XXXI Domenica del Tempo Ordinario – Scribi e Farisei

COSA SI ANNIDA NEL CUORE

Ml 1, 14b-2, 2b.8-10; Sal 130; 1Ts 2, 7b-9.13; Mt 23 1-12 

 

Anche in questa domenica sarebbe comodo, ed è una gran tentazione, far diventare la pagina evangelica proposta una pagina o antigiudaica o una pagina archeologica … Si sfugge subito a questa tentazione se si fa attenzione ai destinatari del discorso di Gesù: sono le folle e i suoi discepoli. In Matteo l’attenzione alle folle è una sottolineatura che vuole portare lo sguardo sulle “moltitudini” di credenti in Gesù che ormai ci sono, sulla dimensione ecclesiale che all’evangelista sta molto a cuore. Insomma queste parole sono rivolte alla Chiesa, a quanti hanno deciso di mettersi alla sequela di Cristo avendo accolto l’Evangelo.

Matteo si rivolge alla sua Chiesa e noi oggi dobbiamo lasciare che l’Evangelo ci contraddica, ci scopra, ci provochi, ci ferisca. Oggi.

Nel discorso di Gesù gli Scribi e i Farisei sono l’esemplificazione più lampante di ciò che non deve, né può accadere nella comunità ecclesiale. L’Evangelo è oggi invito provocatorio per chiunque abbia scelto Gesù come via per camminare verso il Regno; una provocazione a riconoscere il fariseo e lo scriba che si annida nel cuore. Questo fariseo che ci abita ci fa correre tre pericoli che il testo di Matteo sottolinea con forza e chiarezza: divorzio tra parlare e agire, creare una morale arrogante per gli altri, il desiderio di apparire e di essere primeggianti e riconosciuti.

Il primo pericolo è quello che farà gridare a Gesù: “Ipocriti!”, cioè “attori”, “simulatori”. Come già dicevamo qualche domenica fa, è questa la grande impurità, questa non corrispondenza tra dire e agire, tra pensare e fare … è la grande impurità che si oppone alla beatitudine del “Beati i puri di cuore” (cfr Mt 5,8).

Da questo primo atteggiamento, che può allignare in ogni comunità credente (e ne è la morte!), nasce immediatamente un secondo pericolo: creare una morale insopportabile e legarla sulle spalle degli altri! Quante volte accade questo … siamo stati capaci di far diventare l’Evangelo una morale opprimente! Che contraddizione: la “buona notizia” che diventa morale soffocante, pesante da non potersi portare, moltiplicazione di leggi che smettono di guardare all’uomo ed alla sua concretezza storica per disegnare un uomo che non esiste realmente, un uomo esemplificato in migliaia di casi che nulla hanno a che vedere con quella carne concreta di ciascun uomo, quella carne concreta che quello che Dio ama radicalmente! Teoricamente tutti sono contro la morale “casistica” e disincarnata ma la si ripropone così più volte che non si creda … Una morale che non sia liberante e vissuta, sì con lotta, ma con gioia piena, è contraddizione all’Evangelo ed è “tomba” senza speranza di ogni forma di evangelizzazione!

Annunciare l’Evangelo è annunciare la buona notizia dell’Amore del Padre che dona il Figlio fino all’estremo della croce ed effonde su di Lui e su ogni uomo lo Spirito che è il suo Amore, la forza per amare fino all’estremo come il Figlio crocefisso e risorto! Quando questo annunzio penetra i cuori trasforma anche le vite e si diventa capaci di pendere su di sé il giogo soave di Cristo, soave perché Lui lo porta con noi, perché Lui è consolazione e riposo (cfr Mt 11, 28) nella lotta.

Il terzo pericolo è quello della ricerca dell’apparire, del primeggiare … qui Gesù fa seguire un elenco di miseri “mezzucci” per essere ammirati dalla gente: in primo luogo ostentazioni come quella di allargare i filatteri per forma e grandezza; questi “filatteri” sono gli astucci contenenti il testo dello Shemà che, per Dt 6,8, ci si deve porre sulla fronte e sul braccio … ostentazioni come quella di moltiplicare o allungare le frange del mantello, frange che sono segno dei precetti che il pio israelita si prefigge di osservare scrupolosamente: quante più frange si hanno tanti più voti di fedeltà si son fatti. Altro “mezzuccio” è ambire ai primi posti nei banchetti e nelle sinagoghe; uomini così amano poi essere ossequiati ed esser chiamati con titoli onorifici …

Matteo pone sulle labbra di Gesù un monito severo per atteggiamenti del genere: se queste sono tentazioni, se sono pericoli, Gesù vuole che i suoi discepoli li fuggano come la peste e ci indica pure anche la via per sfuggire a queste tremende vie “religiose” … come sempre la via non è un precetto moralistico ma una parola di rivelazione.

