Santissima Trinità (B) – Dio è con noi!

 

LA NOSTRA UNICA E SOLA PATRIA

Dt 4, 32-34.39-40; Sal 32; Rm 8, 14-17; Mt 28, 16-20

L’Evangelo di Matteo si apre e si chiude allo stesso modo, con un’affermazione, una promessa, una certezza, un qualcosa che l’umanità, a partire dall’evento Gesù, potrà sperimentare: Dio è con noi!
Al principio del suo Evangelo, infatti, Matteo, narrandoci la concezione verginale di Maria, ci dice: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele» che significa “Dio-con-noi”» (cfr Mt 1, 22-23).
Alla fine dell’Evangelo, Gesù stesso, nel passo che oggi si legge, promette: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli». Il Dio nascosto nel grembo di Maria all’inizio dell’Evangelo è nascosto, nel finale dello stesso Evangelo, nel grembo della Chiesa, e lì resta per tutti i secoli della storia; nascosto nel grembo della Chiesa perché la Chiesa lo annunzi e lo faccia conoscere, sperimentare. Perché la Chiesa lo consegni all’uomo, consegnando l’uomo a Dio.

La festa della Santissima Trinità, con i testi scritturistici che la liturgia oggi proclama, vuole che ci soffermiamo su questa presenza di Dio nella storia. Una presenza che ha bisogno di essere scoperta, vissuta, conosciuta. Una presenza a cui ci si può affidare.

Il passo di Deuteronomio di oggi è tutto pervaso dallo stupore di una presenza inimmaginabile di Dio; una presenza che assolutamente non è statica ma davvero operante e liberatrice; una presenza che il popolo ha sperimentato nei fatti dell’esodo.
Una presenza che si è fatta udire con una parola viva e creatrice, una parola che non annienta l’uomo: Israele infatti sa di aver ascoltato la voce di Dio dal fuoco, e di essere rimasto vivo dinanzi a cosa così grande! Una parola che, anzi, lo fa vivere perché gli consegna una via di vita, la Torah, una via di gioia…

Questa vicinanza di Dio, che già la Prima Alleanza proclama con stupore, nell’Incarnazione si è fatta appunto “carnale” e dunque palpabile in Gesù (cfr 1Gv 1, 1), ma con la sua Pasqua si è fatta addirittura intima all’uomo.
Paolo, infatti, nello straordinario testo tratto dalla sua Lettera ai cristiani di Roma, ci conduce al mistero trinitario che inabita il credente: questi, dice l’Apostolo, ha ricevuto uno «spirito da figli […] nel quale grida “Abbà, Padre” […] e lo Spirito attesta che, se figlio è anche coerede di Cristo», e quindi capace di partecipare alla sua dinamica pasquale.

Il Dio trino, il Dio che è amore (cfr 1Gv 4, 8) non è un Dio lontano e inesistente per le cose dell’uomo e della storia.
Non solo, infatti, Dio è entrato nella storia, ma ora la innerva con la sua presenza; e la vivifica non in modo miracolistico, ideale o – peggio ancora – disincarnato, ma attraverso un popolo che ha una precisa vocazione; una vocazione che Gesù, in questa finale di Matteo che abbiamo ascoltato, dice chiaramente!
Nel suo ultimo discorso, il Risorto ci permette un triplice sguardo: a Dio e al suo mistero trinitario, ai discepoli e alla loro inaudita missione, agli orizzonti sconfinati della salvezza che il Cristo ha realizzato nella sua Pasqua; una salvezza che si estende sia spazialmente che temporalmente («tutte le genti […] fino alla fine dei secoli»).

