VENTOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2017

VENTOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Is 25, 6-10; Sal 22; Fil 4, 12-14.19-20; Mt 22, 1-14

In questa domenica il “paese delle parabole” è pieno di violenza … violenza degli invitati al banchetto di nozze i quali malmenano ed addirittura uccidono i servi che li invitano da parte del re, violenza del re stesso che distrugge ed uccide, violenza ancora del re dinanzi all’invitato senza abito nuziale …

Che è successo? Cosa è questa violenza?

Nell’economia della narrazione sta a sottolineare la gravità dell’indifferenza, del rifiuto, della sordità davanti agli espliciti inviti di Dio; la gravità dell’autosufficienza dell’invitato senza abito nuziale il quale crede di poter stare alle nozze del Figlio con le sue vesti e non con le vesti dono dello Sposo. Era, infatti, usanza che la veste nuziale venisse data da chi invitava al banchetto; questo invitato della parabola è uno che ha deciso di poter fare a meno del dono .

La violenza che dunque pesa su questo racconto altro non è che il grido di Dio che denunzia la stoltezza, insipienza, la superbia, l’autosufficienza di chi, invitato alle nozze d’amore del Figlio , preferisce altre vie.

La denunzia di questa parabola riguarda tutti: quelli “di fuori”, in questo caso i capi di Israele, gli uomini religiosi del popolo ebraico, e quelli “di dentro”, chi, cioè, al banchetto ci è pure entrato ma rivestito di se stesso, credendo che la via dell’Evangelo potesse essere percorsa con mediocrità , con mezze misure, con compromessi, con vie mondane tenute in piedi, magari, con il “paravento” della misericordia infinita di Dio. Il Signore però a questo gioco non ci sta. Il Signore non ci sta con chi gioca “al ribasso” e dice parole durissime a chi, entrato alle nozze , pretende di starci mettendo tra parentesi le esigenze radicali dell’Evangelo; chi fa questo finisce nelle “tenebre esteriori”, è nelle tenebre “di fuori” perché quelle “interiori” già ce l’ha, è abitato dalle tenebre.

Chi è entrato al banchetto se non ha la veste nuziale anche se è dentro è fuori ; la veste è la veste del Figlio che fa la volontà del Padre; la veste delle nozze del Figlio è l’essere davvero rivestiti di Lui.

La parabola ci svela questo tremendo pericolo non per immergerci nel terrore ma per portarci a conversione. Vuole avvertirci che c’è una via di morte che si può percorrere anche stando nella Chiesa … non è lo stare nella Chiesa che ci rende dei salvati; un pensiero così meccanico è un pensiero mortifero; somiglia alla sicumera cieca degli abitanti di Gerusalemme che, di fronte alle parole di fuoco di Geremia, ripetevano: “Tempio del Signore, Tempio del Signore, Tempio del Signore è questo!” (cfr Ger 7,4). Parole che nascono da chi si crede “al riparo” semplicemente perché c’era un Tempio ed essi vi si aggrappavano; vi si aggrappavano con fede ma con stolta sicumera, con arroganza e sentendosi al sicuro, ritenendosi in una “botte di ferro” senza dover aggiungere vita compromessa davvero per Dio all’esteriore appartenenza rassicurante di abitare quel Tempio del Signore!

Chi facesse così è come quelli che, chiamati per primi, hanno dichiarato esplicitamente il loro no (non vollero venire) o come i secondi che sono rimasti indifferenti (non se ne curarono) preferendo le loro cose , i loro campi, i loro affari … o come quegli altri che addirittura hanno rigettato l’invito con violenza (presero i servi, li insultarono e li uccisero). Questo rifiuto, con tutte le sue possibili gamme, genera però, in questo Signore che non si stanca e non si arrende, una dilatazione ulteriore del cuore: Quanti trovate, fino alla fine delle vie, – così alla lettera – chiamateli alle nozze! E i servi comprendono bene il cuore del loro re e riunirono quelli che trovavano, buoni e cattivi. Questa precisazione non è casuale ma rivela la natura stessa della Chiesa; questa mescolanza di “buoni e cattivi” è riflesso della gratuità dell’invito.

Qui scatta, però, una seconda istanza che questo racconto ci porta: c’è un prezzo della Grazia! Sembra paradossale, sembra una contraddizione della gratuità … ma non è così! Il prezzo è lo spalancarsi all’irruzione della Grazia; uno spalancarsi che è costoso perché vuole un’adesione che non può essere solo esteriore, è un’adesione che vuole un rivestirsi di una vita nuova e non di

una vita nuova qualsiasi ma di una vita che è quella del Cristo; una vita nuova fatta di alcuni “no” netti da pronunziare e da alcuni “sì ” altrettanto netti. La chiamata è gratuita ma chiede vita vera … tra la chiamata gratuita e l’esito di salvezza , di senso c’è il problema della “dignità” cristiana! L’indegnità non è altro che il rifiuto autosufficiente dell’Evangelo. Un rifiuto che avviene anche all’interno della Comunità credente e mascherato da accoglienza, mascherato di osservanze e di un esserci ma senza “veste nuziale ”. Terribile!

Lo scarto tra chiamata e risposta crea il “resto ” fedele che Matteo sottolinea molto nella sua teologia; pensiamo a tal proposito a tutto il discorso che fa sulla porta stretta (cfr 7,13-14). La veste nuziale è il coraggio di passare per questa porta stretta dell’Evangelo! L’ingresso è gratuito ma richiede una decisione libera e costosa ; richiede una rinunzia alle proprie vesti per rivestirsi di Cristo. Diversamente si rimane come l’Adam nel giardino dell’ “in-principio ” subito dopo la disobbedienza: ci si trova nudi e vergognosi e alla ricerca di nascondigli … e ci si ritrova “fuori”.

Accogliere l’invito e la veste è fidarsi di una possibilità che non è nostra ma di Cristo; Paolo lo sperimentò nella sua vita quando dovette imparare a spogliarsi delle sue sicurezze (Ciò che per me era un guadagno io lo considerai una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù mio Signore cfr Fil 3,7-8) per rivestirsi di Lui.

Il “grido” pieno di fiducia, che Paolo oggi ci fa ascoltare nel testo della Lettera ai cristiani di Filippi, è per noi motivo di slancio e di pienezza di fiducia: Tutto posso in colui che mi dà forza!

E’ così perché “tutto ” significa davvero “tutto” e i santi ce ne hanno dato la prova!

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