a Cesare quel denaro sporco di sangue e di ingiustizia che Cesare stesso ha messo nelle loro borse, comprando così la loro libertà, e il loro cuore… D’altro canto, dal racconto si nota che per Gesù è stato facile farsi mostrare tutto ciò dai suoi interlocutori: quel denaro con l’immagine di Cesare è presente nelle loro tasche, e va ridato a Cesare poiché incatena al potere di Cesare, trasformando ciascuno di loro in pezzi dell’ingranaggio diabolico del potere…
A Dio va ridato quello che a Dio appartiene, perchè da Lui è venuto: noi stessi, l’uomo che è immagine di Dio.

Se la moneta porta infatti l’immagine di Cesare, e per questa ragione va ridata a lui, così l’uomo, ogni uomo, reca in sè l’immagine di Dio, e va ridato a Dio; bisogna riconsegnarsi a Lui nella libertà e nell’amore, così come Dio ha consegnato noi stessi a noi, perchè fossimo liberi ed attori reali della storia.

Gesù non cade nel tranello dei suoi avversari; non volendo trasmettere nessuna filosofia politica, ha da dirci, invece, che a Dio si deve dare un primato assoluto che non può essere conteso da nessuno, tanto meno da Cesare; Cesare dunque, gestisca pure il danaro che è sempre iniqua ricchezza (cfr Lc 16, 9) ma i discepoli di Cristo devono prenderne le distanze facendo scelte di altro profilo, e consegnandosi a quel Dio di cui portano l’immagine, nella piena fiducia in Lui e nella sua provvidenza. Una provvidenza che non è un astratto fideismo, ma un concreto consegnarsi nelle mani di Colui che dà senso ai giorni e dà vita a tutto. Un consegnarsi a Lui in tutto, senza lasciar fuori il cosiddetto “concreto”…

Il ridare a Cesare è allora da sganciarsi assolutamente da ogni etica tributaria, e non lo si usi per incitare i cristiani ad essere buoni cittadini che pagano le tasse (eventualmente questo è contenuto in altre pagine del Nuovo Testamento…cfr Rm 13, 1-7); qui il tema è totalmente diverso: si tratta, come dicevamo, dell’assoluto primato di Dio, si tratta di sapere a chi si appartiene!

Anche i re ed i poteri di questa terra sono relativi, e Dio tutto regge, come dice con chiarezza l’oracolo del Libro di Isaia riguardo a Ciro il Grande, il quale ha un compito nel piano provvidenziale di Dio e dinanzi al quale il profeta non fa altro che ripetere le parole del Signore: «Io sono il Signore e non c’è alcun altro»!
Il problema grande per ognuno di noi è proprio qui: è vero che Lui è il Signore e non c’è alcun altro?

Agli altri che si proclamano stoltamente signori, come Tiberio la cui effige era impressa sulla moneta del tributo, si restituisca ciò che a loro appartiene, si dia loro ciò che non conta o che conta nelle loro logiche e nei loro forzieri, dove allignano ruggine e tignuola (cfr  Mt 6,20) … al vero Signore, invece, ci si consegni in tutto quello che si è e che si ha.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Invitati al banchetto

RIVESTIRSI DI CRISTO

 

Is 25, 6-10; Sal 22; Fil 4, 12-14.19-20; Mt 22, 1-14

 

Parabola del banchetto di nozze - Jan Luyken

Parabola del banchetto di nozze – Jan Luyken

La parabola del banchetto nuziale chiude il trittico di parabole con cui Gesù dice le parole dure e salutari dell’Evangelo a chi, chiuso nelle proprie sicurezze, non riesce a fidarsi dell’assoluta alterità della sua autorità e delle vie di Dio così diverse dalle nostre, e a chi non riesce a guardare in faccia il proprio peccato, come invece hanno saputo fare i pubblicani e le prostitute (cfr Mt 21, 32).

