QUINDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

QUINDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Is 55, 10-11; Sal 64; Rm 8, 18-23; Mt 13, 1-23

 

Matteo ci porta oggi, come scrive Luigi Santucci nella sua “Vita di Cristo”, nel paese delle parabole. Un paese che solo gli ingenui possono pensare essere un paese per sempliciotti e ignoranti, un paese inventato da Gesù per quelli che, poverini, non capirebbero discorsi più elevati! E’ perfettamente il contrario: è un paese in cui riescono ad entrare solo quelli a cui il Padre rivela queste cose; al capitolo undici – lo ascoltammo la scorsa domenica – Gesù rendeva lode al Padre perché rivelava le cose del Regno ai piccoli e le nascondeva ai sapienti e agli intelligenti!

Nel paese delle parabole solo i piccoli riescono ad avere cittadinanza perché solo loro conoscono questo linguaggio profondo. Un linguaggio che chiede di penetrare la parola pronunciata, di andare al profondo, di lasciarsi afferrare e coinvolgere in una serie di immagini, luoghi, cose, persone, sentimenti in cui Dio nasconde le cose del Regno ai presuntuosi e agli arroganti e in cui rivela le cose del Regno a coloro che si lasciano interpellare, porre in crisi; a quelli sanno farsi piccoli …

            Il paese delle parabole è un luogo in cui parlano i semi, i solchi, gli uccelli, le spine, le pietre, il lievito, le reti, i gigli dei campi, le reti, la zizzania, le perle, il sole, le pecore; un paese in cui i contadini, le donne che spazzano la casa, i pastori, i padri addolorati, i fratelli invidiosi, i figli ribelli, i vignaioli, i debitori, i re che partono in guerra, i pescatori, i mercanti hanno ciascuno da raccontarci una storia e raccontandocela ci danno una pista per ritrovare i passi di Dio assieme ai nostri passi; il paese delle parabole è un paese in cui il seme della Parola è nascosto nei solchi e nelle pieghe della nostra umile storia quotidiana e da lì può germogliare per chi lo riconosce deponendo se stesso ed accogliendo l’Evangelo!

            Le parabole sono la via che Gesù ci fa percorrere per parlarci del mistero del Regno di Dio; Gesù è venuto per annunziare il Regno; la sua prima predicazione proclama che il “Regno dei cieli è vicino” (cfr Mt 4, 17) ma, se ci facciamo caso, Gesù non dà mai una vera definizione del Regno … il Regno di Dio non è definibile, non è contenibile in una definizione esaustiva … la realtà del Regno è ampia, sottile, complessa, sfaccettata, si realizza nelle varietà dei cuori degli uomini, nella vastità del cuore di ogni uomo … se Gesù non definisce il Regno però lo racconta con le parabole ed ogni parabola è un tassello, è una sfumatura, è un colore, è una via, è una dinamica di questo Regno … cogliendo le parabole entriamo in una visione sempre più ampia del Regno di Dio e delle sue esigenze, entrando nelle parabole iniziamo a cogliere ed intuire i passi che dobbiamo compiere per lasciarci sedurre dal Regno e volerlo al di sopra di tutto.

            Gesù si presenta all’inizio di questo capitolo tredici come colui che conduce in questo paese meraviglioso e compromettente in cui è possibile riconoscere Dio ed il suo operare nella storia. La parabola  che oggi ascoltiamo ci racconta proprio di Gesù; Lui ci racconta di se stesso: Il seminatore uscì a seminare! E’ la vicenda di Gesù che, uscito dal Padre, viene a gettare il seme fecondo della Parola tra gli uomini; è un Seminatore generoso che non lesina il seme; lo getta con generosità sperando che trovi solchi aperti ed accoglienti … l’inizio della parabola di oggi ci narra di un esodo, quello di Gesù, che ha lo scopo di portare a noi una Parola che vuole accoglienza per diventare fecondità. Lui è venuto nella storia a pronunciare un Evangelo che solo i piccoli sapranno cogliere, un Evangelo che però è donato a piene mani a tutti i terreni; l’Evangelo che Gesù narra al mondo è un Evangelo di amore che non può non nutrirsi di speranza! Il Dio che semina ha una speranza tale che è capace di “sprecare” semenza anche sul terreno battuto, anche tra i sassi, anche tra le spine! Il Dio che spera vorrebbe che quelle miserie divenissero solchi di accoglienza e fecondità! La parabola del Seminatore con cui Matteo ci fa giungere nel paese delle parabole non deve essere letta con chiavi moralistiche, l’attenzione, infatti, va puntata sul Seminatore e non su un facile elenco di “buoni e cattivi”; invece è rivelazione del solo buono che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi (cfr Mt 5,45) e getta il seme della Parola su tutti i terreni. La speranza del nostro Dio è più grande del calcolo! Il Dio che Gesù narra è pronto a venire a rivoltare il terreno su cui ha indiscriminatamente seminato. Su quei terreni passerà con il suo aratro e, a chi vuole, scaverà profondi solchi di accoglienza; a chi vuole strapperà le spine che tutto soffocano, a chi vuole toglierà le pietre che opprimono e rendono impotenti le radici!

