II Domenica del Tempo Ordinario – Il servo, l’agnello e il discepolo passato avanti

LASCIAMOCI PROVOCARE DALL’ULTERIORE

Is 49, 3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1, 29-34

 

Domenica scorsa si chiudeva il Tempo di Natale e si apriva già il Tempo Ordinario tanto che in qualche modo, amplifica ed approfondisce quanto la Festa del Battesimo del Signore ci aveva già fatto cogliere.

L’oracolo di Isaia che oggi costituisce la prima lettura sfuma continuamente da Israele al Messia: il servo è Israele e lì si manifesterà la gloria del Signore, ma poi pare che il discorso si punti su un’individualità precisa che ha una missione verso Israele (ha il compito di restaurare le tribù di Giacobbe) e che ha una vocazione straordinaria: essere luce per tutte le genti. Il Signore ha detto: E’ troppo poco che tu sia mio servo … e, nel passo dell’Evangelo di Giovanni che oggi si proclama, il Battista testimonia sull’identità di Gesù giocando proprio sulla parola “servo” che in aramaico (la lingua parlata in Palestina ai tempi di Gesù) è “talja”; questa parola però significa anche “agnello”… è chiaro che l’Evangelista, scrivendo in greco, fa la scelta di far dire al Battista semplicemente “agnello” ma certamente il gioco sottile c’è stato e mi pare molto significativo; insomma è come dire che è un servo che è più di un servo, anzi proprio perché è Servo del Signore è agnello che prende su di sé il peccato del mondo (cfr Is 53,7). E’ come se il Battista qui volesse comunicare che in Gesù c’è un’ulteriorità che va colta e da cui sempre si deve ripartire per altri orizzonti … il servo, l’agnello il discepolo che, ritenuto solo un discepolo, ora precede e non segue più … Giovanni Battista confessa che Gesù, un suo discepolo, (colui che mi veniva dietro) ora lo precede perché “era prima” … il Battista deve fare la fatica di lasciarsi sconvolgere da Gesù: era un suo discepolo e ora passa avanti … Giovanni deve confessare che non aveva capito ma che poi il Signore gli ha rivelato che proprio quel discepolo era l’Atteso

Giovanni ora afferma che quel suo discepolo era il termine della sua azione e della sua profezia; il Battista confessa che il suo battesimo non conduceva a sé ma a Gesù: Sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse rivelato ad Israele.

Giovanni testimonia che ha visto lo Spirito aleggiare su di Lui e non solo: ha visto che lo Spirito rimaneva su di Lui. E qui compare per la prima volta nel Quarto Evangelo questo verbo chiave di tutta la teologia giovannea: rimanere, dimorare ( in greco mènein). La testimonianza del Battista è chiara: poiché Gesù è colui su cui lo Spirito dimora, Gesù è colui che immerge davvero, non in acqua ma nello Spirito stesso. E la testimonianza del Battista giunge ad un culmine: E’ il Figlio di Dio!

Servo, Agnello, discepolo passato avanti, Colui che era “prima”, Colui che deve essere rivelato ad Israele, dimora dello Spirito, Battezzatore “nello” Spirito, Figlio di Dio … una serie impressionante di “titoli” di Gesù con cui l’Evangelo di oggi ci chiede di lasciarci provocare sempre dall’ ulteriore  che è in Gesù, che è Gesù. Un’ulteriorità che non è solo teologica perché è facile “fare teologia” ed anche magari “bella” teologia, l’ulteriorità di Gesù provoca all’“oltre” la vita, la concreta esistenza di ogni giorno con le sue scelte e le sue decisioni. Un’ ulteriorità che si scopre nell’ assiduità con Lui … una vera assiduità con Cristo, con la sua Parola, con la sua presenza viva nella vita della Comunità dei credenti provoca ad una vita che non si accontenta e non perché si slancia in desideri mondani smodati ma perché punta verso l’Evangelo! E l’Evangelo non è mai a “bassa quota”!

L’assiduità con Gesù fa essere l’uomo un assetato di umanità, di libertà … un assetato di Dio. Essere di Cristo apre l’uomo ad una vocazione straordinaria, quella che Paolo proclama ai cristiani di Corinto nell’ “incipit” della sua Prima lettera a quella Chiesa e che oggi abbiamo come seconda lettura; i cristiani sono quelli che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo.

Leggendo bene questo saluto di Paolo capiamo come l’essere di Cristo non sia stasi, ristagno magari beato ma sia essere in fermento: c’è un dono (siamo stati santificati) e c’è un ulteriore, una santità che ancora deve essere accolta pienamente per rispondere davvero alla propria chiamata (chiamati ad essere santi) … insomma Gesù ci mette in una dinamica in cui la sazietà è esclusa perché la sazietà è sempre stasi.

Conoscere Gesù e decidere di essere assidui con Lui è giungere a quella meta che il Quarto Evangelo pone come statuto del discepolo: “rimanere” in Lui, “dimorare” in Lui! Questo “rimanere” potrebbe sembrare una parola statica, potrebbe sembrare un suggerimento a fuggire da ciò che stanca e mette in movimento … In realtà chi dimora in Gesù va dove va Lui, si muove nella direzione che Lui prende, sale con Lui sulla croce, passa beneficando (cfr At 10,38), siede come Lui a mensa con i peccatori (cfr Lc 15,2), come Lui si fa carico dei feriti e umiliati nella storia (cfr Lc 10, 33ss); chi dimora in Gesù non può fare altro che amare fino all’estremo (cfr Gv 13,1) mettendo nelle sue mani il proprio peccato e la continua tentazione di salvare se stesso (cfr Mt 27, 40-44).

Dopo aver celebrato l’Incarnazione puntiamo i nostri desideri più profondi verso questa vera assiduità con Cristo Gesù con la piena disponibilità a lasciarsi inquietare dalla sua ulteriorità accogliendo le sfide dell’Evangelo … quelle sfide ci chiedono le alte quote.  

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