XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Cristo Re

Giudizio Universale (particolare) - Michelangelo Buonarroti, Cappella Sistina (Musei Vaticani) Roma

Giudizio Universale (particolare) – Michelangelo Buonarroti, Cappella Sistina (Musei Vaticani) Roma



GIUDICE E CROCIFISSO

Ez 34, 11-12.15-17; Sal 22; 1Cor 15, 20-26.28; Mt 25, 31-46

 

Questa solennità nell’ultima domenica dell’anno liturgico fu voluta da Papa Pio XI nel 1925. Il Papa fu spinto a creare questa festa a seguito di molteplici riflessioni, non ultima quella di voler rendere relative le suggestioni dei regimi che in quel tempo pretendevano dai popoli un’adesione personale ed assoluta.

Soffermarsi sulla regalità di Cristo è meditare sulla sua signoria sulla storia e sulla vita dei credenti…una signoria che Paolo, nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge, collega alla Croce e alla Risurrezione di Cristo.
Non è una signoria solo di natura (“Credo in un solo Signore Gesù Cristo”), è piuttosto una signoria che Egli ha conquistato – nella storia – a prezzo del suo sangue… Una signoria che ha lo scopo di liberare e non di schiavizzare; una signoria, infatti, che ha lo scopo di vincere i nemici dell’umanità, quei nemici che rendono l’uomo meno uomo …e l’ultimo nemico che dovrà essere annientato è quello che Gesù già ha vinto a Pasqua: la morte.
Una tale signoria, per il solo fatto di essersi rivelata a pieno sulla Croce nell’amore fino all’estremo, è una signoria che giudica il non-amore dell’uomo.

Anche Ezechiele, nel suo oracolo che ha costituito la prima lettura, ci mostra un pastore buono che ha cura amorosa per le sue pecore, le raduna, dà loro la vita e per questo la sua presenza è giudizio e discernimento tra pecore e capri…un’immagine questa che tornerà nel racconto di Matteo della parabola del Giudizio finale. In questa grande parabola la signoria di Cristo si rivela nel giudicare tutta l’umanità con il metro dell’amore.

Il veniente è il Figlio dell’uomo ed è re; sappiamo bene, però, che il Figlio dell’uomo è Gesù di Nazareth, rifiutato, perseguitato, e assassinato sulla croce come un malfattore. E’ dunque sì un re, ma un re che ha condiviso con l’uomo la fame, la nudità, la solitudine, l’abbandono; un re che allora può legittimamente identificarsi con i poveri e gli ultimi, con i più umili; un re che, pure nella sua funzione di giudice universale, non rinunzia alla logica che ha guidato tutta la sua esistenza terrena: la logica dell’Emmanuele, la logica del sedere alla mensa dei peccatori e dei piccoli, la logica di mettersi dalla parte delle vittime e dei curvati. Ed è un re che ha continuato ad essere presente nella storia anche dopo la sua “partenza”…e vi è rimasto “in incognito”, sotto le spoglie dei suoi fratelli più piccoli.

E’ chiaro, dunque, che non c’è contrasto tra questa pagina “gloriosa” e la croce!
Qualcuno ha anche detto che alla logica dell’amore (la croce) qui si sostituisse quella del trionfo e della potenza (giudizio). E’ assolutamente falso!
Questo Giudice fa perfettamente quello che fa il Crocefisso: svela il senso dell’amore, un amore che appare paradossalmente perdente mentre, in realtà, è vincente!
Il Crocefisso apparve agli occhi del mondo un essere inutile e maledetto, un fallito; invece fu salvezza e benedizione, fu rivelazione di senso; il Crocefisso apparve abbandonato persino da Dio, che così pareva dire parole di smentita su tutta la sua vita… quell’amore nascosto e disconosciuto diventò invece salvezza e benedizione, e da quell’amore grondante sangue e solitudine fiorì la risurrezione e la speranza.
Così è in questa pagina: il Giudice seduto sul trono della sua gloria svela l’uomo all’uomo, e lo fa alla luce della croce! Questo Giudice è il Crocefisso, e proclama che solo l’amore dona all’uomo umanità e consistenza; solo l’amore fa entrare nella vita («Venite, benedetti dal Padre mio!»).