Qui, come nella successiva parabola della zizzania, la narrazione della parabola conosce anche una via fuori dell’ordinario; sì, perché le parabole non si spiegano … se si colgono si colgono! Sono un po’ come la musica: se uno coglie la bellezza di una melodia di Bach o la potenza di una frase musicale di Verdi, l’ha colta! Se uno non la coglie nessuno gliela può davvero spiegare! Così è per le parabole! Invece qui, e per la parabola della zizzania, c’è una spiegazione … ma è una spiegazione che non risale a Gesù (anche se Matteo la pone sulle labbra di Gesù) è una spiegazione che risale alla Chiesa di Matteo. E’ quella Chiesa che desidera leggersi “sotto il giudizio” di quella parola. Così se la parabola è rivelazione del Seminatore, la spiegazione è una lettura della vita ecclesiale. Nella Chiesa c’è un’accoglienza diversificata della Parola; questa è accolta (con vario risultato: chi il cento, chi il sessanta, chi il trenta per uno) o non è accolta. A volte è accolta illusoriamente (le spine, il terreno sassoso), a volte non è neanche ascoltata (sulla strada gli “uccelli” subito la portano via).

            La Chiesa di Matteo si interroga dinanzi alla Parola così generosamente sparsa sul suo vario terreno; si chiede: in noi che vita ha la Parola di Gesù? Mette radici? Dà frutto? Permettiamo alla tentazione di strapparcela a causa della nostra superficialità? La lasciamo soffocare dalle spine? Spine che non solo gli affanni che sono nel mondo ma anche gli affanni mondani che infestano la Chiesa e che, in essa, soffocano la potenza della Parola e ne impediscono la crescita. Lasciamo che il sole la bruci a causa della nostra incapacità di durata, di fedeltà, di costante perseveranza?  

Matteo, dopo averla condotta nel paese delle parabole,  interroga la sua Chiesa su ciò che davvero vale nel suo sentire e nella sua prassi, interroga la sua Chiesa (ed oggi interroga pure noi!) su che vita ha la Parola nel suo concreto cammino storico. Matteo sa bene che la mediocrità è capace di rendere impotente la Parola potente di Dio che viene a fecondare la terra e che torna a Dio solo dopo aver reso la storia gravida di vera vita! Isaia ci ha cantato, nella prima lettura di questa domenica, il viaggio straordinario della Parola che scende da cielo e viene a fecondare la terra prima di tornare al cielo; è, lo capiamo bene, la storia di Gesù che è Parola-seme ed è Seminatore venuto a portare nella storia la Parola dolce ed esigente dell’Evangelo, Parola che chiede compromissione, chiede di smuovere e rivoltare i nostri terreni battuti ed impenetrabili, chiede di sradicare le spine che tutto soffocano, chiede di levar via le pietre di durezza e di mediocrità che pure pare ci proteggano e ci facciano più forti ma che, in realtà, rendono tutto privo di radici …

La Chiesa tutta oggi è capace di cogliere la domanda della parola in questo oggi storico? E’ capace di cogliere che la Parola la provoca ad uscire dalle sue vie sicure e di conservazione dell’esistente perché tra poco ci sarà davvero poco da conservare? Su questa capacità si giocherà la fedeltà della Chiesa al suo Signore e Sposo, a quel Signore-Seminatore che le ha lasciato, con generosa prodigalità, tutte le sue Parole perché la provochino in ogni stagione della storia (cfr Gv 15,15; 17,8)! Questa stagione della storia vuole uomini e donne che abbiano orecchie per ascoltare! Davvero! Senza paura! Poveri noi se abbiamo paura della Parola e delle sue provocazioni!

            Le parabole diventano automaticamente giudizio sulle nostre vite: siamo per caso tra quelli che non vedono con gli occhi, non ascoltano con gli orecchi, non comprendono con il cuore? Siamo tra quelli che non si convertono e così non guariscono? O l’ascolto delle parabole fa scendere su di noi la beatitudine che Gesù pronunzia: Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano?

            L’Evangelo trovi i nostri terreni, personale ed ecclesiali, disposti a lasciarsi rivoltare e purificare per essere capaci di accogliere il seme che il Seminatore è uscito a seminare!

p. Fabrizio

 

 

 

 

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