IV Domenica di Pasqua – Passare per Lui

PORTARE LE SUE FERITE 

At 2, 14a.36-41; Sal 22; 1Pt 2, 20b-25; Gv 10, 1-10

 

Grandi temi si intrecciano oggi in questa liturgia domenicale, temi che vogliono ancora condurci a contemplare il mistero pasquale di Cristo che ci appartiene, che ci lega a Lui, che ci pone grandi domande e ci indica percorsi nuovi da tracciare nella storia.

L’evangelo di questa domenica è l’inizio del capitolo decimo di Giovanni in cui tutto si dipana sull’immagine del pastore. Un capitolo questo che collega il segno del Cieco nato a quello di Lazzaro, ed è ad essi strettamente legato: Gesù è il pastore che accoglie le sue pecore, quelle che hanno scelto la via stretta della volontà del Padre, e per questo sono rifiutate dal mondo (il cieco guarito è gettato fuori dai capi giudei ed è accolto da Gesù; cfr 9, 34-38), Gesù è il pastore che va a cercare le sue pecore fin nell’abisso della morte e le trae fuori donando loro libertà (“Lazzaro, vieni fuori! … scioglietelo e lasciatelo andare!” cfr 11, 43-44).

Tra i due racconti, questo capitolo dieci dell’Evangelo di Giovanni in cui c’è un’autorivelazione di Gesù che i fatti hanno già mostrato e mostreranno.

C’è una prima cosa su cui è necessario puntare la nostra attenzione: le pecore sono sue! E’ necessaria questa riflessione sull’appartenenza a Cristo; siamo suoi perché siamo stati liberati a prezzo del suo sangue (cfr 1Pt 1,18-19), lo sappiamo o non lo sappiamo, lo accettiamo o meno, noi tutti figli di Adam siamo stati fatti suoi nell’amore della croce e non in una conquista generica ma personale: Chiama ciascuna per nome!

“Lazzaro, vieni fuori!”: è con il suo nome che Lazzaro è conosciuto, amato e liberato … Al sepolcro il Risorto donerà la gioia pasquale a Maria di Magdala con il solo chiamarla per nome: “Maria!” Ella si voltò e gli disse in ebraico “Rabbunì!” (cfr Gv 20,16).

Se le pecore conoscono la sua voce è perché sono conosciute da Lui … la sua conoscenza precede la nostra e la genera … e quella conoscenza che genera conoscenza libererà tutti i “Lazzaro” dal sepolcro e tutte le “Maria” che piangono senza speranza saranno aperte alla luce pasquale.

Questo pastore che è Gesù conduce verso la vita coloro che si acquistato con il suo sangue e che hanno un nome amato e conosciuto da Lui, un nome che il pastore pronuncia nella tenerezza e nell’intimità … in chi crede, in chi aderisce a Lui con la vita tutta, in chi ha fatto l’esperienza trasformante dell’incontro con il Risorto, c’è certo la memoria di un’ora benedetta della sua storia personale in cui ha sentito pronunciare con amore il proprio nome dalla voce di Lui … O quell’ora è scoccata, o una vera conoscenza di Cristo non c’è, e la fede allora rischia di essere “religione” e la vita cristiana una serie di osservanze.

Chi invece è passato per questo incontro, non solo non torna più indietro, ma è disposto a seguire Gesù sempre, anche con le sue debolezze e paure, anche paradossalmente con i suoi peccati e cadute … Chi ha fatto l’esperienza dell’incontro con Lui è segnato a fuoco da quell’incontro, sa di appartenere a Cristo e sa di essere amato e chiamato per nome; segue Gesù semplicemente per andare dove Lui va … non è questione di “dove”, è questione di “con”; la meta è conseguenza della compagnia;  si giunge ad un “dove” perché si sta “con” Lui.

Quanto oggi è necessario, per la vita della Chiesa, un vero ripartire da Cristo, dal rapporto con Lui; quanto è necessario un ricentrare tutto sull’Evangelo. Dobbiamo essere convinti che è giunto un tempo in cui, nella vita ecclesiale, è necessario un grande “sfrondamento”: togliere il superfluo per puntare le nostre energie spirituali e materiali solo su si Lui. Se questo accade saremo certi anche del resto, di una “concretezza” storica davvero evangelica.

E’ tempo di smetterla con i complessi di inferiorità rispetto a chi si proclama “concreto”, “fattivo”, “impegnato” quasi che lo stare con Lui, il centrare tutto sulla conoscenza di Cristo sia perdita di tempo, di un tempo che potrebbe esser dato a “fare” tante cose! O diamo qualità al nostro essere di Cristo o l’“attivismo” ecclesiastico (non ecclesiale!!) ci divorerà!

Esse conoscono la sua voce … se la nostra fatica quotidiana sarà quella di cercarlo e di riconoscere la sua presenza, il nostro appartenergli e le parole che pronunzia su di noi, allora sarà consequenziale il “passare per Lui” … Gesù infatti oggi dice, nel meraviglioso accumulo di immagini che è questa pagina di Giovanni, che Lui è anche la porta delle pecore … non  è solo il pastore che le guida, è anche la porta per cui devono passare.

Passare per Cristo è, come scrive Pietro nell’inno cristologico che abbiamo ascoltato dalla sua Prima lettera, un seguire le sue tracce.

Passare per Cristo significa aver accolto quell’annuncio primordiale della Pasqua (lo abbiamo ascoltato nel discorso di Pietro nella pagina di Atti che ha aperto la liturgia della Parola di oggi) ed essersene lasciato ferire!

Passare per Lui è voler portare le sue ferite pasquali per la salvezza del mondo; passare per Lui è ancora nella logica del “con”; è essere convinti che la vita cristiana è assumere Cristo non come un Dio da adorare e in cui gettare le nostre richieste “religiose”, ma come una via (cfr Gv 14, 6) concreta per i nostri passi; non un esempio irraggiungibile ma una via possibile, una porta valicabile verso l’uomo nuovo.

La via è possibile e la porta è praticabile, perché l’amore e la remissione dei peccati sono prevenienti, vengono prima della nostra conoscenza, del nostro amore e del nostro seguire.

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