In questa terza parabola, dopo il grande discorso escatologico, la vigilanza appare come capacità di sporcarsi le mani per coloro i quali sono piccoli, per gli esclusi, per quelli che non contano per nulla, per quelli che sono oppressi e curvati sotto il peso del bisogno.
Se nella parabola delle Dieci Vergini il vigilare era l’“essere equipaggiati per il tempo lungo”, e se per la parabola dei Talenti il vigilare era “assumersi responsabilmente il quotidiano rischiando di persona”, il vigilare qui è “amare fattivamente sporcandosi le mani per i più piccoli”…è mettersi dalla loro parte, come fece Gesù! L’amore si esprime concretamente, sottolinea Matteo, anche in questo racconto…
Anche nel Discorso sul monte – e proprio nella sua conclusione! – Matteo ci aveva tenuto a porre il sigillo a tutto il discorso inaugurale del ministero profetico del Figlio dell’uomo, con quel monito: «Non chiunque mi dice ‘Signore, Signore!’ entrerà nel Regno dei cieli ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (cfr Mt 7, 21).

Ora, al termine dell’Evangelo, la volontà del Padre brillerà chiara, e chi legge l’Evangelo sa che il Figlio dell’uomo seduto sul trono della sua gloria non è uno che si è solo riempito la bocca di belle e suggestive parole, ma uno che, per gridare la verità di tutte quelle parole, ha steso le sue braccia sulla croce, e si è sporcato le mani per tutti noi, piccoli e bisognosi… La volontà del Padre è che la fraternità tra gli uomini venga sanata per sempre, e la fraternità è sanata lì dove ci si fa carico veramente (non a parole!) dell’altro e del suo dolore.

Il monito va alla Chiesa che conosce l’Evangelo della Croce, e che sa che quella via è la via che anch’essa deve percorrere, senza perdere tempo e senza addolcire i precetti del Signore crocefisso…
Ma a tutti gli uomini – anche a quelli che l’Evangelo non lo hanno conosciuto – brilla, da questa pagina, una grande speranza: la benedizione del Figlio dell’uomo giunge a tutti quelli che – credenti o meno – hanno accolto ed amato…
E’ da notare che questo Giudice non chiede ragione di nessun atto di culto o di tipo “religioso”…il Giudice, glorioso perché trafitto, dice che i “lontani” che hanno accolto ed amato, anche se inconsapevolmente, hanno accolto ed amato Lui!

Martino di Tours ne fece esperienza profonda quando in sogno vide il Cristo rivestito di quel mezzo mantello che lui aveva dato al povero intirizzito dal freddo… «l’avete fatto a me»
Il Cristo è allora re perché così svela il senso di tutto l’universo.
E il senso è l’amore senza confini…

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Ho avuto paura


UN SERVO CHE NON GENERA VITA

 Pr 31, 10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1Ts 5, 1-6; Mt 25, 14-30

 

Parabola dei Talenti

Parabola dei Talenti, icona


Prima di entrare nel racconto della Passione, Matteo pone sulle labbra di Gesù un grande discorso, l’ultimo dei cinque con cui articola tutta la struttura del suo evangelo: il discorso escatologico, un discorso in cui Gesù porta i suoi ascoltatori a guardare il fine della storia, la meta della storia; ed in quella meta annunzia l’evento del ritorno del Figlio dell’uomo. Un discorso che presuppone che questo Figlio dell’uomo (modo con cui Gesù stesso si è di continuo designato nell’evangelo) debba andar via per poi tornare; presuppone dunque, ed il lettore dell’evangelo lo capisce bene, la Pasqua di Gesù. Egli sarà sottratto alla storia ma poi tornerà, e questo ritorno richiede un atteggiamento essenziale: la vigilanza.

A conclusione del discorso escatologico, proprio per inculcare la necessità di questo atteggiamento di vigilanza, Matteo pone tre parabole: la parabola delle dieci vergini, questa di oggi dei talenti, e la parabola che ascolteremo domenica prossima del giudizio finale.

L’accento che si pone nelle prime due parabole è sulla vigilanza; e se per la parabola delle dieci vergini risulta chiarissimo, lo è forse un po’ meno per la parabola dei talenti, o almeno non è così evidente. Basta tuttavia leggere la conclusione della precedente parabola, per coglierne il tema della vigilanza. “Vegliate, dunque, perché non sapete nè il giorno, nè l’ora. Avverrà infatti come di un uomo che, dovendo partire per un viaggio”.
Quell’“infatti” (in greco “gàr”) è allora importantissimo, proprio perché collega la parabola dei talenti al tema della vigilanza.