La terza parabola è un racconto ben strano; come la precedente parabola dei vignaioli omicidi ha un vasto retroterra biblico che è echeggiato anche nell’oracolo di Isaia che costituisce la prima lettura di questa domenica. All’interno delle Scritture infatti, il banchetto rappresenta un’immagine frequente ed allettante della promessa di comunione che Dio fa al suo popolo, una comunione verticale con Lui ed orizzontale nella fraternità; un’immagine, inoltre, di carattere escatologico, che fa puntare lo sguardo alla promessa di Dio che va ben oltre la storia…
Il racconto è strano perchè presenta un fatto inusitato: chi mai rifiuterebbe l’invito di un re per un banchetto nuziale? Era questa un’aspirazione di ogni israelita (di qualunque suddito!): essere ammesso all’intimità del re…

Chi son dunque questi invitati che rifiutano?
Per alcuni ci sono cose più importanti o più impellenti; per altri, addirittura, la proposta del re è talmente irritante che maltrattano i servi latori dell’invito e alcuni addirittura li uccidono.
Ancora fallimenti sì, come dicevamo già domenica scorsa, fallimenti di Dio: la storia della salvezza è ancora letta da Gesù (come aveva fatto già nella precedente parabola) come una storia di amore ostinato che non si arrende dinanzi agli evidenti fallimenti.

In questa parabola è più chiara la polemica con i Giudei: lampanti, infatti, sono le allusioni che Matteo fa ad Israele che perde la vigna, la quale passa ai pagani, ed alla distruzione di Gerusalemme vista come conseguenza del rifiuto del Messia Gesù; in Matteo Gesù leverà, infatti, un lamento su Gerusalemme, e profeterà la sua distruzione come conseguenza del no a Lui come Messia.
Non si tratta di un castigo nel senso stretto del termine, ma di una conseguenza: se Israele avesse accolto Gesù non avrebbe dato credito ai falsi Messia che la condurranno a scendere sul piano di una guerra disastrosa, e a dover subire un assedio mortale.
Se il rifiuto di Gesù conduce Israele a quest’ora di morte, coloro a cui passa la vigna non si sentano assicurati di nulla; il rifiuto di Israele, che poi Paolo leggerà come luogo provvidenziale per l’evangelizzazione delle genti, non deve corrispondere ad una cieca sicumera della Chiesa. (cfr Rm 11, 25-32).

I servi, per l’amore ostinato del re, sono inviati cioè a chiamare tutti quelli che incontreranno ai crocicchi delle strade, lì dove sono possibili le deviazioni ed i traviamenti, sono inviati cioè a far entrare tutti. Matteo ci tiene a sottolineare che devono far entrare buoni e cattivi… così la sala finalmente è riempita.

Qui inizia la seconda parte della parabola che riguarda la realtà dei discepoli di Cristo, quelli cioè che l’hanno accolto o, per lo meno, dicono d’averlo fatto.
Il re, infatti, è felice, e passando tra questi nuovi invitati alle nozze del Figlio ne scorge uno senza veste nuziale. Come si diceva, il monito di Matteo va qui alla Chiesa, alla comunità che può d’aver ereditato la salvezza “tout-court”.
No, dice l’Evangelo; l’essere entrati al banchetto del Figlio, l’essere invitati alle nozze dell’Agnello (cfr Ap 19, 7) non assicura alcuno, non pone alcuno in uno stato di possesso e di pretesa.

L’uomo senza abito nuziale è icona di chi pretende di stare nella Chiesa senza ricevere la vita nuova in Cristo, la vita fraterna ed ecclesiale, semplicemente come un dono
Alcune fonti archeologiche (una lettera dell’archivio di Mari) ci danno una notizia: era usanza che agli invitati alle nozze regali il re facesse dono di una veste del suo guardaroba; in questo caso il tizio, che così duramente è trattato in questo racconto, è uno che pretende di sedere al banchetto, ma senza essersi rivestito del dono del re; non ha accolto, cioè, la gratuità del re.
La dimensione della veste donata è solo una sfumatura ulteriore al senso primo del racconto; la veste indica qualcosa di nuovo, di altro da ciò che si indossava in precedenza.
Si tratta dunque di rivestirsi davvero di novità, di vita nuova; si tratta di rivestirsi di Cristo.
É l’appartenenza alla comunità messianica e la permanenza in questa comunità di Gesù; un’appartenenza ed una permanenza che non possono essere “di facciata”, esteriori; un’appartenenza che non si può semplicemente ereditare, e di cui sentirsi possessori.

Lo stare alla mensa de re deve essere una scelta che riveste tutto l’uomo, tutta la sua esistenza; deve essere un volgere le spalle totalmente a quello che prima ci rivestiva, a quello che era prima, all’uomo vecchio.
Non si può, dunque, essere uomini del Regno custodendo l’uomo vecchio, o difendendolo dalla radicalità che chiede l’Evangelo della Croce del Figlio. Non si può essere uomini del Regno in una mescolanza voluta di atteggiamenti esteriori da discepolo del Figlio ed atteggiamenti interiori secondo il mondo.

