II Domenica del Tempo Ordinario – Dio chiama

LA VITA E’ CHIAMATA ALLA CONOSCENZA DI CRISTO

1Sam 3,3b-10.19; Sal 39; 1Cor 6, 13c-15a.17-20; Gv 1, 35-42

 

Questo inizio del “Tempo ordinario ”, dopo la festa del Battesimo al Giordano , ci richiama ad una realtà essenziale della vita cristiana: Dio chiama .
La vita del credente è sotto questo “segno” … è chiamata alla vita, alla conoscenza di Dio e del suo Cristo, è chiamata che dà senso alla vita e “collocazione ” nella storia.
L’agire di Dio è stato questo fin dal Primo Testamento , fin dalla chiamata di Abramo!
Tutti gli uomini della Bibbia hanno dovuto fare i conti con questa voce che, in qualche modo, mentre li “espropriava” di sé, riconsegnava ad ognuno se stesso con una pienezza mai prima immaginata. E’ la voce di Dio che fa del nomade Abram il padre di tutti coloro che credono mettendolo su vie ignote ma rese certe da Dio (cfr Gen 12,1-3); è la voce di Dio che fa del fuggiasco Mosè l’uomo della libertà (cfr Es 3, 1ss); è la voce di Dio che fa del piccolo Samuele un profeta forte e scomodo, svolta nella storia del popolo dell’Alleanza. E’ la stessa voce di Dio che è risuonata nelle nostre vite a chiederci la vita ! Non un poco in meno!
Se nei giorni appena trascorsi abbiamo contemplato la carne di Dio di Gesù di Nazareth, oggi è necessario ricordarci che quella carne di Dio non va solo “ammirata” con stupore e gratitudine per la scelta di condiscendenza nei nostri confronti, per la sua scelta di condivisione delle nostre fatiche di uomini, quella carne di Dio è “appello” … sì, è chiamata , invito alla sequela ed al dimorare con Lui ed in Lui.
Insomma, chi incrocia Gesù di Nazareth, e se ne lascia in qualche modo “afferrare” (cfr Fil 3,12), non può fare altro che intrecciare la sua vita alla sua e non in modo ideale o “romantico”, ma in modo radicalmente esistenziale, che metta in gioco la sua carne . Tutta! Senza diminuzioni! Infatti su questo il testo di oggi della Prima lettera ai cristiani di Corinto è netto; Paolo punta sul “corpo” che è “sacramento ” della totalità dell’uomo; il credente ha la consapevolezza, che affonda le sue radici nel suo Battesimo, che egli è parte di Cristo ; è membra di Cristo ! Il credente non è mai più “diviso” da Cristo!
La chiamata battesimale è ingresso in questa totalità di appartenenza … si inizia a seguire i suoi passi perché un altro ce li indica e ce ne mostra il fascino, ma poi bisogna rimanere con Lui; la sfida grande è lì.
Sì, perché tanti iniziano a seguirlo, ma questa sequela poi deve stabilizzarsi, deve diventare scelta di vita, compromissione permanente. Tante sequele o si arrestano o si banalizzano. Credo che le banalizzazioni siano peggiori degli arresti di sequela ; le banalizzazioni sono quel tremendo ingresso nella mediocrità che è illusione di Evangelo, è parodia di Evangelo, è il cristianesimo declinato come “religione” rassicurante e non come fede che muove e compromette.
Oggi va fatta una coraggiosa revisione delle nostre sequele , una coraggiosa revisione della nostra collocazione oggi rispetto al Cristo ed al suo Evangelo. Siamo dove ci vuole la chiamata di Cristo?
Il passo del quarto Evangelo che oggi si ascolta è ricchissimo di rimandi ma è soprattutto ricchissimo di un’offerta di possibilità di vita e di ingresso, per ogni uomo, nella storia del “Dio-con-noi ”; Giovanni qui inizia ad usare quel verbo greco che gli sarà così caro: “mènein ” (“rimanere ”, “restare ”, “dimorare ”, “abitare ”); questo passo degli inizi della sequela dei primi due discepoli è percorso tutto da questo verbo: “Maestro, dove dimori ?”, “Videro dove dimorava …”, “quel giorno dimorarono con lui …” In realtà quel dimorare quel giorno con Lui da parte di Andrea e dell’altro discepolo, diverrà un dimorare per sempre con Lui … quel dimorare permise ad Andrea di avere il coraggio di farsi crocifiggere a Patrasso, come ci dice la tradizione; fu quel dimorare , quel rimanere , che attraversò tutta la lunga vita di Giovanni, l’altro anonimo discepolo di quell’indimenticabile “ora decima ”, e gli permise di divenire il discepolo amato fino al Calvario e fino alla testimonianza consegnata alla Chiesa negli scritti suoi e della sua comunità.
La voce che chiama non è appello a fare qualcosa ma ad essere qualcuno per il Regno di Dio a dare un volto ed un’identità autentica, un’identità che nulla cancella dell’umano ma che, alla luce del “sogno” di Dio, viene assunta e trasformata facendone esplodere a pieno le potenzialità.
Simone, fratello di Andrea, diviene Cefa , la Pietra , la Roccia … o meglio, inizia a diventare roccia … Simone dovrà attraversare le fatiche dell’infedeltà, dell’incomprensione, della fede sempre troppo piccola per giungere a realizzare quella parola di Gesù ed essere davvero Pietro . Dovrà fare una fatica grande, ma Pietro è già tutto in quest’ora di vocazione .
Rispondere alla chiamata di Cristo è accogliere una Parola detta su di noi, riconoscerla con coraggio e farla anche quando contraddice le nostre parole ed i nostri cammini. Accogliere la chiamata è atto umile che passa, come i due racconti del Primo libro di Samuele e dell’Evangelo ci hanno messo in evidenza, per un’altra umiltà : quella di dar credito ad una mediazione , di dar credito e fiducia ad un altro che dice: “E’ l’ora di rispondere!”
Il sacerdote Eli ed il Battista (come poi faranno nel prosieguo del racconto Andrea per Simone e Filippo per Natanaele) sono per Samuele e i primi due discepoli, questa voce umana che proclama un oggi , un “ecco ”, un presente di Dio che vuole oggi una risposta. Solo fidandosi di queste voci umane è possibile accedere alla “voce di Dio”; chi volesse saltare queste mediazioni rimarrà a dormire o sbaglierà la risposta o rimarrà indolente sulle “rive di un Giordano” da cui oramai Cristo, la verità, è partito.
Quanti presuntuosi rischiano il baratro del non-senso pur di non chinare il capo dinanzi a chi gli è inviato dinanzi ad indicare la strada!
Che ci sia concesso un cuore umile ed accogliente, capace di ascolto, di obbedienza. Al passare di Cristo nelle nostre storie non ci accada di rimanere inchiodati alla notte e all’ignoranza di noi stessi.

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