Matteo racconta una parabola (anche questa spesso letta in modo moralistico e volontaristico!) con cui – partendo da un’implicita domanda sul tipo di rapporto che instauriamo con Dio – giunge a declinare la vigilanza come capacità di rischiare per mettere in moto i doni ricevuti dal Signore, che è partito nel suo Esodo, ma che poi tornerà.
Il primo problema che il racconto di Matteo pone è quello della relazione che c’è tra il terzo servo, il vero protagonista della parabola (quello cioè su cui puntare tutta l’attenzione per comprendere il messaggio), ed il Padrone.
La parabola è un racconto “a sorpresa”, un racconto in cui il lettore è portato a schierarsi dalla parte sbagliata. Un po’ come avveniva con la parabola degli operai dell’ultim’ora (cfr Mt 20, 1-16), dove il lettore, di istinto, era spinto a sottolineare l’“ingiustizia” del comportamento del padrone della vigna, che paga in modo indistinto gli operai a prescindere dalle ore di lavoro e di calura.
Qui, nella parabola dei talenti, si è portati a pensare che l’atteggiamento “prudente” del terzo servo non sia poi così sbagliato: anche noi ragioniamo come lui, e ci convinciamo che tutto è giunto a buon fine, perché il talento è tornato intatto al Padrone! Il servo, in fin dei conti, non ne ha approfittato; non ha rubato nulla, nè ha usato quel ben di Dio (circa 32 chili di oro!) per suoi scopi personali! Ha conservato il talento con diligenza, e ha fatto anche attenzione a che nessuno toccasse quel patrimonio!
Il lettore ragiona così, come il terzo servo, e si trova tuttavia dalla parte del torto!
La narrazione di Matteo ci conduce a comprendere che questo avviene perché non si sa bene chi sia il Padrone, ed è chiaro che questi nella parabola adombri Dio! Il terzo servo lo definisce come “un uomo duro”, un uomo che “miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso”!
Ecco il tranello!
Dinanzi ad una simile concezione di Dio non c’è spazio se non per due atteggiamenti: la paura ed il legalismo. Sono i due sentimenti che hanno guidato il servo a sotterrare il talento: ha avuto un talento ed un solo talento ha restituito, osservando una banale legge di onestà e di prudenza. Ha avuto paura di trattare con quel padrone “duro”, non ha voluto discussioni con Lui sul suo comportamento circa il traffico di quel talento; e per paura, ha creduto di risolvere il tutto in modo legalistico!

Si deve perciò tornare alla domanda iniziale della parabola: che significa vigilare (in greco “gregoréo”)? Nella parabola delle dieci vergini, vigilare significa essere equipaggiati per un tempo lungo. Qui, invece, c’è una risposta ulteriore: vigilare significa assumersi responsabilmente il quotidiano; e “responsabilmente” vuol dire “rischiando”!
La parabola, allora, ci dice che il problema risiede tutto nel nostro rapporto con il Signore. Il rapporto del terzo servo con il Signore è di paura: è un servo molto diverso da quello delineato nella parabola del servo spietato (cfr Mt 24, 42-51), il quale in fondo non prende sul serio la possibilità di un ritorno del padrone…
Nella parabola dei talenti, invece, è proprio l’incombere del ritorno che paralizza il terzo servo, rendendolo infecondo e privo di ogni iniziativa affinchè il dono immenso del Padrone potesse far frutto. Quello era un dono, e un dono da far fruttare; ma il terzo servo, non avendo compreso che era un dono (“Ecco il tuo!”), non l’ha fatto fruttare; ha creduto perciò di doverlo nascondere, mostrandosi pertanto nella sua verità: un servo “acheîros”, un servo “inutile”, e certamente non nell’accezione positiva, che gli dà l’evangelista Luca, di servo che “non pretende un utile”, di servo cioè che agisce con gratuità (cfr Lc 17, 10), ma nel senso più brutto del termine: un servo che non produce nulla, che non genera vita. Un servo che non è fecondo.

