II Domenica di Quaresima – La Trasfigurazione, rivelazione della Pasqua

IL VEDERE E’ POSSIBILE SOLO NELL’ASCOLTO

  –  Gen 22, 1-2.9a.10-13.15-18; Sal 115; Rm 8, 31b-34; Mc 9, 2-10  –

 

La seconda tappa della Quaresima ci consegna una scena luminosa in cui pare che tutto punti alla “visione ” ed invece, poi, tutto prende altre strade.
Siamo al cuore dell’Evangelo di Marco, dopo la domanda che Gesù ha posto ai suoi: Voi chi dite che io sia? (cfr Mc 8, 29) … una domanda che non vuole risposte “di seconda mano”, una domanda che genera ancora domande … La risposta di Pietro, Tu sei il Cristo! è risposta che certo dice una verità, ma una verità che rimane ambigua; per Pietro, infatti, che significa essere il Cristo?

Altre domande … e le risposte che man mano emergono non sono quelle che Pietro si aspetta, nè quelle che si aspetta il comune senso “religioso” degli uomini. La risposta è la vicenda pasquale di Gesù, vicenda di rigetto, di umiliazione, di debolezza, di amore che non si spaventa di perdere se stesso … vicenda di un Dio che, come Abramo, porta il suo unigenito sul monte del sacrificio, in una scelta di dolore senza confini, una scelta di fedeltà all’uomo; se infatti Abramo porta Isacco sul monte in obbedienza a Dio, Dio Padre “porta” il Figlio amato sul Calvario in obbedienza all’uomo e alla sua storia, in obbedienza ad un amore per la sua creatura che, o è condivisione e compromissione o amore non è.
La Trasfigurazione è l’ora in cui il Padre ci dona una rivelazione tutta puntata sulla Pasqua; rivelazione che quella debolezza, quella morte, quell’umiliazione, che Gesù ha cominciato ad annunziare ai suoi, non saranno sconfitta ; bisognerà leggerli in una luce che spalanca gli orizzonti di Dio alla fragilità della nostra umanità; quella via di umiliazione, quell’attraversare i deserti dell’uomo (come abbiamo ascoltato domenica scorsa nell’Evangelo delle Tentazioni di Gesù ) non sono estranei alle promesse di Dio!
Non si inganni Pietro…Gesù può essere il Cristo pur scendendo nel profondo del dolore e della vergogna; anzi lo sarà proprio per questo!
Sul Tabor (monte individuato come quello della Trasfigurazione), Mosè ed Elia, con la loro presenza, dicono chiaro che Gesù non è nemico della Torah (come avevano insinuato più volte nell’Evangelo, fino a questo punto, Scribi e Farisei!), ma Gesù non è neanche Elia (come qualcuno pure diceva!) perchè lo vediamo di fronte ad Elia; Gesù è il Figlio in cui c’è tutta la bellezza di Dio. Una bellezza che sa assumere l’orrore della storia e lo farà per una via di amore e di vera compagnia con l’uomo. I tre discepoli che Gesù “assume” con sè (il verbo greco è “paralambàno”) erano già stati testimoni della potenza di Gesù dinanzi alla debolezza della morte della figlia di Giairo; lì Gesù, toccando il cadavere della bambina, assume l’impurità della morte e così dona la vita…alla fine dell’evangelo saranno ancora testimoni dello sprofondare di Gesù nella debolezza estrema del Getsemani…ora qui sul Tabor devono “vedere ” la debolezza di Gesù avvolta dalla gloria, devono capire che quella debolezza di Dio non contraddice le promesse dell’Alleanza ma le compie…E c’è una visione ma una visione che è un lampo passeggero…la vita credente non resta nello spazio della visione
Pietro, come al solito, esprime l’immediata reazione dell’uomo comune: Facciamo tre tende … pensa che la vita possa risolversi in quella condizione che, contemporaneamente lo spaventa e lo avvince…Appena Pietro dice queste parole la nube li avvolge e la visione cessa. La nube è un richiamo alla gloria del Signore; infatti la nube accompagna l’Esodo dall’Egitto, la nube riempie il Tempio quando queso viene dedicato (cfr 2Re 8, 10-13)… la nube cela e rivela; e infatti così avviene sul monte della Trasfigurazione; essa cela la visione ma da essa giunge la vera rivelazione; è la risposta del Padre circa la domanda sull’identità di Gesù: Questi è il Figlio mio, l’amato; una parola che il Padre aveva già detta al Giordano ma rivolta direttamente a Gesù: Tu sei il Figlio mio, l’amato.
Qui sul Tabor però la voce del Padre dice ancora una parola che è essenziale: Ascoltatelo! Insomma non è la visione che farà la vita dei discepoli quale vita nuova ma sarà l’ascolto. Nel Quarto Evangelo Gesù dirà: Le Scritture mi rendono testimonianza (cfr Gv 5,39); è nell’ascolto della Scrittura che il discepolo potrà trovare la via quotidiana per assumere lo splendore che Cristo può e vuole donare a chi sceglie le vie che Lui stesso ha scelto, vie di condivisione, di compromissione con gli amati, via di contraddizione delle attese del mondo.
Sul Tabor la visione ci è data, vorrei dire, per negare la visione come via di comprensione ed assunzione dell’Evgangelo di Gesù! Ci è rivelato un volto che però si può contemplare davvero solo nell’ascolto! E’ quel paradosso che i Padri, commentando la visita dei pastori alla mangiatoia di Betlemme, proclamano con un’espressione ricca di richiami: “Andarono e videro la Parola”.
Il vedere è possibile nell’ascolto. E’ paradossale ma è così.
Il pretendere altro è sviante…
I tre rimangono con questa parola nel cuore: Ascoltatelo! Una parola che desidera cuori che si aprano all domanda sempre ulteriore in cui la ricerca del Volto di Dio appaga e mette sete, in cio la bellezza del volto del “più bello tra i figli dell’uomo ” (cfr Sal 45,3) sarà visibile a pieno nella “bruttezza” del volto del Crocefisso. Non a caso l’ultimo che dirà chi è Gesù sarà il centurione che ai piedi della croce, proprio dinanzi a quel volto di morto, dirà “Davvero quest’uomo era figlio di Dio !”
Questa seconda tappa di Quaresima ci dona allora ancora una via di lotta perchè l’uomo nuovo possa sfolgorare in noi: la via dell’ascolto umile e quotidiano della Parola contenuta nelle Scritture. Per fare questo non c’è bisogno delle tre tende straordinarie che Pietro vorrebbe costruire, quella Parola ci è stata consegnata e ci è vicina. Scrive Paolo nella sua Lettera ai cristiani di Roma e citando il Deuteronomio: Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore … (cfr. Rm 10,8 e Dt 30,14). Bisogna solo frenare il flusso insensato delle mille cose che ci paiono urgenti per dimorare in questa tenda dell’ascolto. Lì obbediremo all’estremo “Sh’mà” che il Padre pronuncia, compimento dell’antico comando dato ad Israele; ora lo Sh’mà ha per oggetto Gesù, è a Lui che bisogna tendere l’orecchio dell’ascolto; a Lui che è la Parola che ci rivela Dio e rivela noi a noi a noi stessi.

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