VENTIDUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2017

VENTIDUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 Ger 20, 7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

 

Pietro ha detto che Gesù è il Messia, ha ricevuto dal Padre il dono di questa conoscenza e lo ha accolto; non ha lasciato prevalere la carne e il sangue e ha capito che Gesù è una novità assoluta non leggibile solo con le chiavi del passato … ma c’è un “però”. Infatti Pietro non può sapere “che” Messia è Gesù!

La vocazione di ciascuno è un mistero grande che solo ognuno può discernere davanti a Dio, tanto più la vocazione unica del Messia unico che è Gesù! Solo Lui può conoscerla, solo Lui ha dovuto fare la fatica di cercarla, di comprenderla e di accettarla. Per Gesù è stato un duro lavoro, un “discernimento” faticoso e costoso, costellato di tentazioni, costellato di parole contrarie e contraddittorie. La fatica di Gesù ha attraversato le Scritture e ha dovuto cogliere nello “sta scritto” il senso della Parola che il Padre pronunziava su di Lui, ha dovuto trovare le vie dell’applicazione a sé della Scrittura e comprenderne la portata per la sua vita.

Ha compreso di essere il Messia e per questo sale a Gerusalemme dove i Messia-Re di Israele avevano il loro trono, ma a Gerusalemme il suo Regno avrà altre caratteristiche; Gesù ha dovuto associare al suo messianismo la qualità profetica che costa persecuzione e dolore, riprovazione e scandalo! La novità di Gesù è questa fusione straordinaria di un messianismo regale che ha però i colori della profezia ma anche quelli dell’ “oltre” perché è anche il Messia giudice che viene a pronunziare l’ultima parola su ogni uomo e su tutta la storia. Un’identità che passa per il perdere la vita, che passa per una necessità (doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani e dei sommi sacerdoti e degli scribi e venire ucciso … ) che non è un oscuro fato ma è una “necessitas” che ha un duplice livello: è necessario perché così troverà senso e sbocco la sua “compagnia” con la nostra umanità segnata da dolore e morte; è necessario, insomma, perché questo è il senso dell’incarnazione di Dio: una “compagnia” senza sconti con la nostra umanità. Ma c’è ancora un altro livello di “necessitas”: in un mondo fatto di anziani, sommi sacerdoti e scribi che presumono di possedere Dio e la verità e che hanno fatto un idolo del loro potere, il giusto non può che patire ed essere riprovato, come già la sapienza antica aveva detto: Tendiamo insidie al giusto che per noi è di incomodo … è divenuto per noi una condanna dei nostri pensieri, ci è insopportabile solo al vederlo perché la sua vita non è come quella degli altri (cfr Sap 2,12-15).

Gesù ha dovuto faticare e patire già per accettare che la sua via era quella di un Messia sofferente secondo i canti (incomprensibili ai più) del Servo sofferente del Signore che si leggono nel libro di Isaia (cfr Is 52,13-53,12) o come il modello di Geremia che aveva attraversato la sua storia tra riprovazioni e dolori tanto da tentare perfino di sfuggire alla parola scomoda del Signore, come abbiamo ascoltato nella prima lettura.

Pietro tutto questo non lo può sapere ma il problema non è non sapere, il problema è accettare questa via quando Gesù la rivela.

Pietro aveva già fatto la fatica di deporre le sue vie da “barjona” permettendo che il Padre dicesse al suo cuore delle parole altre … Pietro non può immaginare dove la “novità” che è Gesù giunga … solo Gesù può rivelarlo al suo cuore e sarà ancora dura per Pietro acconsentire a questa scomoda e scandalosa “novità” del Messia Gesù. 