La fecondità di cui si sta parlando è una fecondità che parte dal talento (o dai talenti) che il Signore ha lasciato. La domanda importante allora è questa: cosa sono questi talenti?           E’ facile cadere qui nei soliti discorsi sulle doti personali, sulle capacità e le abilità di ciascuno, sui doni che ciascuno ha ricevuto e così via…nulla di così sviante!
Se andiamo alla struttura della narrazione, ci rendiamo conto che il Signore, che parte e poi ritorna, è Gesù stesso, e ciò che lascia è la sua esistenza. Infatti, il sostantivo che Matteo qui usa per “talento” è “iuparxis”, termine che certo indica anche la “ricchezza” ed i “mezzi di sussistenza”, ma questo secondo significato – direi – deriva dal primo: “esistenza”, “esserci in realtà”.
Allora pare lampante: i beni che Gesù lascia alla sua partenza (con la sua Pasqua) sono quelli dell’Evangelo: è la sua esistenza consegnata agli uomini, è la sua vita che racconta Dio, con l’amore “fino all’estremo” (cfr Gv 1, 18; Gv 13, 1). Ciò che si doveva “trafficare” era l’Evangelo, era l’amore che può cambiare la faccia della terra. E questo non si può sotterrare, non si può nascondere (cfr Mt 5, 15). Questo era richiesto al servo “inutile”, al servo “infecondo”.

Si vigila, allorasolo se si è operosi; e non operosi nell’usare i “propri talenti”, le proprie bravure ed attitudini, ma operosi nel “trafficare” l’Evangelo, prendendolo concretamente sul serio, senza fughe nè paure, ma rischiando e pagando di persona.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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ASSUMERE LA STORIA CON I SUOI DOLORI

  –  Ez 34,11-12; 15-17; Sal 22; 1Cor 15, 20-26.28; Mt 25, 31-46  – 

 

Nel brano della Lettera ai cristiani di Roma che oggi la liturgia propone, Paolo ci ha mostrato il Cristo nella sua regalità, quella che il Padre gli ha dato perché Gesù ha amato fino alla croce, fino all’estremo. Dando la vita Gesù si è mostrato re, risuscitato dai morti è stato fatto, dal Padre, re per sempre. La sua è una signoria già in atto dall’alba di Pasqua, una signoria che Gesù stesso ha affermato davanti a Pilato, una signoria che va tanto oltre le nostre concezioni di regalità, che Cesare non deve temere: il mio regno non è di questo mondo (cfr Gv 18,36). Continuino pure a regnare i vari “cesari”, la loro regalità è effimera e ristretta, abbiano pure a ricoprirsi di oro e di porpore i re della storia, quei manti di potenza prima o poi copriranno cadaveri impotenti come quelli di tutti gli uomini. Sono così i regni di questo mondo.

La regalità del Risorto è in atto già oggi ma è nascosta; ecco la “sorpresa” su cui “gioca” il celebre passo del Giudizio finale di Matteo: sia i “buoni” che i “cattivi” si sorprendono che quel Re glorioso, seduto sul trono della sua gloria, attorniato dai suoi angeli, era così presente in una storia in cui pareva assente. Lo stupore è che lo si poteva incontrare e onorare ogni giorno e, in realtà, alcuni inconsapevolmente l’hanno fatto!

L’avevano incontrato in quei visi spaventati di forestieri male accolti e spesso umiliati, in quelle guance smunte di affamati , in quelle labbra secche di assetati inariditi dalla vita, in quei corpi nudi e infreddoliti, in quelle membra piagate e sofferenti giacenti in letti di dolore, in quei visi incattiviti dal male commesso e ristretti dietro sbarre che li privano del bene prezioso della libertà. E’ incredibile ma quel re era lì: nei luoghi meno santi e “regali” della storia …

Per Matteo è strano che un cristiano non possa accorgersene: quel re è il Crocefisso, colui che ha salvato il mondo non con la potenza ma con la debolezza. Dove, allora, il Crocefisso poteva continuare a dimorare se non nella debolezza?

Alla fine del suo Evangelo Matteo fa pronunziare al Risorto quella parola di grande forza e consolazione: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli” (cfr. Mt 28, 20b). Ma dove cercarlo? Certo, presso il Padre (cfr Gv 20,17), ma contemporaneamente lì nella storia dei piegati, degli umiliati dell’umanità.

