III Domenica di Quaresima – Presso il pozzo

LA SETE DI DIO

 Es 17, 3-7; Sal 94; Rm 5, 1-2.5-8; Gv 4, 5-42

 

Questa terza domenica di Quaresima ci dà accesso ad una delle pagine più dense ed evocative del Quarto Evangelo: la scena di Gesù al pozzo con la donna samaritana. Pagina teologicamente densa di significati battesimali ma strettamente intrecciati alla concretezza delle vite degli uomini che vivono le loro vicende nella storia tra desideri, aridità, seti che paiono inestinguibili, cadute che sembrano disperate, slanci che cercano l’ “oltre”, domande che vogliono risposte. La donna samaritana di questa pagina giovannea è davvero una figura che assomma in sé tutte le dinamiche umane con le loro bellezze e cadute. La pagina di Giovanni però è anche evocativa di un’altra dimensione: la fatica di Dio per cercare i nostri passi perduti fin dal giardino dell’ in-pricipio dal suo grido: Adamo, dove sei? (cfr Gen 3,9). E’ mezzogiorno, dice l’Evangelista, e Gesù siede stanco al pozzo di Sicar … ha sete! Che strana quell’ora; forse evoca la condizione moralmente ambigua della donna; c’è infatti un proverbio popolare ebraico che suona così: Quella è una che va al pozzo a mezzogiorno ed è un modo per dire che si tratta di una prostituta o comunque di una donna di pessima fama; le altre donne a quell’ora sono in casa impegnate per i preparativi del pasto … quelle povere donne usavano quell’ora “strana” per non fare incontri imbarazzanti e per non essere insultate. Quell’indicazione poi del mezzogiorno ha poi un significato luminosamente simbolico anche per altro; dicono infatti alcuni Padri: Se Dio è stanco per noi allora si può dire che il sole splende alto! Inoltre, bisogna dire, che per Giovanni quest’ora è la stessa che verrà annotata scrupolosamente al momento dell’intronizzazione del Messia coronato di spine sul Lithostrotos (cfr Gv 19,14); è dunque l’ora della rivelazione del Messia. Proprio qui, infatti, al pozzo di Sicar Gesù si rivelerà quale Messia capace di togliere ogni sete che tormenta l’uomo facendolo cadere in cisterne screpolate (cfr Ger 2,13) in cui la sete non solo non viene tolta, ma diviene tormento che mette in balia di idoli; in tal senso i cinque mariti della Samaritana probabilmente adombrano i “cinque baalim” (alla lettera “cinque padroni”) che, diceva il Talmud, adoravano gli stolti samaritani; era questa chiaramente una calunnia ma Giovanni fa eco di questa diceria per mostrare dove conducano le seti che non sanno indirizzarsi.

Questo incontro al pozzo ha sapore nuziale (pensiamo alle nozze di Isacco combinate al pozzo di Nacor in Gen 24,10 ed all’incontro al pozzo di Giacobbe e Rachele in Gen 29,9), e la sete di Gesù e la sua stanchezza incontrano la vita ferita di questa donna che racconta le nostre vite ferite e le nostre seti senza risposta.

E’ l’incontro che la liturgia di questa terza domenica di Quaresima vuole che avvenga tra noi credenti e Lui, il Signore vittorioso sulle tentazioni, e portatore di luce e bellezza al cuore del dolore dell’uomo. In questo cammino il Signore incontra questa Samaritana che intreccia con Lui davvero un dialogo “intrigante”: chi è che ha sete? Chi ha l’acqua? Chi fa le domande più vere? Sembra che la sete sia di Gesù, che l’acqua la possa attingere solo la donna e questa abbia delle domande importanti da fare; in realtà il racconto capovolge tutto: la sete di Gesù è vera ma serve a parlare di un’altra sete, quella che abita inestinguibile la donna … la brocca ce l’ha la donna e sembra che lei possa attingere alle profondità del pozzo ma è Gesù che si rivela capace di un dono che toglie ogni sete … le domande “teologiche” pure le esprime la donna ma alla fine sarà Gesù che le chiederà di credere di trovarsi dinanzi al Messia. E’ un itinerario battesimale, itinerario di verifica del battesimo per noi che già abbiamo il dono di Dio ma non lo conosciamo per davvero perché non ne abbiamo fatto a pieno esperienza, non abbiamo permesso al Battesimo di portarci là dove voleva portarci!

