DICIANNOVESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

DICIANNOVESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
1Re 19,9a.11-13a; Sal 84; Rm 9,1-5; Mt 14, 22-33

Il brano evangelico di oggi si apre con il ritirarsi di Gesù per la preghiera … dopo aver imbandito il banchetto messianico con la moltiplicazione dei pani (cfr Mt 14, 13-21), Gesù cerca le radici della sua identità, della sua vocazione, della sua missione; va presso il Padre mentre i discepoli, nella barca, affrontano le onde del lago … non ci sfugge, se siamo abituati a penetrare le Scritture, che qui Matteo ci mette dinanzi ad un’icona formidabile del “tempo della chiesa”; infatti, il fatto storico della preghiera di Gesù che cerca il Padre nel silenzio e sta con Lui, diventa immagine della sua eterna intercessione alla destra del Padre mentre la barca sballottata dall’improvvisa tempesta diventa icona della Chiesa che attraversa la storia e le sue tempeste sulla fragilità della sua barca. Una fragilità che Matteo assume per mostraci, senza idealizzazioni, cosa sia davvero la Chiesa: una comunità sempre tentata di incredulità, sempre tentata di voler fare da sola, sempre tentata di idolatria dei propri “remi” e delle proprie “vele” … Nel racconto di Matteo è il Signore che chiede ai suoi di precederlo sull’altra riva (anzi il testo greco, più precisamente, dice che li “costrinse”): la Chiesa ha ricevuto l’ “ordine” di attraversare la storia esponendosi, rischiando, dovendo attraversarne le tempeste ed i venti contrari.
Il problema di questo racconto è: “come attraversare le acque agitate della storia?” Il testo in primo luogo afferma che, in questo tempo, Gesù c’è ed alla sua Chiesa, pure nelle tempeste, dice con tenera sollecitudine: Coraggio, Io-sono! Non abbiate paura! Una presenza la sua che chiede responsabilità, cioè capacità di dare risposte. Quali?
Pietro, nella narrazione di Matteo (il passo parallelo di Marco al capitolo 6,45-52 non conosce questo “audace” intervento di Pietro!), è occasione per mettere in risalto un pericolo grande per chi, dinanzi a Gesù, ha una pretesa assolutamente fallimentare ed orgogliosa: quella di imitarlo! L’imitazione di Cristo, categoria pure così diffusa ed amata specialmente nella spiritualità d’occidente e che ha fatto tanto bene nella vita di tanti cristiani, contiene in sé un pericolo: la pretesa di essere come Lui per proprio “sforzo”, per propria capacità … Pietro chiede che Gesù lo faccia suo imitatore, ma fallisce e nell’imitazione scopre tutti i suoi limiti e il vento e la violenza della tempesta lo sopraffanno; vincerà solo quando griderà: Signore, salvami!
Non si tratta, allora, di mera imitazione, ma di sequela dietro Uno che è capace di dominare le “acque di morte”. Certo sullo sfondo c’è la suggestione dell’episodio del Passaggio del Mar Rosso, in cui il Signore passa sul mare con “invisibili orme” (cfr Sl 77,20; Is 43,16) … un’icona pasquale che amplia il quadro che Matteo traccia: si tratta della storia della Comunità credente, non solo di Pietro e dei disvcepoli, Comunità che, dopo la Risurrezione di Cristo, è chiamata a rendere testimonianza di sequela del suo Signore! Un Signore Crocefisso e Risorto!
“Non imitazione, ma sequela!”: ecco ciò che sottilmente Gesù dice a Pietro; “Prova a imitarmi e vedrai che non ne sarai capace se prima non gridi il tuo bisogno d’essere salvato, se prima non decidi di tendere la tua mano fragile verso la mia potenza!”
E chiaro allora che c’è un primato della sequela; poi, eventualmente, ci sarà l’imitazione. Non si tratta di fare come Lui ma si tratta di seguirlo rischiando e osando di mettere il piede fuori dalla sicurezza della barca per posarlo sulle acque di morte! Non è un atto “magico” quello che Gesù concede a Pietro, è piuttosto un esercizio di fede costosa chiamata ad abbandonare ogni presunzione di imitazione per cercare di mettere i piedi su quelle orme invisibili di cui già cantava il Salmo 77!
Pietro, “di piccola fede”, (è un “oligopistòs”, “di piccola fede” e non un “apistòs”, un “senza fede”!) dovrà imparare a proprie spese a fidarsi, ad aderire a Gesù; infatti, cessa di affondare quando si lascia afferrare da Gesù, quando aderisce fisicamente a Lui: chi pretende di imitarlo si pone “di fronte” a Gesù, chi vuole seguirlo aderisce, “fa storia” con Lui … Il tempo della Chiesa va vissuto in questo atteggiamento di fondo che è la sequela nella piena adesione a Gesù.
E quando questo accade il vento cessa e si fa la scoperta della tenerezza di Dio nel silenzio e nella pace che invadono il cuore.
L’esperienza di questo vento che cessa e tace ci riporta all’esperienza di Elia che la prima lettura tratta dal Primo libro dei Re ci ha fatto ascoltare; Elia in quel momento della sua vicenda deve approdare ad un Dio che gli chiede di riconoscerlo in una “voce di silenzio trattenuto” (il testo ebraico dice “Qol demama dacca”). Elia deve lasciarsi riplasmare da Dio dopo la vittoria amara del Carmelo in cui per il suo zelo perverso ha scannato i quattrocentocinquanta profeti di Baal … uno sterminio non richiesto, né necessario, uno sterminio che contraddiceva la parola del Signore sul “non uccidere”! Elia ha ucciso ed ora è confuso; il Dio che gli si presenta non è né nel vento della sua forza, né nel terremoto dei suoi sentimenti ed emozioni e non è neanche nel suo zelo ardente che lo porta a versare quel sangue … Dio è altrove in quella “voce di silenzio trattenuto” … lì lo dovrà riconoscere e da lì ripartire per riplasmare la sua fede e la sua missione … Dio lo destruttura dalle sue pretese … come farà Gesù con Pietro …
In fondo l’Evangelo di oggi parte da un silenzio, quello che Gesù cerca sul monte nella preghiera – ed è bello pensare a Gesù che, come Elia, dopo il tumulto delle folle, cerca il Padre suo “in una voce di silenzio trattenuta” – ed approda ad un altro silenzio “nella barca” di Pietro ove il vento tace quando viene dato accesso a Gesù. E questo accade quando ci è chiaro che abbiamo una sola primaria necessità: lasciarci afferrare e salvare da Lui, senza pretese di autosufficienza. Ogni pretesa simile ha solo esiti disastrosi e bisogna guardarsene con fermezza anche perché il mondo millanta ogni autosufficienza come virtù suprema e come meta desiderabilissima tacciando di debolezza ogni affidamento e ogni riconoscimento di fragilità!
Quella mano tesa di Pietro e la stretta forte e tenera di Gesù ci raccontano un’altra storia … una storia che è un evangelo, una bella notizia che ci dice che al di là delle nostre fragilità, debolezze, stolte pretese di autosufficienza c’è un Salvatore misericordioso che attende il nostro grido e la nostra adesione con tenera e ferma speranza. Da lì tutto ricomincia e ci plasma sempre di più secondo il suo cuore.
P. Fabrizio Cristarella Orestano

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