Se non ci fosse stata consegnata questa parola di Matteo, se non ci fosse questa prospettiva e questa rivelazione, la storia rimarrebbe un garbuglio enigmatico. Se questa pagina non ci dicesse da che parte sta Dio, non sapremmo quali vie percorrere per dare sbocchi di senso a ciò che senso non ha; Dio sta dalla parte dei piegati, degli umiliati, dei feriti, dei miseri, dei poveri perché cattivi o incattiviti (si badi che non si specifica se i carcerati da visitare siano degli “innocenti” ingiustamente prigionieri!), dei nudi e degli affamati perché qualcuno ha indosso gli abiti che loro spettavano e ha accumulato per il suo ventre il cibo di cui loro dovevano nutrirsi. Dio sta dalla loro parte, anzi si identifica con loro.

Lo cerchino pure gli uomini religiosi solo nella potenza del cielo o nei riti rassicuranti e senza amore … Lui è lì, come il povero Lazzaro della parabola di Luca, alla porta del ricco (cfr Lc 16,20).

Alcuni hanno voluto vedere in questa pagina di Matteo un bel programma etico sganciato da ogni legame teologico; quasi a dire: “Dio o non Dio, quel che conta è fare il bene!” Certo, nella visione universalistica che Matteo vuole qui comunicare c’è anche questo, per quelli che, lontani dalla rivelazione, vivono nel mondo la condivisione con i poveri e sanno chinarsi sulle piaghe dei sofferenti. Certo Matteo indica una via di amore e di compassione che chiunque può percorrere, ma non dobbiamo dimenticare che l’Evangelo è stato scritto per la Chiesa, per coloro che dovrebbero conoscere il Dio delle misericordie, il Dio che Gesù ha raccontato come Padre di tenerezze. Se le genti, i lontani possono sporcarsi le mani con le miserie del mondo, tanto più quelli che l’Evangelo ha toccato e salvato!

Già Israele sapeva che le opere di misericordia erano un riprodurre, nella storia personale, ciò che Dio aveva fatto e fa; un rabbino, infatti, poteva scrivere: “Seguire Dio è seguirne la condotta: come Dio ha vestito gli ignudi (Adamo ed Eva), così vesti quelli che sono nudi; come Dio ha visitato gli ammalati ( Abramo e Sara nella loro sterilità), così tu pure visita gli ammalati; come Dio ha consolato gli afflitti (Isacco nel suo terrore sul monte Moria), così consola anche tu gli afflitti”.

Il problema allora è duplice: c’è un giudizio che discerne quelli che queste opere le hanno compiute sentendo compassione e cercando di fare ciò che Dio ha fatto e fa tentando, come scriveva Hetty Hillesum, di “aiutare Dio ”, da quelli che queste opere non hanno voluto farle perché sordi al grido di sofferenza degli altri e perché con lo sguardo rivolto solo su se stessi e non sul Dio delle misericordie! Ma oltre al giudizio (o forse “assieme” ad esso!) c’è anche una rivelazione che è la parte mirabilmente sorprendente del testo di Matteo: dietro quei poveri c’era Lui, il Re glorioso e giudice … c’era Dio stesso! L’“imitatio Dei” corrisponde ad un vero servire Dio presente ne povero.

La meraviglia dei “buoni” ci mostra la loro sorpresa dinanzi a questa straordinaria rivelazione, la gioia di scoprire che l’aver servito, lavato, curato, visitato, sfamato quei poveri era stato un servire in essi il Re; la meraviglia dei “cattivi”, di quelli che invece pietà non ne hanno avuta, più che vera meraviglia è una sorta di squallida via per scusarsi, per giustificarsi … quasi che il “non sapere” di onorare e servire il Re in quei poveri bastasse a sgravarli dall’indifferenza e dal freddo egoismo che hanno seminato nella storia.

Assumere la storia con i suoi dolori è via di vita per tutti gli uomini e la rivelazione cristiana, dicendo alla storia da che parte è Dio e il suo Cristo, rivela fino a che punto questo Dio abbia scelto l’uomo, abbia scelto questa carne: è lì, nella carne del dolore, fino all’ultimo giorno.