La parabola di oggi si chiude con quest’uomo che, giunto al banchetto del re da uomo vecchio, è gettato fuori nelle tenebre esteriori (così il testo greco: “eis tò scotós to exóteron” = “nelle tenebre, quelle di fuori”) … Se non è, infatti, rivestito dalla luce di dentro (cioè della casa del re e del suo banchetto di comunione) il suo posto è fuori, il mondo, ove c’è la tenebra che lui stesso ha scelto.
Una parabola severa questa del banchetto, in cui è chiaro che, come Israele si è escluso rifiutando la conversione a cui prima il Battista e poi il Figlio invitano, così il discepolo di Cristo può trovarsi anch’egli fuori, nonostante sembri che stia seduto al banchetto del Regno.

Il detto finale, che era un detto del Signore noto al di là della collocazione in questo punto del racconto, mette in risalto una riflessione teologica sul resto fedele … un resto che attraversa tanto Israele che la Chiesa, un resto che proviene dall’uno e dall’altra.

La domanda che bisogna farsi, e molto seriamente, è se siamo disposti a far parte di questo resto che è certo minoranza incompresa, che è minoranza perdente per il mondo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXX Domenica del Tempo Ordinario – Shemà

UN AMORE CHE SIA DI TUTTO L’UOMO 

 Es 22, 20-26; Sal 17; 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40

Nella selva di 248 precetti e di 365 divieti è necessario orientarsi! Sì, sono 613 i comandi, tra positivi e negativi, che ogni pio israelita riconosce nella Torah … e la ricerca di un principio era una legittima esigenza che tanti, ai tempi di Gesù, cercavano sinceramente. Si cercava il “kelal gadol”, il “precetto grande” in cui poter sommare tutte le esigenze della Torah.

In Matteo, nel passo che oggi la liturgia propone, c’è un dottore della Legge che, essendosi consultato con altri farisei, fa una domanda a Gesù … diversamente dal racconto di Marco in cui questa domanda è posta a Gesù da uno Scriba  suo “simpatizzante”, in Matteo c’è, invece, un tentativo di mettere alla prova, di tentare Gesù. Il dottore della Legge è in mala fede perché non fa una domanda onesta; una domanda onesta, infatti,  suppone che chi la fa sia disposto ad ascoltare ed eventualmente anche a mutare parere … qui c’è invece uno che, ancora una volta, come per la domanda circa il tributo a Cesare, cerca di far inciampare Gesù, di tentarlo o per farlo cadere in fallo, o per tirarlo dalla propria parte.

Gesù non  ha esitazioni nel dare la risposta e lo fa citando la Torah nel testo più amato e ripetuto da Israele, lo “Shemà” che è nel Libro del Deuteronomio (6,5) ma a quel celebre testo aggiunge il precetto che è al capitolo 19,8 del Libro del levitico circa l’amore per il prossimo. E’ l’accoppiata dei due testi la grande originalità di Gesù! Che un fondamento della Legge fosse l’amore per Dio era opinione diffusa, e Gesù la ribadisce, ma all’amore per Dio Gesù aggiunge l’amore per il prossimo dicendo che questo comando è “secondo” ma “simile” al primo … ha, cioè, la stessa natura, ha origine dal primo.

Comandare l’amore! E’ cosa ben strana … eppure la Scrittura lo fa … il nostro buon senso ha sempre ripetuto “al cuore non si comanda” e quicuore” sta per “amorela Scrittura, però, sa che l’uomo facilmente volta le spalle all’amore … volta le spalle all’amore per Dio perché spesso, nella sua alienazione “religiosa”, l’uomo ha soltanto nutrito paura per Dio, o vergogna davanti a Lui (cfr Gen 2,10) o, ancora, ha guardato a Lui come ad una “potenza” che potesse assicurargli il presente, il funzionamento del creato; dunque, un “Potente” da ammansire l’amore è un’altra cosa!

La Scrittura sa anche che l’uomo ha voltato le spalle all’amore per l’altro uomo fin dal gesto omicida di Caino (cfr Gen 4, 3-9), per passare per il canto selvaggio di Lamech (“ho ucciso un uomo per una mia scalfittura, un ragazzo per un livido! Caino sarà vendicato sette volte, ma Lamech settanta volte! Cfr Gen 4,23-24) e per giungere a tutte le guerre aberranti che l’uomo ha saputo creare fino a quelle che ancora oggi lacerano al storia, la grande storia e le piccole storie …

Il Signore ribadisce che l’ amore  è un comando perché esso è una necessità assoluta in quanto solo l’amore può rendere l’uomo uomo e rendere la terra abitabile.

