IV Domenica di Quaresima – Oggi, tempo di radiosa tristezza!

LA DOMENICA DELLA GIOIA

2Cr 36, 14-16.19-23; Sal 136; Ef 2, 4-10; Gv 3, 14-21

Questa è la domenica della gioia; è la domenica detta “Laetare ” dalle parole dell’antifona di ingresso di questa liturgia tratte dal Libro di Isaia : “Rallegrati, Gerusalemme e voi tutti che l’amate riunitevi. Esultate e gioite voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione”. Parole piene di consolazione per chi ha fatto un’esperienza di tristezza per le proprie fragilità e peccati e si trova dinanzi ad una salvezza improvvisa e immeritata. Il nostro sguardo, allora, deve essere rivolto con speranza grande verso l’orizzonte nuovo e limpido di questa salvezza.

Il nostro cammino verso la Pasqua si avvia al compimento ed i testi della Scrittura che oggi la Chiesa propone ci mostrano questo compimento. Ci sono immagini di esilio e di deserto: Babilonia luogo di esilio conseguenza del peccato, il deserto in cui Mosè innalza il serpente di bronzo perché siano guariti quelli che erano stati morsi dal fuoco della mormorazione contro il Signore; l’esilio ci richiama però anche sottilmente l’“uscita”, l’“esodo” del Figlio dal seno del Padre che lo ha inviato perché ha tanto amato il mondo!
Rallegrarsi! Ma perché? Perché la liberazione è vicina, è possibile; il Figlio si è fatto innalzare sulla Croce e da lì attira tutti a sè (cfr Gv 12, 32).
Rallegrarsi sì! Perchè, se è vero che esilio e deserto ci ricordano il nostro peccato e tutte le nostre contraddizioni all’alleanza, ci ricordano tutti gli spazi di Dio ingombri in noi da altro, se è vero che la Quaresima ci ha condotti a far emergere la nostra incapacità a custodire la parola dell’alleanza, è vero anche però che difronte a tutto questo c’è l’amore incondizionato di Dio. E’ allora proprio vero quello che proclamano le Chiese d’Oriente: questo della Quaresima è un tempo di “radiosa tristezza”! Oggi dobbiamo porre l’accento sull’aggettivo: radiosa !
L’amore che fa diventare radiosa la tristezza per i nostri peccati ci è ricordato sia dal passo del Secondo libro delle Cronache che oggi apre la liturgia della parola sia dal passo dell’Evangelo di Giovanni; tutti e due i testi ci consegnano parole calde e certe: “Il Signore inviò i profeti perché amava il suo popolo e la sua dimora ”, “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio” … E noi sappiamo dove l’amore si è a pieno manifestato: in Cristo crocefisso .
Dinanzi alla nostra inadeguatezza alle esigenze dell’Evangelo noi proviamo vergogna e questo potrebbe condurci alla frustrazione o peggio ancora al cinismo (quel cinismo che fa dire a tanti – anche ad uomini di Chiesa! – “deve andare cos씓non illudiamoci, è sempre stato cos씓l’uomo è così e bastamica vogliamo cambiare il mondo !?”). Il Figlio innalzato è però luce per tollerare la nostra verità di miseria e per lottare per l’Evangelo senza stancarci. La vergogna di Cristo sulla croce, infatti, rende tollerabile la nostra vergogna .
Ecco allora il motivo per rallegrarci in questa domenica!
Il Libro delle Cronache non è un libro che semplicemente racconta dei fatti (questo, circa la fine dell’ esilio babilonese, lo avevano già fatto il Secondo libro dei Re e il Libro di Esdra ) è un libro che interpreta quei fatti, ne vuole trovare il senso .
Il peccato del popolo e dei suoi capi civili e religiosi ha contaminato tutto e, perfino il luogo santo, il Tempio, che Dio si era “santificato” (“separato”) per sé in mezzo al suo popolo, è stato reso impuro. Il peccato è stato così grande che non c’è più rimedio (alla lettera: “non c’è più guarigione”!); l’autore delle Cronache però capisce che questa contaminazione senza rimedio, senza possibilità di guarigione, diviene luogo di misericordia; una misericordia che percorre una via impensabile: Ciro Re di Persia! Lui sarà strumento di salvezza per il popolo che nulla ha fatto per meritare salvezza!
E’ un “evangelo”: Dio trasforma il male in terreno di amore, trasforma l’oppressore in salvatore e così cerca di riportare il popolo infedele alla fedeltà a qull’amore a cui Lui, il Signore, mai era venuto meno.
Ecco dunque il senso : ciò che regge la storia del popolo è l’amore incondizionato di Dio; per l’autore del Libro delle Cronache Dio regge sempre le sorti della storia, anche quando a dominare è un pagano…questo è motivo di grande speranza, di grande consolazione: Dio ama e liberamente libera!
L’esilio allora ha un motivo che è la disobbedienza del popolo e la sua infedeltà ma è anche “tempo necessario ”; infatti se prima il testo ha detto che “non c’è più guarigione”, più avanti l’autore parla di “sabati necessari” (sarebbero i settanta – ecco perché “sabati” – anni di esilio); ma “necessari” a cosa? A rinascere; è il tempo concesso per la conversione . Ciò che era inguaribile il Signore lo sana !
