II Domenica di Pasqua – La Chiesa

LA SOLA POSSIBILITA’ DI MOSTRARSI

 At 2, 42-47; Sal 117; 1Pt 1, 3-9; Gv 20, 19-31

 

La liturgia della Parola di questa Seconda domenica di Pasqua inizia in un modo che ci può apparire “strano”: inizia con la Chiesa. Inizia con la Chiesa che Luca contempla nel più celebre ed amato dei cosiddetti “sommari” del suo secondo libro gli Atti degli Apostoli. Poche parole che, più che una cronaca o una memoria strettamente storica, bisognerebbe definire un “sogno” … o meglio, Luca ci sta parlando di una comunità concreta, la prima comunità cristiana, quella di Gerusalemme, quella che dobbiamo definire Chiesa madre, ma ce ne sta parlando dicendoci più che la sua piena realtà la sua vocazione, la sua tensione, una vocazione e tensione che diventano normative per tutte le comunità che vogliono essere Chiesa del Cristo crocefisso e risorto!

Nella pagina di Atti quattro “luoghi” identificano una simile comunità: l’ascolto dell’insegnamento apostolico, la koinonìa (la comunione fraterna), la frazione del pane e la preghiera. Luca prima elenca questi quattro “pilastri” e poi ce li mostra in una descrizione di una semplicità e di una forza straordinarie … tanto straordinarie che, in due millenni di storia della Chiesa, queste parole hanno acceso i cuori di tutti quelli che hanno preso sul serio l’Evangelo; chiunque voglia davvero seguire Gesù, infatti, comprende che la via è questo “sogno” di Luca … un “sogno” che mette in cuore una sete infinita di autenticità e umanità. Non una “chimera” ma una vera “utopia”, un luogo cioè che non c’è ancora, ma che si può e deve raggiungere, una Terra Promessa a chi si lascia davvero visitare dal Risorto e dalla sua vittoria “costosa”.

La liturgia di oggi, in fondo, canta ancora il Risorto cantando il suo Corpo ancora possibile nella storia: la Chiesa. Il Corpo del Risorto oggi ha una sola possibilità di mostrarsi all’umanità: la Chiesa! Il Nuovo Testamento parla della Chiesa come Corpo di Cristo perché la Chiesa ha l’ unica vocazione di visibilizzare la presenza di Cristo e di compiere i suoi atti nella storia. Questo potrà farlo solo se sarà ciò che Cristo ha “sognato”. L’Evangelo di oggi pone sulle labbra di Gesù una parola chiave chiarissima e ad alti costi: Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi. E’ posto un chiaro parallelo tra la missione di Cristo, Verbo eterno, venuto a narrare la gloria del Padre fino all’innalzamento sulla croce e la missione della Chiesa che deve narrare la gloria del Verbo nell’amore fino all’estremo. Quelle piaghe mostrate dal Risorto sono una provocazione e non solo un modo per farsi riconoscere, una provocazione che dovremmo saper collegare strettamente a quel “come” … “Come” Gesù ha compiuto la sua missione? Fino a quelle piaghe! I discepoli gioiscono di quei segni che mostrano la gloria dell’amore, ma poi dovranno imparare a portarne il “costo” come scriverà Giovanni nella sua Apocalisse (10, 8-11) quando ci mostrerà un libro da divorare (l’Evangelo) che nella bocca è dolce come il miele ma che diviene amarezza nelle viscere … la gioia pasquale sarà la forza per portare quel “come” in una sequela che o è tensione verso l’ amore fino all’estremo o diventa “via religiosa” rassicurante se non addirittura, per alcuni, via di potere e dominio sugli altri. Il Risorto consegna ai suoi il ministero della riconciliazione, della proclamazione della remissione dei peccati non come potere arbitrario, ma come una assoluta priorità e necessità ineludibile. Se la Chiesa non rimetterà i peccati questi resteranno non rimessi: non è un potere ma una responsabilità!

L’annunzio della misericordia pasquale va fatto da una comunità riconciliata ed incamminata su quella via luminosa che Luca ci ha tracciato in Atti. La remissione dei peccati non è solo un atto sacramentale in senso stretto ma uno stile quotidiano che è segnato dalla reciproca misericordia e dalla vita riconciliata dei fratelli. In tutto questo il sacramento della riconciliazione è l’apice potente di uno stile di vita e di relazioni; sempre più noi credenti dobbiamo lottare a che il nostro stile ecclesiale sia quello in cui lo stesso sacramento della riconciliazione non suoni come un atto staccato dalla vita tutta, come un atto “giudiziale” che rimette a posto le cose ma senza legami con un clima e uno stile che siano il quotidiano della vita fraterna nella Chiesa.

Questo stile ecclesiale fraterno è il grande frutto della Pasqua di Cristo; una comunità di fratelli radunata dall’Innalzato sulla croce e Vivente per sempre non può non essere che una comunità che, già vivendo il quotidiano e le relazioni, sia annunzio di misericordia, di remissione dei peccati, di un modo “altro” di essere uomini: Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi.

Lo Spirito che il Cristo soffia su quell’“embrione” di Chiesa, chiuso nel cenacolo e attanagliato dalla paura, gli darà la vita vera rendendolo capace di essere prolungamento del Corpo del Risorto nella storia e questo, “in primis” nella remissione dei peccati.

Lo stesso incontro con Tommaso che chiude l’ Evangelo di oggi (e che nel progetto originale del IV Evangelo chiudeva tutto l’Evangelo: il capitolo ventunesimo fu aggiunta successiva) è lì a ribadire lo stile di una comunità riconciliata. Tommaso è icona di un fratello perduto, di un fratello che “non era con loro quando venne Gesù”, Tommaso non è con i fratelli e poi non crede alla loro testimonianza pasquale insistente e reiterata (gli dicevano gli altri discepoli: è importante quell’imperfetto in quanto ci indica un’azione continuata, ripetuta), Tommaso mette tra lui e la fede pasquale il buon senso della ragione che vuole le verifiche. Lo stile di Cristo è andarlo a cercare nella sua incredulità, lo stile di Cristo è andare a recuperare il “lontano” nella sua lontananza, è avere nel cuore la certezza che senza Tommaso si è più poveri, manca un pezzo! A Tommaso Gesù consegna, senza addolcimenti, la verità del suo peccato ( è un “apistòs”, un senza-fede!) ma gli si offre anche con le sue ferite aperte per lui!

Tommaso così si lascia riconciliare; certo, Tommaso poteva essere il primo di noi che crediamo senza aver visto ma non ne ha avuto la forza e la beatitudine di Gesù scende sul nostro povero capo e non sul suo di Apostolo; Tommaso sarà Apostolo come gli altri che hanno visto ma forse la sua vera vocazione sarebbe stata quella di essere il primo dei credenti che non hanno visto. La vicenda di Tommaso però diventa per noi Evangelo, diventa apertura alla Chiesa che verrà, la Chiesa di quelli che lo amano senza averlo visto, come scrive Pietro nella sua Prima lettera … Apertura a quella Chiesa che avrà un solo modo di “vedere”: attraverso l’ Evangelo che è scritto perché nasca la fede. Su quell’Evangelo la Chiesa pone le sue fondamenta, su quell’Evangelo la Chiesa si mette in cammino verso quell’utopia attraverso cui avrà la vera possibilità di narrare al mondo il Risorto.

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