L’Evangelo di oggi ci dice chi siamo in quanto Chiesa.
In primo luogo siamo una comunità adorante: il primo atto che i discepoli fanno, infatti, dinanzi al Risorto è il prostrarsi in adorazione, ed a Matteo questo verbo piace molto! Anche qui crea infatti un’“inclusione” con il racconto dell’infanzia: lì c’erano i Magi che si prostrano in adorazione (cfr Mt 2, 11).
E’ la fede il primo e fondamentale atto che la Chiesa deve fare per essere Chiesa, e questo anche per il Quarto Evangelo: «Cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? Gesù rispose: Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (cfr Gv 6, 28-29). Una fede che non priva di dubbio («alcuni però dubitavano»), perché la fede vera non è mai meridiana ma sempre vespertina, o – come qualcuno preferisce – aurorale; il dubbio, che qui è anche simbolo e sintomo della ineludibile fragilità della Chiesa, non impedisce però l’adorazione e l’ascolto delle parole del Risorto.

La Chiesa è poi partecipe della missione di Gesù: una missione che si estende lungo i secoli e lungo tutta la faccia della terra. Gesù usa qui quattro verbi che ci fanno tremare i polsi: andate, ammaestrate, battezzando, insegnando…il Risorto imprime con il fuoco questi imperativi, queste priorità, nella “carne” della Chiesa…

Questa Comunità, inoltre, è permanentemente in stato di esodo: la Chiesa appartiene alla Trinità! E’ lì, in quel grembo santissimo di amore, che ha la sua destinazione; se custodisce la presenza di Dio nel suo grembo di sposa, deve sapere che la sua meta è il grembo d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Perché?
Perché è comunità di battezzati, chiamata a sua volta a «battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».

Nel nome” è un’espressione questa che indica destinazione, indica la consegna. La Chiesa, cioè, è destinata alla Trinità! Quella è la meta, ed è consegnata alla Trinità: è, insomma, di Dio ed è per Dio; la Chiesa ha la missione di destinare e consegnare l’umanità al Dio Trino che Gesù ha raccontato.

Andando, ammaestrando, battezzando e insegnando la Chiesa deve consegnare a Dio il mondo che Cristo ha salvato; la salvezza operata da Gesù, che nel Mistero Pasquale abbiamo contemplato, è affidata alla Chiesa perché la Chiesa la doni all’umanità, facendo dell’umanità un popolo in cammino verso Dio, non disinteressato alla storia ma con lo sguardo fisso sull’oltre della storia.

Lì, nell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito c’è la nostra unica e sola patria!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Ascensione del Signore – In attesa del Suo ritorno

  
COSA NE FACCIAMO DELLA “BELLA NOTIZIA”?

 

At 1, 1-11; Sal 46; Ef 1, 17-23; Mt 28, 16-20

 

Ascensione di Cristo, di Donatello

Ascensione di Cristo, di Donatello

La festa dell’Ascensione del Signore è davvero straordinaria per la vita cristiana e per la vita ecclesiale. Una cattiva comprensione del mistero dell’Ascensione può portare a credere che sia una “festa di addio”…in realtà, tutta la liturgia di oggi non fa altro che gridare che la Pasqua, avendo sottratto Gesù alle coordinate spazio-temporali, ne ha dilatato la presenza, iniziata con l’Incarnazione, ad ogni luogo e a ogni tempo. Se il Gesù storico era “costretto” nelle latitudini della terra di Israele e nell’arco temporale di quei 36 o 37 anni di vita nel corso del primo secolo, la Risurrezione, facendo compiere al Crocefisso un balzo nell’eterno di Dio, lo rende presente ed operante in ogni luogo ed in ogni tempo.

La presenza del Risorto è sottratta con l’Ascensione agli occhi degli uomini. Luca scrive infatti che “una nube lo sottrasse ai loro sguardi”, e la nube è sempre segno della gloria di Dio, che è presenza velata ma veramente concreta. Con l’evento dell’Ascensione questa presenza continua nella storia, e i discepoli saranno – tra gli uomini – quelli che per primi ne faranno esperienza, poiché la vedranno operare attraverso di loro, e la vedranno operare al punto tale che essi si scopriranno capaci di “fare cose più grandi” del Gesù storico (cfr Gv 14, 12). Sì, perché i discepoli, la Chiesa, potranno operare dovunque e per tutti i secoli del “frattempo”, e potranno mostrare quanto la presenza di Gesù sia capace di trasformare i deboli in forti, i poveri in ricchi, i peccatori in “strumenti eletti di Dio” (cfr At 9, 15)!