La rivelazione che Gesù comunica ai nostri cuori, e che ci libera da ogni fariseismo e da ogni “mezzuccio” per apparire, è la rivelazione della paternità di Dio per la quale siamo tutti fratelli e per cui ogni tentativo di primeggiare diventa, in questa consapevolezza, stolto e perverso; la rivelazione della paternità di Dio è però preceduta dalla rivelazione che il Figlio è il solo maestro perché è Lui che ci ha insegnato la sola cosa che davvero conta: il vero volto di Dio e il vero volto dell’uomo. Dio è Padre e noi siamo amati infinitamente da questo Padre nel quale siamo tutti fratelli. Gesù, però, aggiunge anche di non farsi chiamare “katheghetès”, cioè “guide” (finalmente la nuova traduzione CEI ha tradotto “guide” e non ha ripetuto “maestri”; la parola che Matteo usa per “maestro” è, infatti o l’ebraico “rabbì” o il greco “didàskalos”); non bisogna pretendere per sé il titolo di guida perché solo il Cristo è nostra guida e pastore perché solo Lui ci precede e ci conduce a libertà dando per noi la vita.

In questa domenica certamente tanti penseranno, ascoltando questa pagina evangelica, che la Chiesa ha disobbedito a questa parola di Gesù perché ha sempre usato questi titoli: maestro, guida, padre … credo, però, che non sia questione di parole, di appellativi, ma di atteggiamenti profondi, di chiarezza radicale. Nella Chiesa ci può essere (e deve esserci!) un ruolo magisteriale purchè sia sempre sottoposto al magistero di Cristo; un ruolo magisteriale che sia allora rivelazione della magisterialità unica del Cristo; nella Chiesa ci possono e ci devono essere dei padri (uno dei grandi mali della Chiesa di oggi è la scarsità di “padri spirituali”!) ma non con una loro paternità da imporre, ostendere e millantare, ma con una paternità che costi la fatica di generare alla fede, alla speranza e all’amore dei figli, con una paternità che sia rivelazione e narrazione del volto dell’unico Padre;  allo stesso modo il ruolo di guida va assolutamente assunto da chi vi è chiamato ma per raccontare la mano tenera e forte dell’ unico Pastore, Gesù Cristo; ci vogliono pastori che siano disposti come Cristo a dare la vita.

D’altro canto Gesù non ha detto Non siate maestri, non siate padri, non siate guide … ha detto “non fatevi chiamare” … è allora, non questione di ruolo, ma di pretese di ruolo, di pretese di primati che pongano sugli altri. E’ chiaro che, se i maestri diventano arroganti, i padri opprimenti e le guide diventano dispotiche e guide cieche che pascolano il gregge senza amore e per vile interesse (cfr 1Pt 5, 2-4) allora il tradimento dell’Evangelo è violento e palese; diversamente maestri, padri e guide edificano il Regno di Dio. Il segreto, per loro e per tutti quelli che vogliono essere uomini dell’Evangelo, è nell’ultima esortazione: Il più grande tra voi sia vostro servo. Chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato che è certamente un invito all’umiltà ed al servizio ma è soprattutto via che affonda le sue radici sempre nell’unico Maestro e nell’unico Pastore, in Gesù che ha preso l’ultimo posto, quello dello schiavo e dello schiavo crocefisso! L’ultimo posto e l’abbassamento più estremo solo stati la via che Dio ha scelto per essere tra noi!

Paolo, nel testo della Prima lettera ai cristiani di Tessalonica ci ha mostrato se stesso come umile incarnazione di questa servitù tenera e piena d’amore per i suoi: Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli … avremmo desiderato trasmettervi non solo l’Evangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari

Una via come questa, lungi da ogni desiderio perverso di primeggiare, lungi da ogni arroganza e da ogni ipocrisia, via di reciproca tenerezza che abbia al cuore l’Evangelo, è l’unica via per mostrare Cristo al mondo, per far sì che la Chiesa sia città luminosa posta sul monte (cfr Mt 5, 14), luogo in cui gli uomini anelino abitare per ritrovare il senso profondo del loro vivere. Una via di tenerezza che è solo quella dell’unico Maestro e Pastore.




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