Lo Shemà che Gesù cita chiede per Dio un amore che sia di tutto l’uomo e non solo di una parte di lui: Con tutto il cuore,con tutta l’anima e con tutta la mente. Tre termini che, lungi dallo “spezzettare” l’uomo, ci suggeriscono sempre la totalità dell’uomo stesso.

Con tutto il cuore” cioè con tutto quello che ti abita nel profondo, con tutto quello che ti muove e con tutto che sai far scaturire dal tuo profondo, dal tuo intimo. E’ chiaro che qui “cuore” non è luogo dei sentimenti ma il “profondo” dell’uomo, è la fonte da cui tutto nell’uomo promana ed è il luogo ove, in ogni uomo, tutto giunge e riposa.

Con tutta l’anima” (in greco “psyuché” che traduce l’ebraico “nefesh” cioè “alito di vita”) che significa con tutta la tua vita, con tutto ciò che fai, con tutto ciò che vivi; è un amore che va vissuto in ogni dimensione dell’esistenza e non relegato in atti di culto, in atti “religiosi” strettamete detti.

Con tutta la tua mente”, cioè con tutti i tuoi pensieri, con tutta la tua intelligenza, con tutto ciò che conosci, che sai; amare Dio è mettere al servizio del suo amore tutto il sapere, tutte le conoscenze e da esse ripartire per amarlo di più.

Se l’amore per Dio deve essere così, e Gesù così l’ha vissuto, con tutto se stesso, fino al dono totale di sé, l’amore per altro va ricercato nella stessa totalità. Un amore da viversi senza possibilità di “barare”: “come te stesso” dice Gesù; e noi sappiamo bene come amiamo “noi stessi”, sappiamo bene cosa desideriamo “per noi stessi”.

Gesù dice Il secondo è simile al primo; potremmo dire “è della stessa natura” del primo, deriva dalla stessa radice che è l’amore per Dio, amore totale per Dio. E’ radice che rende buono l’albero dell’amore umano. Purifica, infatti, il mio amore per me stesso, facendomi scoprire che sono amato da Uno che mi cerca e mi ama per me stesso, il suo amore mi libera da ogni idolatria di me perché mi fa volgere lo sguardo verso Colui che mi ha amato per primo. L’amore per Dio, poi, purifica l’amore per il prossimo (in greco si tratta di un superlativo di “vicino”, il “vicinissimo”); il prossimo non è da possedere ma da gurdare come fratelli ugualmente amati da quel Dio che mi ama e che amo.

La rivelazione cristiana spalanca qui porte immense all’amore: scopriamo che il Dio dello Shemà nella carne di Gesù si è fatto prossimo, vicinissimo e mi ama fino alla croce; Cristo, il Figlio, si è fatto mio fratello ed in Lui non posso non amare tutti i fratelli; allora amare Dio ed il prossimo è lo stesso amore perché Dio si è fatto uomo! Ormai le due realtà, dopo Cristo, non sono più scindibili: amare Dio, amare l’uomo! Ecco che il fatto che Gesù unisca i due comandamenti ha radici profonde nel più proprium della rivelazione cristiana: l’incarnazione di Dio. Unire Dio e l’uomo in questo comandamento dell’amore ha lì, nell’incarnazione, la sua straordinaria radice: Dio in Cristo Gesù si è fatto uomo e uomo per davvero. Così ci ha narrato l’amore e ci ha chiesto l’amore: in Lui Dio e uomo sono radicalmente e per sempre uno. Non si può più, dunque, amare Dio e non amare l’uomo!

L’Evangelo di oggi si conclude dicendoci che in questo duplice amore si compie la Scrittura, si compiono, cioè, le promesse dell’Alleanza. Chi vuole obbedire alle vie dell’Alleanza deve aprire le porte all’amore.

Questo è venuto a chiederci Gesù ma chiedendocelo ci ha donato se stesso perché avessimo la capacità di farlo diventare vita. Per consegnarci il comandamento dell’amore, Gesù si è consegnato tutto a noi e, in ogni Eucaristia, lo possiamo sperimentare e da lì possiamo ripartire a camminare nelle nostre storie con il solo bagaglio necessario: amare Dio sentendosene amati ed amare l’uomo che, per la carne di Cristo, è diventato il “vicinissimo” nel quale riconoscere Dio.




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