Santissima Trinità – Il mistero d’Amore

LA TRI-UNITA’ DI DIO

 Es 34,4-6.8-9; Dn 3; 2Cor 13,11-13; Gv 3, 16-18

 

 

Icona della Trinità (di Andrej Rublëv, Mosca)

Icona della Trinità (di Andrej Rublëv, Mosca)

Dopo le grandi celebrazioni pasquali, la Chiesa oggi vuole una sosta contemplativa sul mistero fontale di tanto amore! L’amore pasquale che Cristo Gesù ci ha donato con la sua Croce e la sua Risurrezione, quell’amore che è stato finalmente effuso sulla Chiesa e sul mondo e che ora è dono fatto all’umanità intera, non è un meraviglioso sentimento, non è un moto bello di un’anima bella e neanche il moto intimo del cuore sublime di Dio. No! Quell’amore è la vita stessa di Dio!

La Trinità di Dio (o come scrive Basilio, la Tri-unità di Dio!) non è un astruso mistero su cui non bisogna indagare perché resta comunque incomprensibile! Probabilmente proprio l’incomprensione del mistero trinitario ha fatto sì che il cristianesimo si riducesse così spesso a “religione” e a “religione” tra le altre “religioni”. L’incomprensione del mistero trinitario produce conseguenze gravissime nella fede e nella prassi dei cristiani. Non è solo questione di teologia, è questione di “conoscenza” autentica di questo nostro Dio che non è un Dio generico, un Ente Supremo qualsiasi, ma è Padre, Figlio e Spirito Santo.

Il mistero della Trinità ci dice che Dio è comunione, anzi è la comunione fontale; e ce lo dice non per darci una mera nozione, ma perché noi entriamo esistenzialmente, vitalmente in questa comunione, in questo abbraccio di Dio. Un Dio solitario non può essere amore, tutt’al più ama … il Dio che Gesù ci ha raccontato è amore perché nel suo intimo è comunione, è relazione di amorosa tra persone, è amore che ama, che si lascia amare, che si dona

Questo mistero che è compimento di rivelazione su Dio dà ragione profonda a quanto già la Prima Alleanza aveva “conosciuto”. Infatti il nome che il Signore rivela al Sinai a Mosè che torna con due nuove tavole di pietra lì sul monte dopo la scoperta del peccato del popolo che s’era prostrato al Vitello d’oro, è “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà”! Ad un Dio così Mosè osa chiedere la “compagnia” costante nella fatica del cammino verso la Terra Promessa: Che il Signore cammini in mezzo a noi.

Questo Dio compreso come infinita misericordia e fedeltà suscita nel cuore di Mosè la “parola” più bella che un uomo possa pronunciare davanti al volto di Dio: la “parola” della solidarietà col peccato degli altri uomini.

Credo che questa “parola” di Mosè sia una “parola” cardine della Scrittura, “parola” che ci mette al riparo da ogni èlite di pretesa giustizia: Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità! Mosè prende anche su di sé il peccato e la colpa di tutti, anche se non si è prostrato al Vitello d’oro (era sul Sinai con il Signore!) si sente non estraneo al peccato dei fratelli, solidale con alla loro miseria ed idolatria.

Ecco cosa fa la “conoscenza” del cuore di Dio! Ancor più può produrre in noi discepoli di Cristo la “conoscenza” del mistero trinitario, mistero di unità, di amore, di misericordia fedele, mistero di un amore che si è fatto solidale con l’umanità fino alla Croce del Figlio che, donando la vita e raccontando l’amore, ha fatto pace tra cielo e terra non rimanendo al di là del peccato, ma facendosi Lui stesso peccato (cfr 2Cor 5,21; Gal 3,13)!

L’amore di Dio per il mondo peccatore è detto da Gesù, nel dialogo con Nicodemo di cui oggi leggiamo un breve tratto, proprio con il dono di un Padre del proprio Figlio. E’ una rivelazione di una relazione d’amore che si estende ad abbracciare il mondo, è rivelazione di una salvezza che non scende da un Dio che resta in alto ed impassibile ma che viene da un Dio solidale che dona il suo Figlio,  da un Dio che nel Figlio si consegna.

Accogliere la Pasqua di Cristo è allora accogliere questo dinamismo d’amore che è la vita trinitaria nella propria vita. Paolo, nel testo della Seconda lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge, ci ha detto con chiarezza cosa sia questa accoglienza: si accoglie questo dinamismo di Dio riconoscendo la grazia del Signore Gesù Cristo, cioè l’assoluta gratuità della Croce e della Risurrezione; riconoscendo l’amore di Dio, riconoscendo cioè di essere amati non di un amore qualsiasi fatto di sentimenti passeggeri ma di un amore eterno che a tutto può dare senso; riconoscendo la comunione dello Spirito Santo, cioè l’opera finale della salvezza che è la “koinonia”, è l’amore che, non solo ama l’altro ma lo cerca e si compromette per lui, si sporca le mani per il fratello e con il fratello.

Questo è il Dio dell’Evangelo e noi celebriamo sempre questo Dio Trino, Comunione, perfezione di ogni dinamismo d’amore. Celebrare non significa compiere dei bei riti ma significa dare accesso al mistero nel nostro vivere quotidiano; celebrare è spalancare le porte della vita al mistero di Dio! Celebrare la Trinità (in realtà è quello che ogni liturgia cristiana fa, non solo in questa domenica … per carità!) è aprire la vita a quella stessa gratuità, a quello stesso amore, a quella stessa comunione che è la vita stessa di Dio!

Celebrare l’ Amante, l’ Amato e l’Amore, direbbe S. Agostino, è per il discepolo di Cristo farsi amante, amato, amore. Personalmente ed in una comunità credente. O la Chiesa è icona di questo amore trinitario nell’amore che ama, che si lascia amare e che si dona o non è più Chiesa di Cristo e rischia di essere organizzazione di una “religione” che più nulla ha a che vedere con l’Evangelo di Gesù suo Signore!

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