IV Domenica di Avvento – Domenica di annunzi

ACCOGLIERE IL SEGNO CHE CI VIENE DATO IN GESU’

Is 7, 10-14; Sal 23; Rm 1,1-7; Mt 1, 18-24

 

Siamo alla conclusione di queste domeniche d’Avvento … è domenica di annunzi: Isaia, nella prima lettura, annunzia la fedeltà di Dio all’infedele re Acaz che è tanto infedele da cercare la salvezza per sé, per la sua discendenza e per il popolo in alleanze con potenti lui che avrebbe dovuto fidarsi solo dell’Alleanza con il Signore; Isaia gli annunzia che nascerà un bambino, segno di questa fedeltà di Dio e, in questa nascita, chi vorrà potrà capire che Dio è fedele e compagno di viaggio nel cammino della storia, è Emmanuele, Dio-con-noi; nel passo dell’Evangelo il Signore, attraverso il suo angelo, annunzia a Giuseppe il suo ingresso nella storia degli uomini e gli chiede di riconoscere la sua vocazione unica e particolarissima: dare il nome al Figlio di Dio che sta per nascere, esserne padre in una compromettente concretezza; nel passo della sua Lettera ai cristiani di Roma Paolo annunzia a quella Chiesa che è in Roma che la sua identità profonda è quella di essere amata e luogo della Grazia che dona pace, è questo l’Evangelo che salva perché compie ogni promessa.

A noi questi testi della Scrittura mostrano un disegno preciso dinanzi al quale prendere posizione: siamo disposti ad accogliere il segno che ci viene dato in Gesù, l’Emmanuele? Gesù, infatti è l’unico segno che Dio ci dà (cfr Mt 12,38-40).

Acaz, nel passo di Isaia, non vuole smuoversi dalle sue vie e si nasconde dietro una falsa “pietas”: Non chiederò un segno al Signore, non voglio tentare il Signore. E’ un falso perché, pur ricevendo gratuitamente il segno rimarrà sulle sue strade di morte e porterà sciagure sul suo capo e sul popolo che avrebbe dovuto custodire; Giuseppe è invece un giusto, uno cioè che cerca la volontà di Dio e lotta perché essa si realizzi; nella Scrittura, infatti la “giustizia di Dio”  è il suo progetto salvifico, è la sua volontà di salvezza, il “giusto” quindi è uno che obbedisce al Signore perché il  suo progetto si compia. Giuseppe, a differenza del re Acaz, riceve l’annunzio dell’ Emmanuele  e lo accoglie lasciandosi sovvertire.

Giuseppe è chiamato da Dio a credere davvero l’incredibile, è chiamato da Dio ad essere “estuario” delle grandi promesse della Prima Alleanza. Se ci pensiamo bene la genealogia di Gesù con cui Matteo ha aperto il suo Evangelo, in fondo è, secondo la carne, la genealogia di Giuseppe … il generare, infatti, si ferma a colui che fu padre di Giuseppe: Giacobbe generò Giuseppe lo sposo di Maria dalla quale nacque Gesù chiamato il Cristo. L’ultimo “generare” ha Giuseppe come oggetto mentre Giuseppe stesso non sarà mai soggetto generante. La genealogia è di Giuseppe ma passa ad essere di Gesù attraverso l’obbedienza di Giuseppe; così sarà adempimento delle promesse; e questo è straordinario!

La riflessione della Chiesa si è spesso soffermata sull’obbedienza di Maria che ha permesso al Vero di mettere la sua tenda in mezzo a noi (cfr Gv 1,14) ed è così … ma anche l’obbedienza di Giuseppe è stata luogo in cui Dio ha volto ed ha dovuto passare per compiere il suo piano di salvezza. Se Maria ha accolto il Verbo e gli ha permesso di avere una carne, Giuseppe ha permesso a quella carne del Messia di essere luogo di  tutte le promesse, dalla benedizione data ad Abramo, alla promessa fatta a Davide … Giuseppe, figlio di Abramo e figlio di Davide dicendo il suo “sì” ha donato a Gesù quella genealogia di salvezza, quel legame con la santa radice di Israele per cui la Chiesa potrà cantare: Tutte le promesse di Dio sono diventate “sì” in Gesù Cristo! (cfr 2Cor 1,20) Un “sì” che, oltre ad essere via all’adempimento delle promesse, oltre ad essere “via preparata al Signore”, come chiede Isaia, è via nella quale Giuseppe deve imparare un’obbedienza che è contraddizione delle proprie vie; Giuseppe dovrà avere il coraggio di “perdere la propria vita” … Colui che lo chiamerà teneramente abbà, Gesù, un giorno dirà che chi vuole essere suo discepolo deve negare se stesso, chi perderà la propria vita per me la salverà (cfr Lc 9, 23-24; Mt 10,39). Giuseppe è già “discepolo” del Figlio suo: perde la vita … sì, la perde perché rinunzia ai suoi progetti ed ai suoi sogni d’amore … vi rinunzia perché volta le spalle alla via che s’era tracciata da sé con la ragazza che amava. Pensando a questo dobbiamo toglierci dalla testa una volta e per sempre l’immagine di un Giuseppe vecchietto … no! Giuseppe è un ragazzo innamorato che permette a Dio di irrompere nella sua storia a costo di cambiargli i sogni. Da quest’ora il sogno di Giuseppe sarà il sogno di Dio … Giuseppe perde la sua vita perché rinunzia a generare e per un ebreo questo è qualcosa di immensamente doloroso e contraddittorio in quanto la benedizione data ad Abramo è benedizione nella generazione (Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. Tale sarà la tua discendenza. Cfr Gen 15,5 e non a caso segno dell’Alleanza con il suo popolo è la circoncisione) … Giuseppe offre suo figlio, quello che avrebbe potuto e voluto generare, per accogliere il Figlio di Dio, per chiamare Lui “figlio io”, per essere per Lui padre … In questa offerta Giuseppe è davvero discendenza di Abramo, come Abramo offre il suo figlio!

In questa domenica comprendiamo che l’Avvento di Dio, come tutto l’Evangelo, è dono gratuito ma è dono “costoso” perché l’accoglienza del dono comporta dei “sì” compromettenti e dei “no” che negano anche i nostri progetti, le nostre vie, le nostre indipendenze. Giuseppe fu trasformato da umile e meraviglioso ragazzo innamorato ad ultimo Patriarca della storia della salvezza, a padre messianico del Figlio di Dio.

Se Maria è Madre di Dio è la Chiesa l’ha solennemente proclamato, perché ella fu madre nella carne del Figlio eterno di Dio, Giuseppe gli fu padre non nella carne ma in tutto il resto! Essendogli padre permise alla storia di spalancarsi all’adempimento delle promesse di Dio!

La paternità di Giuseppe fu vera e meravigliosa ma costò a Giuseppe se stesso!

La Grazia e la pace promesse sono giunte alla storia attraverso una via preparata da Maria che si è fatta spazio per l’ Emmanuele, da Giuseppe che gli ha dato il nome che è salvezza per il mondo: Lo chiamerai Gesù, egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati. Giuseppe ha dato al Figlio di Dio quel nome che pronunziamo con gioia, tenerezza e speranza fino all’ultimo istante di vita.

La Grazia e la pace, frutto dell’ Incarnazione oggi ci sono annunziate per ricordarci che siamo santi per vocazione; chiamati alla santità in un’obbedienza che non si nasconde dietro le parole (Giuseppe non dice nessuna parola in tutto l’Evangelo!) ma che accoglie la Parola e se ne fa custode.

Così possiamo essere pronti a celebrare il Natale del Signore!

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