Blaise Pascal, in punto di morte, non potendo ricevere l’Eucaristia perché impedito dalla malattia di ingoiare la particola, chiese agli astanti: “Se non posso ricevere Gesù, mio Signore, nell’Eucaristia , che io lo riceva nel povero; portatemi qui un povero!” Pascal aveva capito che sacramento di Cristo è l’altro, che nell’altro puoi sempre incontrare e amare l’Altro!

Al termine di questo anno liturgico, Matteo, che ci ha accompagnato con il suo Evangelo durante tutto questo anno, si congeda così da noi: indicandoci la via per fare di questa storia un “luogo” di senso … questo può avvenire attraverso i discepoli del Cristo, chiamati a umanizzare l’uomo con lo sguardo fisso sul Cristo. Con le tre “parabole”, che abbiamo ascoltato in queste ultime domeniche, Matteo ci ha detto che, in attesa del compimento che Cristo darà alla storia, c’è un’ora da vivere con attesa fedele (l’olio della lampada), facendo fruttificare l’Evangelo che ci è stato lasciato dal “Padrone” come tesoro preziosissimo (i talenti) e frutto vero di questo Evangelo che germina è amare quel Signore nei piccoli e nei poveri (“l’avete fatto a me”).

Così la Chiesa di Cristo prepara il Regno, così serve il Regno, così attende con ferma speranza che Dio sia tutto in tutti .




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Cosa sono i talenti

LA MISURA DI CUI CIASCUNO E’ CAPACE

 Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1Ts 5,1-6; Mt 25, 14-30

 

Ancora una parabola dell’attesa del ritorno, ancora una parabola sul tempo: c’è un passato in cui il Signore ha fatto dei doni (i talenti), un presente in cui bisogna mettere in circolo il dono, un futuro in cui renderne conto. Sì, rendere conto.

Questa parabola, diciamolo con chiarezza e senza mezzi termini, non è una parabola della misericordia, è una parabola del giudizio. E’ inutile tentare di togliere il giudizio dalla nostra vita di uomini e anche dalla nostra vita di credenti; certo non si tratta di un giudizio che ci piomba sul capo da un Dio irato e giudice spietato, è un giudizio che, in fondo, siamo noi stessi a dover pronunziare su di noi nel momento in cui ci specchiamo nell’Evangelo di Cristo e nella realtà dei suoi doni. Questo giudizio ha un esito o di gioia (“Entra nella gioia del tuo Signore!” E si badi che in aramaico – la lingua che Gesù parlava e che è dietro al testo di Matteo – la parola “gioia” significa anche “festa” ed è quindi richiamo al banchetto eterno del Regno) o di pianto e disperazione (“Lì sarà pianto e stridore di denti”, cioè rimorso disperato).

Una cosa importante da capire, per ogni discorso sensato su questa parabola, è cosa siano davvero i talenti. In primo luogo, diciamo subito che un talento è una quantità di beni grandissima, sono diecimila denari, più di trenta chili di oro! In secondo luogo dobbiamo anche sgombrare il campo da un’interpretazione comune di “talento”, quella secondo cui un talento è una dote personale, una bravura, un’abilità, un’arte … Tanto diffusa questa interpretazione che, in molte lingue avere talento significa essere bravi, eccellenti in qualcosa. No. La parabola di Matteo non intende assolutamente questo; il talento non è una capacità dell’uomo (anche se magari è riconosciuta come dono della natura o … di Dio!); i talenti, dice Matteo, sono averi del padrone (Consegnò loro i suoi averi); il talento è l’Evangelo che incontra ciò che ognuno di noi è; il talento è l’Evangelo accolto nella misura di cui ciascuno è capace, è la Parola di Cristo che ci è stata donata, è la sua presenza nelle nostre vite, è il nostro rapporto d’amore con Lui. La quantità diversa dei talenti non va presa nel senso della mera quantità ma nel senso della diversità.

La parabola delle Dieci vergini si concludeva con un invito preciso: Vegliate perché non sapete né il giorno, né l’ora. Questa parabola inizia con un collegamento stretto a quell’invito (“hòsper gár”,  cioè “come infatti”), e se lì il vegliare era essere pronti, equipaggiati per un’attesa che si prolunga, qui la vigilanza è definita come qualcosa che deve ispirare, informare, dare corpo ai nostri gesti quotidiani, alle cose concrete che facciamo.

