XXIV Domenica del Tempo Ordinario – Amati amiamo

 PERDONATI, PERDONIAMO!

Sir 27,30-28,7; Sal 102; Rm 14,7-9; Mt 18, 21-35

 

Oggi è “di scena” ancora il “solito” Pietro che vi entra con una domanda circa il perdono. Il discorso che Gesù aveva fatto circa la correzione fraterna metteva in campo la possibilità del peccato del fratello e indicava il comportamento da assumere con lui. Pietro qui riconduce il peccato del fratello all’offesa personale (Se qualcuno ha peccato contro di me), che poi è quello che più “brucia”, e chiede che ampiezza debba avere il perdono; Pietro crede di essere “largo” dicendo “fino a sette volte?” ma Gesù, come sempre, allarga gli orizzonti e amplifica la sua povera ipotesi numerica: Fino a settanta volte sette! Non è questione di aritmetica, come dopo, nella parabola non sarà  questione di pesi e misure, ma è questione di un perdono senza confini. Perché un perdono così?

La domanda di Pietro permette a Gesù di condurci di nuovo nel “paese delle parabole” e qui troviamo un Signore (viene chiamato sempre così: “Kyrios”, come Pietro aveva chiamato all’inizio Gesù, e mai “despótes”, cioè “padrone”) che condona un debito immenso; i diecimila talenti sono una somma astronomica (si pensi che il gettito di tasse di Erode in Galilea era di duecento talenti!) e sono un debito in-pagabile! Il servo gli grida: “macrotymeson!”, abbi magnanimità” con me, “abbi sentire grande”, “abbi cuore grande” … la sua speranza è solo questa non quella di pagare il debito … sì, dice di voler pagare ma sa che è impossibile. Anche il Signore della parabola lo sa e tutto condona!

Il problema di questo servo è che, sperimentata la macrotymia del suo Signore, non se ne è lasciato contagiare … pensa ancora con il suo piccolo sentire, agisce ancora con il suo piccolo cuore e così con il suo “con-servo” (“syn-doulos” è il termine che Matteo usa!) non sa vivere la stessa macrotymia davanti ad una somma, sì di una certa rilevanza, ma assolutamente solvibile! Tanto che la stessa sua pretesa che l’altro venga gettato in carcere è eccessiva e non prevista dalla Legge (data l’entità del debito!) …

E’ questa disparità che genera la forza della parabola. Una disparità che ha la sua radice nella misericordia senza limiti del Signore. Una misericordia senza limite come la somma di diecimila talenti in cui “diecimila è la cifra più grande usata per far di conto e “talento” è l’unità di misura monetaria più alta di tutta la zona geografica; la macrotymia del Signore aveva avuto origine, nel racconto di Matteo, nella sua compassione, espressa dal testo con “splanchnistheis” una forma verbale che in Matteo è sempre attribuita a Cristo ed alla sua misericordia direi materna; è infatti l’“aver con-passione” nelle viscere, come la misericordia e la tenerezza di una madre che si muove da lì dove il figlio si è formato, nelle viscere!

Il problema di questo servo spietato (come la tradizione l’ha definito) è il non aver avvertito quella misericordia del suo Signore come uno stile da assumere “in toto”, di averla colta solo come un privilegio e non come una responsabilità! Il servo perdonato non è in grado di perdonare perché ha preso dal Signore il suo utile e non una vita nuova … il Signore lo ha fatto “sciogliere”, gli ha dato libertà  rimettendogli il debito ma questo servo liberato ha usato della sua libertà per mettere in catene un altro, ha usato della sua libertà dimenticando d’averla ottenuta in dono! L’aver ricevuto misericordia e libertà fondava una necessità: agire a sua volta con misericordia. Matteo fa pronunziare qui al Signore della parabola l’espressione “ouk édei?” (“non era necessario?”) con lo stesso verbo che Gesù ha usato per il suo primo annunzio della passione (Cominciò a dire che era necessario per lui – “oti dei autòn – andare a Gerusalemme e soffrire molto … ); è la necessità evangelica di rinunciare a se stessi, di perdere la vita per seguire Gesù.

Al servo spietato era necessario seguire la via del Signore misericordioso perché aveva sperimento su di sé quella misericordia liberante.

Il monito è grave per noi credenti che viviamo la nostra fede nella Chiesa di Cristo: l’aver avuto misericordia, l’esser parte del popolo dei salvati, l’aver avuto il perdono dei nostri peccati non ci stabilisce in una casta di privilegiati, di creditori … ma ci stabilisce in un popolo di “debitori” di misericordia; in un popolo di perdonati che, con le loro vite, sono testimoni solo di una cosa: della misericordia di Dio narrata e donata in Gesù Cristo. Paolo nel testo della Lettera ai cristiani di Roma pone i credenti nell’appartenenza al Signore, un’appartenenza che comporta un’adesione nell’essere e nell’agire con Lui; la sfida è grande: la misericordia sperimentata ci rende non solo capaci di perdonare ma ci chiede qualcosa in più, ci chiede di perdonare di cuore (“apò tõn kardiõv, cioè, alla lettera al plurale, “dai cuori” ) … un perdono che viene dunque dal profondo. Da quel profondo in cui ci si è lasciati raggiungere dalla misericordia di Dio.

Il problema di molti cristiani è sentirsi troppo giusti e non aver quindi sentito su di sé la misericordia gratuita e tenerissima di Dio. In fondo è questo il motivo per cui pubblicani e prostitute ci precederanno nel Regno; essi non potranno mai barare sulla loro giustizia e la misericordia possono davvero sperimentarla.

Amati amiamo, perdonati perdoniamo!

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