Il racconto di Atti proposto nella liturgia di questo giorno dice di questa “sottrazione” del corpo del Risorto allo sguardo dei discepoli, mentre il passo dell’Evangelo – che è la finale del racconto di Matteo – ci dice che quella stessa sottrazione non sarà una “assenza”: le ultime parole del Risorto hanno certo il “sapore” di un addio, ma – se le leggiamo bene – non sono propriamente un addio, sono piuttosto una potente promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli”.

Gesù è davvero l’Emmanuele, il Dio-con-noi che l’Evangelista Matteo aveva contemplato all’inizio del suo racconto quando citava Isaia (Is 7,14) per spiegare quello che era accaduto a Maria, e quello che a Giuseppe era stato rivelato: Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio-connoi” (Mt 1, 23). Significativamente, troviamo delle corrispondenze di parole nel testo greco tra il brano proposto dalla liturgia domenicale dell’Ascensione e l’inizio del racconto di Matteo: “idoù (che significa “ecco”), in genere apre una rivelazione e una novità, ma soprattutto vale la pena notare il contenuto della rivelazione stessa, che è questa presenza-compagnia di Dio: “Dio-connoi (al capitolo primo di Matteo), e “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli (nella finale). L’Evangelo di Matteo si rivela così una “grande inclusione” che riguarda il Dio-con-noi. Proprio perché è l’evangelo per la Chiesa giudeo-cristiana, Matteo, con questa “inclusione”, proclama un pieno compimento in Gesù di tutte le promesse che Israele ha ricevuto.

Il nome di Dio era già promessa di presenza; il Dio del Roveto ardente si era infatti presentato a Mosè come il Dio della presenza, della compagnia con quel popolo di schiavi chiamati a libertà: “Io sono Colui che ci sono” (cfr Es 3, 14). Una promessa, questa, che si invererà per tutto l’Esodo in cui Lui sarà con Israele, e provvederà al suo cammino come difesa, nutrimento e guida. Una presenza che si renderà concretamente visibile a tutti nel “segno” della “Tenda del convegno”, e poi nel Tempio; e poi ancora nella parola provocatoria dei Profeti, e nella promessa del Messia. Gesù è il compimento di tutto questo nella sua carne: è lì la definitiva compagnia di Dio con l’uomo, è lì che Dio ed uomo saranno uno: l’umanità di Gesù è l’umanità di Dio, l’umanità di Gesù è la divinizzazione dell’uomo.

Questo esserci di Dio in Gesù è per sempre! In Gesù, Dio c’è per l’uomo! E la Chiesa è chiamata – dal mistero dell’Ascensione – a vivere questa presenza invisibile, ma realissima; una presenza che potrà constatare, vera ed operante, ogni qual volta saprà amare come Lui, saprà dare la vita come Lui, saprà farsi “perdente” come Lui; ogni qual volta saprà infondere alla storia una speranza, una gioia e una pace che il mondo non può dare, nè sa dare! L’Ascensione è allora mistero che richiama la responsabilità della Chiesa ad annunziare questa speranza, a confidare in questa presenza, ed a vivere l’alterità che Gesù era venuto a cantare all’umanità.

L’Ascensione è però anche mistero che rilancia una promessa per il futuro; non riguarda solo il presente (Lui è con-noi tutti i giorni, che significa ogni giorno, ogni oggi!) ma riguarda anche il futuro, e non un futuro generico, non un “domani migliore”, un futuro che è il suo ritorno! Gli angeli dell’Ascensione, nel racconto di Atti, invitano i discepoli a tornare alla storia nella custodia del mistero pasquale di Gesù, che è “buona notizia” da annunziare al mondo, nella speranza certa che Gesù tornerà! Come l’hanno visto andare via, celarsi ai loro occhi, così un giorno tornerà e “ogni uomo lo vedrà” (cfr Ap 1,7)… E in quel giorno benedetto, ciò di cui essi avevano gioito, quello sguardo, quelle mani, quella tenerezza, quel volto saranno per tutti gli uomini, per ogni uomo.

