CORPO E SANGUE DI CRISTO 2018

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

Es 24,3-8; Sal 115; Eb 9, 11-15; Mc 14, 12-16.22-26

La possibilità radicale di vivere il Mistero Pasquale, di vivere la comunione con il Dio Trinitario, fonte della nostra salvezza, è tutta racchiusa qui, nel Mistero della Cena del Signore che la solennità del Corpus Domini mette dinanzi ai nostri occhi, in questa domenica, in modo tutto particolare. Il Mistero del suo Corpo e del suo Sangue … la Chiesa ha ritenuto di porre, possiamo dire al termine delle liturgie pasquali, la solenne memoria di questo dono che ci fa non solo spettatori ammirati di quell’ amore fino all’estremo che abbiamo contemplato nel Crocefisso, di quella vittoria dell’Amore che abbiamo cantato con la Risurrezione, ma partecipi di quella realtà nuova che fa nuovo l’uomo.

Senza il Mistero del Corpo e del Sangue di Gesù il Mistero pasquale rischia di diventare o sublime memoria di un infinito evento di condiscendenza oppure ideale moralistico di bel comportamento da avere imitando l’amore del Crocefisso! No! Il Mistero pasquale vuole afferrare la nostra vita! Tutta! E lo fa per grazia … per la via del dono! Un dono da accogliere! Ecco il nostro spazio: l’accoglienza del dono!

Sullo sfondo dell’ Ultima Cena, di cui oggi leggiamo il racconto dell’Evangelo di Marco, la liturgia di questa Solennità, in quest’anno, pone la grande scena dell’Alleanza al Sinai. Nel Libro dell’Esodo leggiamo di un rito che è descritto con solennità: il sangue è simbolo di vita, l’altare è segno della presenza di Dio e il popolo radunato è una comunità che si sta formando. Mosè versa il sangue del sacrificio sull’altare e sul popolo: su Dio e sull’uomo. È il sangue dell’Alleanza che Dio ha stretto con voi, così dice Mosè. È un patto di sangue che ormai lega Dio e il suo popolo; sorge una relazione di intimità e di amore.

Gesù, in quell’ultima sera con i suoi, rimanda proprio a quelle parole del Sinai! È la notte della Pasqua e il capofamiglia ancora oggi prende il pane non lievitato e lo spezza dicendo: “Sii lodato Signore, Dio nostro, re del mondo, che hai fatto nascere il pane dalla terra”. In quella notte Gesù, che pure seguiva l’antico rituale, dice qualcosa di nuovo, di sorprendente; nello spezzare quel pane dice: Prendete questo è il mio corpo! Cioè: “Questo sono io!” Si dà loro da mangiare perché essi entrino nella sua stessa vita, nella su stessa morte, nella sua via di obbedienza amorosa. Ma non finisce qui; nel rito pasquale ebraico si bevono quattro coppe di vino, l’ultima è la più solenne e si beve dopo la cena; anche qui Gesù sorprende: Questo è il mio sangue, il sangue dell’Alleanza, versato per moltitudini. Chiaramente riecheggia le parole di Mosè al Sinai. È ancora un patto di sangue, è alleanza piena e perfetta tra Dio e l’umanità. Un’alleanza che nulla potrà più infrangere! Una sola vita: Cristo Gesù e noi, Dio e noi! Un dono grande che però non esaurisce le nostre attese … è un compimento ma che grida ancora desiderio di compimento. Infatti, nel racconto di Marco, Gesù annunzia che non berrà più del frutto della vite finché non lo berrà nuovo nel regno di Dio. Gesù qui parla di quel banchetto di

perfetta comunione di cui già cantava Isaia (25,8) e che l’Apocalisse di Giovanni vede come culmine di tutta la storia, oltre la storia (cfr Ap 21,4).

Allora comprendiamo una cosa che è essenziale: la cena eucaristica che noi celebriamo è un pregustare un’intimità senza incrinature, senza frontiere e senza fine in Dio e quindi tra di noi che per sempre ci riconosceremo fratelli. Allora ogni Eucaristia è annunzio di un’attesa, l’attesa di una venuta che tutto compirà definitivamente.

L’Eucaristia ci pone allora in una condizione straordinaria: Attendiamo sempre un novum! Mai nulla per noi discepoli di Cristo è rinchiuso in un presente senza futuro! Abbiamo sempre un futuro, sempre un’attesa, sempre un sogno! Qui nella storia, perché siamo un popolo in cammino e oltre la storia ove Cristo ci donerà quella pienezza di comunione che qui abbiamo sempre gustato imperfetta!

Tutto questo fa di noi discepoli uomini e donne impregnati della Pasqua e delle sue logiche di comunione! O la Chiesa coincide con la fatica di assunzione vera di quel Corpo e quel Sangue o si condanna alle mezze misure e ad un’inesorabile, miserrima mediocrità. Un’assunzione di quel Corpo e di quel Sangue che è un atto grave e non devozionale, un atto che impegna a pagare dei prezzi e non consolatorio, un atto che crea una vera intimità ma che ci porta lì dove è Lui; nella gloria ma prima ancora sulla croce.

Dette queste cose mi pare necessario dire ancora una cosa: se l’Eucaristia è rendimento di grazie, oggi dovremmo sentire lo slancio a fare eucaristia dell’Eucaristia … fare eucaristia di questo grande dono che Gesù ci ha lasciato, un dono che ci rende davvero discepoli perché fatti capaci di dare la vita come Lui, un dono che ci fa una cosa sola con Dio e tra di noi, che ci rende uomini di attesa gioiosa di una pienezza che neanche sappiamo immaginare.

La cena pasquale ebraica viene chiusa con un inno meraviglioso che è davvero un’eucaristia, un rendimento di grazie di una forza straordinaria. Forse potremmo dire quest’inno, come ci suggerisce il Card. Ravasi, con i nostri fratelli ebrei, pensando al grande dono del Corpo e Sangue del Signore che in ogni Eucaristia ci viene donato: “Anche se la nostra bocca fosse piena di inni come il mare è pieno di acqua, la nostra lingua di canti come sono numerose le sue onde, le nostre labbra di lodi come esteso è il firmamento, i nostri occhi luminosi come il sole e la luna, le nostre braccia estese come le ali delle aquile del cielo e i nostri piedi veloci come quelli dei cervi, non potremmo ringraziarti, o Signore Dio nostro, e benedire il tuo Nome, o nostro re, per uno solo delle mille migliaia e miriadi di benefici, di prodigi e di meraviglie che tu hai compiuto per noi e per i nostri padri lungo la storia. Perciò le membra che tu hai distribuito in noi, l’alito, il respiro che hai soffiato in noi, la lingua che tu ci hai posto in bocca ti ringrazino, ti benedicano, ti lodino, ti esaltino e cantino il tuo nome per sempre”.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Ulisse Sartini (n.1943): Ultima cena

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