TRENTAQUATTRESIMA DOMENICA: CRISTO RE 2017

TRENTAQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

CRISTO RE

Ez 34,11-12; 15-17; Sal 22; 1Cor 15, 20-26.28; Mt 25, 31-46

Nel brano della Lettera ai cristiani di Roma che oggi la liturgia propone, Paolo ci ha mostrato il Cristo nella sua regalità, quella che il Padre gli ha dato perché Gesù ha amato fino alla croce, fino all’estremo. Dando la vita Gesù si è mostrato re, risuscitato dai morti è stato fatto, dal Padre, re per sempre. La sua è una signoria già in atto dall’alba di Pasqua, una signoria che Gesù stesso ha affermato davanti a Pilato, una signoria che va tanto oltre le nostre concezioni di regalità, che Cesare non deve temere: Il mio regno non è di questo mondo (cfr Gv 18,36). Continuino pure a regnare i vari “cesari”, la loro regalità è effimera e ristretta, abbiano pure a ricoprirsi di oro e di porpore i re della storia, quei manti di potenza prima o poi copriranno cadaveri impotenti come quelli di tutti gli uomini. Sono così i regni di questo mondo.

La regalità del Risorto è in atto già oggi ma è nascosta; ecco la “sorpresa”su cui “gioca” il celebre passo del Giudizio finale di Matteo: sia i “buoni” che i “cattivi” si sorprendono che quel Re glorioso, seduto sul trono della sua gloria, attorniato dai suoi angeli, era così presente in una storia in cui pareva assente. Lo stupore è che lo si poteva incontrare e onorare ogni giorno e, in realtà, alcuni inconsapevolmente l’hanno fatto!

L’avevano incontrato in quei visi spaventati di forestieri male accolti e spesso umiliati, in quelle guance smunte di affamati, in quelle labbra secche di assetati inariditi dalla vita, in quei corpi nudi e infreddoliti, in quelle membra piagate e sofferenti giacenti in letti di dolore, in quei visi incattiviti dal male commesso e ristretti dietro sbarre che li privano del bene prezioso della libertà. E’ incredibile ma quel re era lì: nei luoghi meno santi e “regali” della storia …

Per Matteo è strano che un cristiano non possa accorgersene: quel re è il Crocefisso, colui che ha salvato il mondo non con la potenza ma con la debolezza. Dove, allora, il Crocefisso poteva continuare a dimorare se non nella debolezza?

Alla fine del suo Evangelo Matteo fa pronunziare al Risorto quella parola di grande forza e consolazione: Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli (cfr. Mt 28, 20b). Ma dove cercarlo? Certo, presso il Padre (cfr Gv 20,17) ma contemporaneamente lì nella storia dei piegati, degli umiliati dell’umanità.

Se non ci fosse stata consegnata questa parola di Matteo, se non ci fosse questa prospettiva e questa rivelazione, la storia rimarrebbe un garbuglio enigmatico. Se questa pagina non ci dicesse da che parte sta Dio, non sapremmo quali vie percorrere per dare sbocchi di senso a ciò che senso non ha; Dio sta dalla parte dei piegati, degli umiliati, dei feriti, dei miseri, dei poveri perché cattivi o incattiviti (si badi che non si specifica se i carcerati da visitare siano degli “innocenti” ingiustamente prigionieri!), dei nudi e degli affamati perché qualcuno ha indosso gli abiti che loro spettavano e ha accumulato per il suo ventre il cibo di cui loro dovevano nutrirsi. Dio sta dalla loro parte, anzi si identifica con loro.

Lo cerchino pure gli uomini religiosi solo nella potenza del cielo o nei riti rassicuranti e senza amore … Lui è lì, come il povero Lazzaro della parabola di Luca, alla porta del ricco (cfr Lc 16,20).

Alcuni hanno voluto vedere in questa pagina di Matteo un bel programma etico sganciato da ogni legame teologico; quasi a dire: “Dio o non Dio, quel che conta è fare il bene!” Certo, nella visione universalistica che Matteo vuole qui comunicare c’è anche questo, per quelli che, lontani dalla rivelazione, vivono nel mondo la condivisione con i poveri e sanno chinarsi sulle piaghe dei sofferenti: quanti “giusti” colmi di pietà per l’altro ci sono stati e ci sono in tutte le epoche ed in tutte le “genti”!! Certo Matteo indica una via di amore e di compassione che chiunque può percorrere, ma non dobbiamo dimenticare che l’Evangelo è stato scritto per la Chiesa, per coloro che dovrebbero conoscere il Dio delle misericordie, il Dio che Gesù ha raccontato come Padre di

tenerezze. Se le genti, i lontani possono sporcarsi le mani, e l’hanno fatto e lo fanno, con le miserie del mondo, tanto più quelli che l’Evangelo ha toccato e salvato!

