XIV Domenica del Tempo Ordinario – Riconoscere Gesù!

NELLA DEBOLEZZA, LA POTENZA DI DIO 

Ez 2, 2-5; Sal 122; 2Cor 12, 7-10; Mc 6, 1-6

 

Riconoscere Gesù. E’ il “problema” che oggi la liturgia pone alla nostra riflessione di credenti.

La fatica di questo riconoscimento…la presenza di Dio è sempre, infatti, una presenza mediata e l’Incarnazione di Dio, nella corposità storica di Gesù di Nazareth, è stata di per sè luogo “spesso”, “opaco”, che necessitava dello scatto della fede e dello sguardo penetrativo di chi si fa capovolgere dalla Parola.

Gli abitanti di Nazareth sono paradigmatici di questa fatica e dei suoi esiti spesso negativi. Dinanzi a Gesù ed alla sua concreta umanità, alla sua “notorietà”, vorrei dire alla sua ordinarietà, essi non riescono a volgere lo sguardo all’oltre…sì, iniziano col farsi domande (che è un buon inizio…ed oggi tanti neanche se ne fanno più domande!) ma poi non portano a pienezza il loro mettersi in discussione, il loro interrogarsi ed interrogare la storia…

L’ordinarietà di Gesù per loro è troppo forte: E’ il carpentiere…addirittura lo chiamano Il figlio di Maria! Questa è un’espressione del tutto desueta sulle labbra di qualsiasi ebreo perchè per designare una persona si citava sempre e solo il nome del padre; E’ il figlio di Maria è espressione che manifesta, oltre allo sconcerto che suscita la sua pretesa insieme alla sua ordinarietà, un pensiero malevolo; un richiamo ad una serie di dicerie “paesane” sulla paternità di Gesù…E’ il figlio di Maria…dobbiamo immaginare questa frase pronunziata tra risolini ironici e ammiccamenti; insomma è un insulto bello e buono: è ordinario, strano, “chiacchierato” e figlio di gente “chiacchierata”. Lo spessore dell’Incarnazione è qui con tutto il suo peso; l’Incarnazione è uno scandalo duro da portare e soprattutto duro da attraversare.

Il cuore della fede cristiana è lì ed è duro…è il grande scandalo che o si prende sul serio o si vede svanire ogni autentica fede cristiana; infatti, quando si dimentica (o si vuol mettere tra parentesi) l’Incarnazione, il suo scandalo, la sua ordinarietà, si finisce per dimenticare l’uomo, la storia, la fatica di essere uomini, la fedeltà alla terra, la fedeltà alla “carne”; e quando si dimenticano queste dimensioni il cristianesimo si “spiritualizza”, si fa vacuità, precettistico, deresponsabilizzante. Sì, deresponsabilizzante perchè, se si dimentica la carne, si smarrisce la responsabilità della carne dei nostri fratelli, dei loro bisogni, delle loro ferite, del loro concreto…e si cominia a parlare non più di uomini ma…di anime!

Inoltre, chi non accoglie l’ordinarietà della carne di Gesù di Nazareth rende “impotente” Dio! Lo rende incapace di compiere segni efficaci a raccontare il suo vero volto ed il vero volto dell’uomo. Non vi potè operare nessun miracolo…dice Marco; Gesù lì a Nazareth non può compiere quei segni messianici che avrebbero raccontato Dio; non lo può perchè i suoi concittadini non sono disposti a vedere la presenza di Dio in quell’uomo noto, ordinario, “chiacchierato”…non sono disposti a portare alle estreme conseguenze quella domanda che si ponevano al principio…domande bloccate sul “banale” perchè se avessero risposte vere quelle domande impegnerebbero a cambiare opinioni, vie, pareri; sarebbero obbligati a mutare le loro “chiacchiere” in parole di verità e di compromissione, sarebbero costretti a gettarsi alle spalle i loro pregiudizi.

Questa via dell’ ordinario, verrebbe da dire questa via dell’ opacità è via da percorrere ancora oggi perchè la presenza di Dio, oggi, deve essere narrata da qualcosa di ancora più opaco dell’ordinaria umanità del Figlio di Dio…la sua presenza ed il suo vero volto oggi possono essere narrati solo dai credenti, dalle chiese di Cristo sparse sulla terra…e quanta opacità, quenta ordinarietà, quanta “chiacchierabilità” nella Chiesa di Cristo.

Eppure il mistero di Dio, della sua presenza e della sua vicinanza è racchiusa lì e solo lì è visibile ed esperibile.

Certo questo non ci esime come credenti a lavorare sulle nostre opacità, ci impegna a lottare a che queste addirittura non divengano “dighe” o “deserti” invalicabili…ma bisogna sapere che le opacità restano; chi vive nello spazio della fede ed all’interno di comunità ecclesiali questo deve assumerlo e deve imparare a sperimentare su quel terreno della fragilità e dell’opacità la misura della propria fede. Noi crediamo, infatti, in un Dio che, in Cristo, si è esposto alla fragilità offrendosi nella fragilità; in un Dio che continua ad esporsi nella fragilità dei credenti, nella fragilità delle Chiese con tutto il loro carico di storia e di santità e di peccato.

Nella Pasqua il Cristo fu riconoscibile attraverso le sue ferite e, dice il quarto evangelista, che i discepoli gioirono a vedere il Signore (cfr Gv 20, 20) … anche oggi bisogna esser capaci di riconoscere il Cristo anche in quelle ferite di peccato, di opacità, di mediocrità e di storie cariche di contraddizioni a volte dolorose e vergognose, a volte causate da povere debolezze e da mancanza di vero coraggio evangelico.

Le pagine della Scrittura di questa domenica ci fanno un doppio invito: lottare per rischiarare le nostre opacità e lottare per riconoscere Cristo nelle vite delle Chiese nonostante queste opacità, o forse proprio in queste opacità. E’ una grande sfida.

D’altro canto il testo paolino che oggi ascoltiamo, tratto dall Seconda lettera ai cristiani di Corinto, ci parla di una debolezza in cui si manifesta la potenza di Dio! Se le Chiese fossero il Regno, potrebbero pensare di essere esse stesse causa di salvezza; le opacità che permangono, le spine nella carne, ci “convincono di peccato” e ci fanno guardare alla sola causa di salvezza: la Grazia di Dio manifestatasi a pieno in Cristo Gesù. Quella Grazia che si manifestò nella sua carne di uomo vero, ordinario, quotidiano, di abitante d’un piccolo paese pieno di chiacchiere inutili e cattive…la Grazia fu tutta lì, nell’Uomo Gesù! Lo straordinario del cristianesimo è proprio in questa ordinarietà!

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