La Chiesa in questo “frattempo” – forte della presenza promessa – dovrà camminare nella storia senza esenzioni, vivendola e attraversandola nell’attesa del suo ritorno. In quel giorno la Sposa si consegnerà allo Sposo che ritorna, consegnerà a Lui i frutti dell’Evangelo che le era stato confidato, e che ha confidato a sua volta a chi ha incontrato e cercato nel suo cammino nella storia.

La festa dell’Ascensione ci pone delle domande riguardo all’Evangelo che il Risorto ci ha affidato, celandosi al nostro sguardo ma rimanendo con noi: cosa ne facciamo della bella notizia del Risorto? Cosa ne facciamo della bella notizia del suo ritorno? Che ne facciamo della bella notizia che Gesù colma di vita vera la nostra umanità? Che ne facciamo del nostro essere Chiesa, come custode di una presenza più grande di noi?

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Pasqua di Resurrezione – L’incontro con Cristo

 CRISTO E’ RISORTO! E’ RISORTO IN VERITA’!

 

VegliaGen 1, 1-2,2; Gen 22, 1-18; Es 14, 15-15,1; Is 54, 5-14;Is 55, 1-11; Bar 3, 9-15.32-4,4; Ez 36, 16-28; Rm 6, 3-11; Mt 28, 1-10

Messa del giornoAt 10, 34a.37-43; Sal 117; Col 3, 1-4 (opp. 1Cor5, 6b-8); Gv 20, 1-9

(Sera Lc 24, 13-35)

Resurrezione di Cristo (Beato Angelico)

Resurrezione di Cristo (Beato Angelico)

Incontrare il Risorto! La fede cristiana si gioca tutta qui! E’ cristiano chi, in un giorno benedetto della sua vita, ha incontrato il Cristo Risorto, ha incontrato il Crocefisso Risorto! Non c’è altra possibilità!

L’Evangelo di Matteo, che questa notte si proclama nella Santa Veglia della Pasqua, è il racconto dell’andata delle donne al sepolcro all’alba del Primo giorno dopo il sabato. La narrazione di Matteo è diversa da quella di Marco e da quella di Luca; lì le donne vanno al sepolcro e, trovatolo vuoto, ne ricevono la spiegazione: Il Crocefisso è risorto! Una rivelazione che proviene da un “giovane in bianche vesti” (cfr Mc 16, 5) o da “due uomini in vesti sfolgoranti” (cfr Lc 24,4). Con questa notizia che brucia loro in cuore esse corrono a dare l’annunzio ai discepoli; un annunzio che, in verità, non ha molto successo; ai saggi maschi sembra “chiacchiere di donne” (cfr Lc 24,22-24). In Matteo il racconto ha un andamento diverso… per lo meno da un certo punto in poi. L’Angelo della Risurrezione  (Matteo dice esplicitamente che è un angelo!) ha detto loro che il Crocefisso è risorto e che non è qui… ed esse “con timore e gioia grande” si allontanano per portare l’annunzio ai discepoli… ma – quasi a contraddire le parole dell’Angelo (“Non è qui”) – l’Evangelo di Matteo ci dice che proprio in quel frangente in cui esse si stanno allontanando, Gesù è lì! Sì, Matteo si differenzia dagli altri due sinottici per questo particolare di non poco conto: Gesù in persona si fa presente, e si fa incontrare dalle donne che già avevano accolto l’Evangelo della Risurrezione. Una variante, questa, che certo nell’intenzione di Matteo ha un senso che, in questo giorno santo di Pasqua, è importante per noi indagare e d approfondire.

Nel momento in cui le donne si allontanano dal sepolcro sanno una grande notizia, una notizia che, suffragata dal sepolcro vuoto che è un segno di quanto l’Angelo ha detto, le ha riempite di timore e gioia grande… ma è una “notizia per sentito dire” … solo l’incontro con Gesù trasformerà quella notizia ricevuta, quel kerygma”, in una realtà che afferra tutto quello che esse sono; senza l’incontro con Gesù, incontro vero, incontro bruciante con Lui, l’Evangelo della Pasqua risulta una notizia meravigliosa ma “per sentito dire”. E’ l’incontro con Cristo che cambia tutto, è l’incontro con Cristo che fa di quella notizia una verità da cui non si può più tornare indietro.