Questa pagina ci provoca a chiedere a Dio di essere Lui la risposta alle nostre seti, ci provoca a chiederci con coraggio se sappiamo di vivere, quali credenti, una vita “alla presenza” del Signore.

La domanda tragica che Israele si pose nel deserto, radice del suo peccato, quello che più ha disgustato il Signore (cfr Sal 95,10: Quella generazione mi disgustò per quarant’anni … non vogliono conoscere le mie vie!) è Il Signore è in mezzo a noi sì o no? E’ domanda tremenda perché dubita di Dio, avendone sperimentata la salvezza. Se si dubita e si dimentica di essere e vivere presenza del Signore tutto si falsa nelle vite dei credenti; è quello che accadde ad Israele nel deserto. Alla Samaritana Gesù rivela il suo esserci, il suo essere di fronte a lei … e allora tutto cambia nel cuore assetato di quella donna: Gli disse la donna: “so che deve venire il Messia … quando verrà ci annunzierà ogni cosa”. Le dice Gesù: “Io sono che parlo con te”.

Ecco che l’itinerario quaresimale ci conduce oggi davanti al volto di Cristo, che ci dice che è di fronte a noi e che ci parla … ecco la verità in cui entrare per adorare il Padre … ecco la fonte che ora in noi diviene possibilità di placare tutte le seti che viviamo e che ci abitano. Gesù ci promette di diventare per noi fonte che risponde alle seti … l’acqua che Cristo dona non va intesa come estinzione della sete che l’uomo prova, ma come risposta ad essa. Non si tratta di spegnere la sete, anzi bisogna aumentare la nostra sete senza opporvisi con “vari” cinque mariti … Gesù non spegne la sete della donna con facili risposte “religiose” ma mostrandole la vera acqua. Il problema allora non è la sete ma l’acqua che la può ristorare … Gesù dà una fonte che zampilla in noi come pace alle nostre seti; seti che permangono e devono permanere perché chi non ha sete è uno sazio che crede di avere tutto ed invece è un miserabile (cfr Ap 3,17).

Gesù si è accostato a questa donna non come il Dio che giudica, ma come Colui che le parla rivelandole un Evangelo di presenza e di vita nuova, in cui la sete umana ha una risposta in quei passi stanchi di Dio che viene a cercarci fin nella nostra carne. Gesù, dicendole quella sua verità che la tiene schiava, non la giudica e le consegna quell’“io sono” che le rivela il volto presente di Dio! Ed ecco che la donna lascia lì la sua brocca. E’ questa un’immagine potente di ciò che è necessario anche a noi: abbandonare le brocche con cui attingiamo per le nostre mille seti; lasciare ciò che riteniamo essenziale per volgere il cuore a quello che davvero lo è!

Nel passo della sua Lettera ai cristiani di Roma che oggi ascoltiamo, Paolo parla di un versare amore da parte di Dio nei nostri cuori, un amore che è eccedente, sorprendente, inimmaginabile ad ogni buon senso “religioso”; un amore che non è premio per un merito, ma è umile dono di un Signore che si siede stanco al nostro pozzo per chiederci di dargli da bere per poi farci scoprire che è di noi che Lui ha sete.

Per questo amore gratuito, preveniente, che viene a cercarci vale la pena lasciare le nostre fragili brocche.

Lasciamoci afferrare dalla speranza perché Gesù, partita la donna, fa una cosa meravigliosa: “sogna”! Sogna un biondeggiare di campi pronti per la mietitura, sogna un’umanità che in Lui potrà trovare senso, gioia, forza per lottare volgendo le spalle agli idoli che ingannano facendo di noi uomini degli assetati senza speranza!

Il sognare di Cristo Gesù al pozzo di Sicar generi i nostri sogni!

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