Nel passo dell’Evangelo di Giovanni torna il tema della rinascita ; è un tratto del dialogo tra Gesù e Nicodemo ed è il momento in cui Gesù dà il primo annunzio della Passione: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. C’è il deserto, luogo di lotta e di cammino faticoso per uscire dall’esilio e c’è il tema dell’infedeltà nella memoria degli israeliti morsi dai “serpenti brucianti ” che troviamo nel Libro dei Numeri (21, 4-9): pare che non ci sia guarigione ma il Signore ordina a Mosè l’innalzamento del serpente di bronzo e chi volge al serpente lo sguardo sarà sanato … allo stesso modo gli uomini morsi dalla morte e dal non-senso bruciante devono volgere lo sguardo al Cristo inchiodato al legno dei maledetti, condannato ad una morte insensata e vergognosa. Quello sguardo renderà possibile la guarigione. Al termine dell’Evangelo, Giovanni scriverà, dopo il colpo di lancia, quella citazione del Libro di Zaccaria : “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. E’ chiaro che non si tratta di un “guardare” materiale, si tratta di “volgere al Cristo la vita”, si tratta di “convertirsi” a Lui comprendendo, per quel che ci è possibile, a cosa è giunto l’amore di Dio per il mondo, per l’uomo.
Il testo giovanneo parla di giudizio ma è chiaro che qui “giudizio ” è opera di guarigione , di risanamento ; c’è una situazione ferita , e mortalmente ferita, ed il Crocefisso in questa situazione (la condizione dell’uomo) è giudizio e guarigione. E’ giudizio non perché pronunzi sentenze ma perché il suo stesso e solo innalzamento sulla croce giudica tutto il non-amore che è nel mondo e che ferisce senza guarigione la vita degli uomini.
Vivere alla presenza del Crocefisso significa permettere a questo giudizio liberante , a questo giudizio di un amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) di arrivare in ogni angolo della nostra vita … un giudizio che discerne la verità: “Dove vanno i nostri passi? Verso la luce o nelle tenebre?”
Aderire (credere) esistenzialmente al Crocefisso è vita: Chi aderisce (chi crede) ha la vita eterna dirà Gesù, sempre nel IV Evangelo (cfr Gv 5,24)! Gesù usa il presente : ha la vita eterna! Non è allora qualcosa che riguardi una vita futura ma il qui ed ora di ogni discepolo!
Lo scopo di Giovanni non è metterci angoscia, facendoci sentire il peso d’un giudizio quotidiano e continuo, ma dirci che avere lo sguardo rivolto al Crocefisso ci permette di vivificare ed autenticare la nostra esistenza credente. Davanti al volto di Gesù innalzato , in un amore fino all’estremo, siamo chiamati a pronunziare una parola di senso e di verità sulle nostre vite.
Il giudizio e la guarigione vengono dalla croce di Cristo innalzata nel deserto delle nostre infedeltà! Proprio lì! Non è allora un giudizio astratto ma è un giudizio che avviene nel luogo della tentazione e della prova; lì il Signore si piega per portare guarigione. Il Figlio è venuto, commenta la Chiesa giovannea (ricordiamo che i vv da 16 a 21 del capitolo 3 di Giovanni non sono parole che dice Gesù ma sono un commento a quella rivelazione dell’innalzamento da parte della Chiesa) non per una condanna ma per una guarigione che passa per la sua morte.
Anche se il testo di oggi non comprende i primi versetti del dialogo con Nicodemo, non possiamo non ricordare che il tutto era partito da un’affermazione limpida e netta di Gesù: E’ necessario rinascere dall’alto. Permettere, cioè, a Dio di “rifare” la nostra esistenza credente il che può avvenire solo se si mette fede in Gesù. Questo porta alla luce che permette di vedere lontano e di discernere l’oggi; e non possiamo non ricordare che Nicodemo era andato da Gesù di notte (cfr Gv 3,2).
E’ tempo di uscire da quella notte che ci rende anonimi ed irresponsabili. E’ tempo di venire alla luce e senza temere che la luce illumini le nostre vergogne … dinanzi a noi c’è Uno che ha scelto la nostra vergogna lasciandosi innalzare sulla croce e, illuminando le nostre vergogne, le guarisce con la sua misericordia piena d’amore.
L’autore della Lettera ai cristiani di Efeso ha aggiunto consolazione a consolazione in questa domenica di gioia: le nostre infedeltà non stancano l’amore di Dio che è ricco di misericordia e ci salva non per le nostre opere di giustizia (chi potrebbe salvarsi così?) ma per sua grazia.
E’ allora davvero possibile rinascere!
E’ possibile gioire senza sentirsi schiacciati dalle nostre vergogne!
Basta volgere lo sguardo al Trafitto per noi… Volgersi a Lui è guarigione e vita nuova.
E’ tempo di gioire e di mettere tutta la nostra speranza nel Signore…Lui guarisce e fa vivere…possiamo essere uomini nuovi. E solo per un motivo: in Cristo Dio ci ha tanto amati
Fino all’estremo!
E’ vero, la Quaresima è un tempo di radiosa tristezza!

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