La vigilanza è essersi accorti d’aver ricevuto dei doni, anzi un grande dono che è l’Evangelo con la sua carica rivoluzionaria di amore fino all’estremo, e di fare della vita, del “poco che abbiamo” un luogo in cui l’Evangelo porti frutto. Non è questione solo di evangelizzazione, è soprattutto questione di ciò che rende credibile l’evangelizzazione, cioè una vita altra, diversa, feconda di Evangelo

I primi due servi generano Evangelo dall’Evangelo, hanno fatto del tempo dell’attesa un tempo di amore fecondo (ricordo a questo proposito una delle frasi umili ma forti di Don Tonino Bello: “Attendere: infinito presente del verbo amare!).

Il terzo servo fa una cosa terribile: restituisce il dono, così come lo ha ricevuto! Per paura! E’ raggelato da un rapporto con il padrone segnato da una lettura sviata del volto di lui; gli dice, infatti, “sei un uomo duro che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”; il padrone, si badi, in fondo accetta che il servo lo definisca esigente (ed era un motivo in più per far diventare fruttuoso quel talento!) ma non accetta che lo definisca duro (“sklerós”); infatti, quando ripete ciò che il servo gli aveva detto omette “duro”; il problema di quel servo è proprio lì, è averlo considerato duro, impenetrabile; lo percepisce tanto duro da non riuscire a penetrare le ragioni profonde del suo essere un signore esigente; lo percepisce così duro da coglierlo come spietato. Il servo convinto di questa durezza e pieno di paure, si ritrova nudo e privato di tutto; uno così è esposto al pianto perché avrà sempre rimorsi per quel che poteva essere e non è stato per le sue paure, è esposto al rischio grande della disperazione (è lo stridore di denti di cui dice Matteo). Uno così è “inutile”, e non nell’accezione positiva che Luca darà al termine (“senza pretesa di un utile” cfr Lc 17,10), ma nel senso di incapace di far germinare amore dall’amore, che è la sola cosa “utile alla storia!

I primi due servi si sono fidati di quello che avevano ricevuto e, fidandosi del dono, lo hanno reso fecondo; il padrone per ben due volte, sia al primo che al secondo, dà un appellativo bellissimo: “pistós”, cioè “fedele”, “che hai avuto fiducia”, “che hai avuto fede”. Questo ci libera da una lettura “praticona” di questo testo (come di quello del Giudizio finale che leggeremo domenica prossima e che è il seguito di questo capitolo di Matteo); sì, si tratta di fare delle cose, e la parabola del Giudizio finale ci dirà quale sia l’uso vero della vita nuova che Cristo ci ha donato e del suo amore nelle nostre vite, ma è un fare che affonda le sue origini nell’essere uomini “pistói”,  che si fidano dell’Evangelo perché partono da una vera “gnósis”, da una vera conoscenza di Dio e del suo Cristo. Si tratta allora un fare che nasce dalla conoscenza del vero volto di Dio, non un Dio duro ma certamente un Dio esigente perché ci prende sul serio e prende sul serio la storia; esigente perché non è venuto a consegnarci delle cose indifferenti, di cui si possa fare a meno, è venuto a consegnarci la sua stessa vita, fino alla croce. E’ esigente perché l’Evangelo ci è stato consegnato “a caro prezzo” (cfr 1Cor 6,20). E’ esigente perché “partendo” ha consegnato l’Evangelo nelle mani dei suoi, fidandosi delle loro mani.

Il tempo della Chiesa, il tempo dell’attesa del suo ritorno, è il tempo di questa sua fiducia e allora non può essere un tempo vuoto in cui l’Evangelo è sotterrato, ma un tempo in cui, con coraggio, ci si deve fidare dell’Evangelo stesso. Chi sceglie di fidarsi dell’Evangelo è uno che sceglie di rischiare pagando di persona. Il problema, in fondo è chiedersi se ci fidiamo veramente della potenza feconda dell’Evangelo o se diamo più credito alle vie piene di “saggezza mondana” che ritengono l’Evangelo una via debole, forse anche bellissima, ma debole, irrealizzabile e poco attenta al “pratico”. In realtà nella fede noi sperimentiamo che solo per quella via debole si entra nella gioia del Signore e questo perché quella via debole è la stessa che ha percorso Lui, pagando di persona fino alla croce.




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