III Domenica del Tempo Ordinario – Gesù parla del Regno

TENDERE LE ORECCHIE DEL CUORE

Is 8, 23-9,2; Sal 26; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4, 12-23

 

 La storia è convulsa, confusa, frenetica perché fatta da noi che siamo spesso convulsi, confusi e frenetici … la storia è lacerata perché abitata e costruita da noi lacerati e laceratori; la storia è spesso luogo di tenebra perché noi uomini facciamo il male e odiamo la luce perché le nostre opere non vengano svelate (cfr Gv 3,20); in questa storia fatta così succede, ad un certo punto, qualcosa di straordinario: Gesù inizia a predicare! E parla del Regno! L’Evangelo di Matteo è così attento a questa dinamica del Regno di Dio che è detto “l’Evangelo del Regno”. Il Regno è il ristabilire il primato di Dio e la sua regalità proprio su quelle vicende convulse, confuse, frenetiche e laceranti della storia.

L’Incarnazione di Dio è parola che vuole risuonare tra gli uomini e nelle loro vicende e l’iniziare della predicazione di Gesù è allora evento di non poco conto. E’ un inizio, un’“archè” fondamentale: Gesù iniziò a predicare e a dire “Cambiate mentalità, si è avvicinato infatti il Regno dei cieli”. E’ un annunzio saettante; non a caso Matteo usa il verbo greco “keriussein”, il  verbo dell’annunzio dell’araldo, il verbo che indica un annunzio essenziale, forte, esistenziale, che vuole coinvolgere la vita senza scelta di ambiti. L’annunzio dell’Evangelo che comincia ad esplodere lì in Galilea è così: travolge e afferra tutta la vita … l’Evangelo di questa domenica ci mostra gli inizi dell’irrompere della Parola che salva e ci indica anche le “strategie” e le scelte di Gesù: Lui sceglie gli ultimi, i lontani; la sua parola risuona nel territorio di Zabulon e di Neftali, Galilea delle genti cioè regione (“galil” in ebraico significa semplicemente “regione”) dei pagani; la sua parola, il suo annunzio “kerigmatico” risuona tra il popolo immerso nelle tenebre … e quell’annunzio invera le parole di Isaia che Matteo stesso cita e che costituiscono la prima lettura di oggi; nella tenebra che è confusione, morte e lacerazione rifulge la luce che trasforma il caos tenebroso in cosmo, proprio come nell’“in-principio” (cfr Gen 1, 2-5). La liturgia di oggi pone la nostra attenzione sulla parola di Gesù: una parola che sceglie i poveri, gli ultimi; una parola che illumina le tenebre, una parola che interpella, una parola che chiede non scampoli di vita ma tutta la vita, una parola che provoca la nostra libertà.

A causa di questa parola che sa di dover consegnare al mondo, Gesù è in movimento, è in fermento … ed è in movimento per muovere ed in fermento per fermentare. Quanti verbi di movimento ci sono in queste righe di Matteo: Mentre camminava lungo il lago … andando oltrepercorreva tutta la Galilea … E la sua parola si mostra subito per quello che è: compromettente e di rottura. I primi quattro che accolgono radicalmente quella parola volgono le spalle al loro passato, alla “routine” quotidiana senza imprevisti se non quelli del “mestiere”, senza orizzonti vasti, con confini ben delineati e rassicuranti. La voce di Gesù chiama e a quella voce Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni rispondono usando a pieno la loro libertà e consegnando i loro passi ai passi di Gesù: lo seguirono. I loro passi ormai sono quelli di Cristo, la loro via è ormai quella che Gesù percorre e percorrerà. Sì, avranno delle cadute e delle lentezze ma oramai la loro vita è intrecciata per sempre con quella del Cristo … La parola che inizia a risuonare nella terra delle tenebre illumina e lega a sé chi si fida e consegna liberamente a Lui la sua libertà.

La parola di Gesù, annunziando con forza il Regno, guarisce, cura, solleva da ogni immobilità: è una parola che inizia, in ciascuno che la ascolta con cuore libero e disponibile, una creazione nuova, un mondo nuovo, un uomo nuovo.

E’ una parola che dalle rive del Lago di Galilea rimbalzerà sulle labbra di questi primi chiamati che poi la porteranno per tutto il mondo; la chiamata li trasformerà ma a partire da ciò che essi sono già; il “novum” si inserirà sulla loro realtà: i pescatori del lago diverranno pescatori di uomini; la parola che li ha chiamati ha annunziato loro il Regno veniente pronunziando il loro stesso nome: Li chiamò.

Sulle labbra di Cristo risuona oggi pure per noi il nostro nome, il problema vero è cogliere di essere chiamati da Lui in modo unico e personale; il problema è riconoscere questa chiamata che vuole una risposta unica e personale. Una risposta però pienamente obbediente. Chi elude questa chiamata non dando risposta rimane sulla riva del lago mentre i passi di Gesù si allontanano, rimane con delle barche e delle reti che sembrano tutto e poi si riveleranno essere niente.

Chi ha il coraggio di seguire Gesù non ragiona, non fa i conti dei “pro” e dei “contro”, non fa commercio della propria vita, la dona e basta! Lascia cadere tutto e va con Lui. Siamo in un tempo in cui i calcoli e il commercio sono considerati espressione di “buon senso”, di avvedutezza, di ponderatezza. Per l’Evangelo non è così! Bisogna lasciare le reti, quello cioè che ci permette di catturare, di possedere … bisogna lasciare le barche sulle quali ci si sente sicuri perché rappresentano quel che conosciamo, sappiamo governare, ciò che si muove nel nostro piccolo mondo, sul nostro piccolo lago … bisogna lasciare il padre cioè quello che lega al passato, anche con sacrosanti affetti, ma può diventare prigione e limite …

E in cambio? Una vita con Lui per le strade del mondo a proclamare come Lui un Regno invisibile agli occhi ma che trasforma le vite e orienta altrove le speranze; una vita che ha perso le sicurezze di reti, barche e padri e si nutre di fiducia in un discorso stolto, come quello della croce!

Chi si fa discepolo di Cristo lo segue fidandosi dei suoi passi anche e soprattutto quando conducono alla croce. Chi nella sua storia con Cristo vuole fidarsi di altro rischia di fallire e di rendere vana la croce di Cristo, come scrive Paolo ai cristiani di Corinto; e si rende vana la croce di Cristo con le “sapienze umane” e con i mille motivi ragionevoli e di “buon senso” che il mondo sa elencare con molta perizia.

Il vero discepolo di Cristo permette alla parola “ricreante” del Signore di scomodarlo, di fargli volgere le spalle al passato per lasciarsi condurre per le strade “insicure” dell’Evangelo; su strade su cui si trova una sola certezza: c’è Gesù! Ci basta?

Se cerchiamo altro vuol dire che la parola coinvolgente di Gesù ha trovato in noi porte chiuse e sicurezze inespugnabili.

Tendiamo le orecchie del cuore per risentire oggi il nostro nome pronunciato con amore da Gesù; e quando lo ascolteremo lasciamoci sedurre dalla sua voce che ci attira e ci propone di far strada con Lui. Senza tante domande e senza calcoli! L’Evangelo è così!

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