E’ solo l’incontro con Cristo che trasforma l’uomo in cristiano…differentemente, è uno a cui sono state dette delle cose bellissime ma che possono avere il sapore delle “belle parole consolatorie” per tanti, o della “perfetta costruzione teologica” per altri, o del “mito” da cui bisogna ricavare dei bellissimi insegnamenti morali per tanti altri…

No! La Pasqua non è tutto questo! La Pasqua è incontro con Colui che, nei santi giorni della Passione, abbiamo contemplato nel suo amore fino all’estremo, un amore che narra Dio e che incontriamo nella fede, ma in un vero incontro di cui non si può più dubitare fino in fondo.

La Pasqua annuale è la celebrazione di quei fatti straordinari che avvennero, sotto questo nostro cielo, nella primavera dell’anno 30 ma è, per ciascun cristiano, la memoria viva di quell’incontro con il Risorto che ha fatto sì che quei “fatti” di quel lontano aprile fossero significativi e trasformanti per la propria vita concreta.

L’unica cosa che può rendere quei fatti lontani “fatti” della mia vita – ripetiamocelo – è l’incontro con Lui, con il Crocefisso Risorto, è incrociare lo sguardo di Lui, è sentire che il suo amore ha toccato la mia vita ed il mio peccato, che la sua Risurrezione mi apre il sentiero di una vita altra, illuminata di bellezza; una vita non esentata dalla fatica della fedeltà e della lotta per la fedeltà, e neanche dalle ombre del dubbio e della miseria, ma con un potenziale immenso nella memoria di quell’incontro fontale con Lui. E’ lì che devo correre ogni qual volta si profilano all’orizzonte i giorni cattivi, ogni qual volta la mia povertà offusca la luce della vita nuova; e se ritorno lì, risento la sua voce colma di tenerezza che in quel giorno salutò proprio me, che mi chiamò per nome e nulla fu più come prima! E questa santa memoria mi salva.

Il racconto di Matteo raccorda, con grande intelligenza spirituale, l’annunzio del kerygma all’incontro personale con il Cristo; non possono stare l’uno senza l’altro…se il kerygma non diventa incontro resta notizia data e non diventa vita nuova.

Oggi, come Chiesa, dobbiamo davvero renderci conto di questo: tanti hanno sentito dire “Il Crocefisso è risorto!”…e in questo giorno lo si ripeterà a volte come uno stanco ritornello, ma quanti L’hanno incontrato?

L’annunzio della Chiesa deve sentire l’urgenza di condurre gli uomini del nostro tempo alle soglie dell’incontro con lo sguardo misericordioso di Cristo, con la sua parola rivolta ad ogni uomo. Il timore e la gioia grande delle donne certo diverranno un “timore sacro e dolce”, che è proprio il contrario della paura, e diverranno una “gioia indicibile”, non raccontabile mai a pieno; e chi ha incontrato il Signore sa quanto è difficile ridire quell’esperienza…

Quando si incontra il Risorto si provano questi sentimenti; provengono dal sentirsi amati al di là di ogni possibile sogno di amore, al di là di ogni possibile desiderio di essere accolti e perdonati.

La gioia che la Pasqua rinnova nel cuore di chi Gesù l’ha incontrato davvero è la gioia di sapere che la via dell’amore ostinato di Gesù, la via dell’amore che Lui percorse ostinatamente, non è vana; gli uomini pensarono (e pensano!) alla Sua come ad una via perdente, inutile, risibile; invece è proprio e solo quella la via che conduce alla vita, e crea il mondo nuovo.

Oggi è Pasqua ed è il giudizio di questo mondo! Sì, la Risurrezione pronunzia il giudizio di Dio sul mondo: gli uomini hanno inchiodato Gesù alla croce, condannandolo come falso Messia e venditore di illusioni, incapace di offrire vita e salvezza…Dio, risuscitandolo all’alba di questo giorno santissimo, dice il suo a Gesù e alla sua umanità, dice sì alla via apparentemente perdente del Messia Crocefisso!