Già Israele sapeva che le opere di misericordia erano un riprodurre, nella storia personale, ciò che Dio aveva fatto e fa; un rabbino, infatti, poteva scrivere: “Seguire Dio è seguirne la condotta: come Dio ha vestito gli ignudi (Adamo ed Eva), così vesti quelli che sono nudi; come Dio ha visitato gli ammalati (Abramo e Sara nella loro sterilità), così tu pure visita gli ammalati; come Dio ha consolato gli afflitti (Isacco nel suo terrore sul monte Moria), così consola anche tu gli afflitti”.

Il problema allora è duplice: c’è un giudizio che discerne quelli che queste opere le hanno compiute sentendo compassione e cercando di fare ciò che Dio ha fatto e fa tentando, come scriveva Hetty Hillesum, di “aiutare Dio”, da quelli che queste opere non hanno voluto farle perché sordi al grido di sofferenza degli altri e perché con lo sguardo rivolto solo su se stessi e non sul Dio delle misericordie! Ma oltre al giudizio (o forse “assieme” ad esso!) c’è anche una rivelazione che è la parte mirabilmente sorprendente del testo di Matteo: dietro quei poveri c’era Lui, il Re glorioso e giudice … c’era Dio stesso! L’ “imitatio Dei” corrisponde ad un vero servire Dio presente nel povero.

La meraviglia dei “buoni” ci mostra la loro sorpresa dinanzi a questa straordinaria rivelazione, la gioia di scoprire che l’aver servito, lavato, curato, visitato, sfamato quei poveri era stato un servire in essi il Re ; la meraviglia dei “cattivi”, di quelli che invece pietà non ne hanno avuta, più che vera meraviglia è una sorta di squallida via per scusarsi, per giustificarsi … quasi che il “non sapere” di onorare e servire il Re in quei poveri bastasse a sgravarli dall’indifferenza e dal freddo egoismo che hanno seminato nella storia. Il problema è, allora: che relazione ho voluto avere con l’altro?

Assumere la storia con i suoi dolori è via di vita per tutti gli uomini e la rivelazione cristiana, dicendo alla storia da che parte è Dio e il suo Cristo, rivela fino a che punto questo Dio abbia scelto l’uomo, abbia scelto questa carne: è lì, nella carne del dolore, fino all’ultimo giorno.

Blaise Pascal, in punto di morte, non potendo ricevere l’Eucaristia perché impedito dalla malattia di ingoiare la particola, chiese agli astanti: “Se non posso ricevere Gesù, mio Signore, nell’Eucaristia, che io lo riceva nel povero; portatemi qui un povero!” Pascal aveva capito che sacramento di Cristo è l’altro, che nell’altro puoi sempre incontrare e amare l’Altro!

Al termine di questo anno liturgico, Matteo, che ci ha accompagnato con il suo Evangelo durante tutto questo anno, si congeda così da noi: indicandoci la via per fare di questa storia un “luogo”di senso … questo può avvenire attraverso i discepoli del Cristo, chiamati a umanizzare l’uomo con lo sguardo fisso sul Cristo. Con le tre “parabole”, che abbiamo ascoltato in queste ultime domeniche, Matteo ci ha detto che, in attesa del compimento che Cristo darà alla storia, c’è un’ora da vivere con attesa fedele (l’olio della lampada), facendo fruttificare l’Evangelo che ci è stato lasciato dal “Padrone” come tesoro preziosissimo (i talenti) e frutto vero di questo Evangelo che germina è amare quel Signore nei piccoli e nei poveri (“l’avete fatto a me”).

Così la Chiesa di Cristo prepara il Regno, così serve il Regno, così attende con ferma speranza che Dio sia tutto in tutti.

P- Fabrizio Cristarella Orestano

(Simon Dewey: Lavanda dei piedi)

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