Ecco che l’Evangelo di oggi, in continuità con quello di domenica scorsa, inizia con la rivelazione che Gesù fa del vero volto del suo messianismo: il volto sofferente del servo, il volto sofferente del profeta rifiutato. Qui però Pietro ritrova le vie della carne e del sangue, le vie sue e non più quelle di Dio; il “barjona” che è e lo abita prende il sopravvento e lo fa diventare perfino violento e stoltamente audace tanto da prendere il posto di Gesù: gli si mette avanti nella posizione del maestro lasciando la sua posizione di discepolo. Gli si mette davanti diventando per Gesù inciampo, scandalo, tentazione. Si ripresenta in Pietro il volto subdolo del tentatore che, nel deserto, aveva suggerito a Gesù di conquistare il mondo intero, di salvare se stesso, di prostrarsi al potere … il discepolo beato, pensando ora secondo la carne e il sangue ha perso la beatitudine perché ha rigettato il primato di Dio e delle sue vie imperscrutabili e ha accolto il pensiero del mondo pieno di quel buon senso per cui si vince se si sale il piedistallo del potere, se si siede su troni d’oro, se si salva la propria vita. Gesù lo chiama Satana e gli ordina di tornare alla sua sequela e lo fa con la stessa espressione che aveva segnato la vocazione di Pietro presso il lago (“opìso mou”, “ dietro di me” cfr Mt 4,19).

La rivelazione del messianismo crocefisso di Gesù richiede solo una cosa: la sequela! E Gesù lo afferma con chiarezza: Se qualcuno vuol venire dietro a me rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Quello che è necessario è fare della propria vita una sequela di Gesù, non servono altre “opere” … nell’Evangelo di Matteo Gesù non dice che il Figlio dell’uomo al suo ritorno renderà a ciascuno secondo le sue opere, ma secondo le sue azioni; non sono le opere che determinano il giudizio ma l’agire, cioè la propria relazione con Gesù. In fondo anche la scena del giudizio finale nel capitolo venticinquesimo di Matteo si risolve nella relazione con Gesù: Ero affamato, assetato, nudo, forestiero, carcerato, ammalato e mi avete soccorso. Le opere si risolvono tutte nella relazione con Gesù, cioè nella sequela di Lui.

Pietro, nell’Evangelo di oggi, eleva una grande diga tra sé e le vie di Dio perché è scomodo, è inusitato, è impensabile mettersi alla sequela di uno sconfitto, di un rigettato, di un crocefisso. Eppure è lì che si risolve il senso, è lì che, paradossalmente, si “guadagna la vita”; proprio dove “la si perde”, “la si offre”; proprio dove si smette di pensare a se stessi … è la via della potenza della Pasqua di Gesù, via di una potenza paradossale perché fatta dell’estrema debolezza di Dio. Pietro riceve il titolo tremendo di Satana, da Colui che pure un attimo prima l’aveva detto beato, perché voltando le spalle all’imprevedibile debolezza che è Gesù, si è rivolto di nuovo verso la carne e il sangue.

Pietro è ancora sabbia e non ancora roccia; anche nella scena della sua estrema tentazione mondana, lì nel cortile del Sommo Sacerdote,  Pietro non rinuncerà a se stesso ma rinuncerà a Gesù, dirà di non conoscerlo perché conosce solo se stesso per salvare la propria vita. Pietro sarà roccia quando pian piano imparerà a perdere con Gesù, fino a quando, in una città lontana e perversa, a Roma, Pietro avrà il coraggio di salire anche lui su una croce, forse sotto lo sguardo divertito e annoiato di Nerone Cesare; agli occhi del mondo lì sarà solo un illuso, un poveraccio senza volto e senza storia, uno dei tanti che devono morire per il divertimento crudele di Roma, ma agli occhi di Dio lì sarà definitivamente la roccia su cui costruire una storia nuova, un mondo nuovo … noi siamo disposti a esser parte di questa storia nuova? Se vogliamo partecipare a alla storia nuova lasciamoci trasformare in roccia anche noi; il prezzo è alto e ce lo ha detto Paolo nel breve passo della sua Lettera ai cristiani di Roma che abbiamo ascoltato: offrire noi stessi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; il prezzo è non conformarsi al pensiero del mondo: Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

La richiesta alla fine è una sola: seguirlo per fare storia con Lui!

 

  1. Fabrizio Cristarella Orestano

(Masaccio: Gesù e Pietro 1427ca.)

 

 

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