E noi che l’abbiamo incontrato vivente possiamo dire: è proprio così! La via della croce, la via dell’amore è vittoria! Vittoria paradossale, non sotto il segno di questo mondo, ma vittoria vera! E noi che l’abbiamo incontrato risorto possiamo dire, con una gioia che il mondo non può capire: Cristo è risorto! E’ risorto in verità!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santissima Trinità – La fonte della storia

ECCO IL NOSTRO DIO!

Dt 4, 32-34.39-40; Sal 32; Rm 8, 14-17; Mt 28, 16-20

Tutte le feste cristiane fanno riferimento ad un evento di salvezza che è accaduto nella storia, ad eventi puntuali in un tempo ed in un luogo precisi; così le feste ebraiche, così le feste cristiane: l’incarnazione, la Natività del Signore, la sua Pasqua di croce e risurrezione (questa addirittura sottolineata, nei simboli di fede, con “sotto Ponzio Pilato” per collocarla precisamente nella storia!), l’Ascensione del Signore, la Pentecoste. Oggi no. Nella festa di oggi non c’è la celebrazione di un evento di salvezza, ma la contemplazione della fonte di tutti gli eventi di salvezza, della fonte della storia stessa: la Trinità Santissima .
Ecco il nostro Dio! Eterna circolarità di vita e di amore , eterno abbraccio di un Padre che sempre inizia ad amare, di un Figlio che si lascia generare ed amare, di uno Spirito che è l’Amore spirato dal Padre e che il Figlio gli ridona in un abbraccio di eterna unità!
Ecco il nostro Dio! Ma, per quanto cerchiamo di entrare nel Dio “in sè” questo ci riconduce sempre al Dio “per noi”, “con noi”! Infatti la meraviglia straordinaria è che l’Eterno Amore di questo Dio-Comunione si dona tutto a noi e, in Gesù Cristo, si è mostrato, si è narrato e ha preso casa per sempre in noi …
Il volto trinitario di Dio è il grande dono che Gesù ci ha fatto: Lui ce lo ha rivelato , Lui ce lo ha narrato : è il suo essere Figlio che ci ha rivelato che c’è un Padre , è la sua promessa di un altro Paraclito che ci ha rivelato lo Spirito Santo che tutto vivifica e che è il Dono che ci fa Chiesa, attestandoci – come scirve Paolo nel testo della Lettera ai cristiani di Roma che abbiamo ascoltato – che siamo figli di Dio e coeredi di Cristo !
La “finale” dell’Evangelo di Matteo, che oggi si proclama, ci dice che questo mistero eterno di amore che Gesù ci ha rivelato “a caro prezzo”, con la sua croce, vuole riflettersi sul volto della Chiesa !
Questa “finale” dell’Evangelo di Matteo, in realtà, è una “porta” che si spalanca sulla storia: tutto deve essere toccato dall’Evangelo di Gesù e i discepoli, radunati sul monte in Galilea, sono inviati ad annunziare il volto del Dio trino “immergendovi” tutte le genti. L’annunzio del “volto” di Dio è affidato al “volto” della Chiesa e questa finale dell’Evangelo di Matteo ci descrive benissimo l’identità della Chiesa di Cristo; sì, se si leggono con profondità queste righe di Matteo, vi si scopre l’identità di questa Comunità inviata, incredibilmente, a cambiare la faccia della terra con l’annunzio della Buona Notizia dell’amore di Dio.
“Quando lo videro gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano ”: è una comunità adorante ma attraversta da ombre, da dubbi ; la fede è così…sempre “vespertina” – come dicevano i Padri della Chiesa – piena di luci e di ombre. La Comunità dei credenti nella storia sarà sempre le due cose assieme: adorante (sa che la vita proviene solo da Dio!) e piena di ombre (dubbi, peccati, infedeltà).
La Chiesa, poi, è inviata da Cristo a portare il suo Evangelo alle genti partecipando così alla comunicazione della salvezza a tutti gli uomini; la sua non è missione particolare ma universale :a tutte le genti…
Gesù usa quattro verbi intensissimi: “andate”, “ammaestrate”, “battezzando” e “insegnando ”…
Andare”: una comunità allora non immobile, statica, attendista ma inquieta di santa inquietudine, che cerca l’uomo ovunque l’uomo sia; non c’è luogo o stato di vita che possa essere estraneo alla Chiesa di Cristo.
Ammaestrare”, questo secondo verbo mi pare che richiami fortemente, più che un insegnamento dottrinale, una testimonianza di vita: la Chiesa è maestra quando è testimone di un modo altro di stare tra gli uomini nella storia, è maestra quando mostra delle relazioni fraterne che siano inimmaginabili da ogni logica mondana; è maestra quando vive l’amore intra-ecclesiale , quello che Giovanni, nel suo Evangelo, farà dare da Gesù come “comandamento estremo” (cfr Gv 13,34).
C’è poi il verbo “battezzare” che non richiama solo ad un rito sacramentale da compiere ma ad una consegna da fare: “nel nome”, infatti, è un’espressione che designa destinazione. Battezzare “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” è allora dire che le genti devono essere immerse nell’amore trinitario perchè quella è la destinazione di ogni uomo, quella è la patria cui bisogna giungere; Paolo dirà la stessa cosa, con altro linguaggio, quando parlerà di Gesù come di Colui che ha ricapitolato tutto che significa proprio che ha “re-intestato ” tutto il Creato alla sua vera, unica e primitiva destinazione: Dio! (cfr Ef 1,10)
Insomma tutti gli uomini devono essere riconsegnati all’amore di Dio e l’opera della Chiesa è proprio e solo questa; la Chiesa, con tutte le sue fragilità ed ombre, ha la vocazione di “insegnare” le vie di Dio.
Il quarto verbo è, infatti, “insegnare”; insegnare a fare ciò che Gesù ha comandato; nei secoli la Chiesa sarà custode del deposito dell’Alleanza e dovrà insegnare con la parola, con l’esempio, con la liturgia, con la lotta quotidiana per la giustizia, con lo schierarsi sempre con le vittime e mai con i caranefici, a vivere l’Evangelo!
Questi quattro verbi catapultano, in questa pagina di Matteo, quei poveri uomini certo adoranti ma attraversati da paure e da ombre, verso un orizzonte così vasto da parere assolutamente impossibile alle loro forze…quei quattro verbi catapultano noi, Chiesa di oggi, attraversata da “veleni” e mediocrità, da slanci di santità e generosità e da rigurgiti di logiche di potere e mondanità, verso orizzonti che paiono impossibili in questo tempo di disaffezione e di “riduzione”…eppure per quei poveri Undici e per noi, ancor più poveri, si dischiude la più grande speranza e certezza: l’Emmanuele, Dio-con-noi ! Come l’Evangelo di Matteo si era aperto, così si chiude. Se nel primo capitolo Giuseppe aveva ascoltato dall’Angelo l’annunzio che il grembo della sua Sposa era gravido, per opera dello Spirito Santo, dell’Emmanuele, del Dio-con-noi (cfr Mt 1,22-23), così qui la Chiesa ascolta dalle labbra dell’Emmanuele stesso che, per tutta la storia, ella sarà piena della sua presenza : Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli .
Questa presenza è l’unica forza che la Chiesa deve avere! Guai quando confida in altre forze! Questa presenza è la consegna del Dio trino alla storia degli uomini! E’ la via incredibile. ma umanissima, per cui l’amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo cercherà nei secoli i cuori di tutti gli uomini !
I Tre si affidano a fragili mani, rese forti dalla certezza stessa di quell’esserci di Dio.
E’ solo chi crede davvero a queste parole di Cristo Gesù che riesce, nella Chiesa, a realizzare la propria vocazione e nonostante le sue ombre e fragilità; solo chi crede davvero a questa promessa del Risorto riesce a far brillare sul proprio viso un riflesso della Trinità Santissima, del suo mistero di amore; solo una Chiesa che si fida di quella promessa può essere capace di mostrare alla storia le strade dell’Evangelo, le strade dell’eterno.




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