DECIMA DOMENICA TEMPO ORDINARIO 2018

DECIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Gn 3,9-15; Sal 129; 2 Cor 4,13-5,1; Mc 3,20-35.

Ricomincia il Tempo ordinario; un tempo che non è un tempo vuoto ma è il tempo in cui vivere davvero ciò che nei cosiddetti tempi forti abbiamo celebrato. La liturgia di queste domeniche ci accompagna dandoci degli imput fecondi per questo quotidiano; il colore verde dei paramenti ci dice che in questo cammino di ogni giorno siamo accompagnati da una grande speranza: tutto sarà possibile perché Gesù è con noi fino alla fine dei secoli (cfr Mt 28, 20).

La pagina di Marco che oggi è il cuore di questa liturgia è pagina complessa ma certo colma di una luce che bisogna saper individuare.

La prima cosa da dire è che qui Marco usa una sua tecnica narrativa, una tecnica che possiamo definire “a sandwich”; il paragone pare un po’ irrispettoso ma ci fa capire il modo di procedere di Marco; è un modo di narrare fatto così: ci sono due elementi simili che racchiudono al centro un alro elemento; esempio chiarissimo o è il racconto della risurrezione della figlia di Giairo (Mc 5) che inizia ad essere narrata, poi è interrotta dall’episodio della donna con perdite di sangue, e si conclude con il seguito del racconto della risurrezione della bambina.

Qui è lo stesso: la pagina inizia con il racconto terribile dei parenti di Gesù che si muovono per andarlo a prendere perché lo vogliono far passare per pazzo e, dopo la polemica con gli scribi, si conclude ancora con dei parenti di Gesù che vanno a cercarlo.

Il cosiddetto schema “a sandwich” rivela dove andare a cercare il cuore della narrazione e questo è dato dall’intima connessione tra cornice e centro (per esempio nel racconto della figlia di Giairo e dell’emorroissa il problema è quello dell’impurità che Gesù è venuto a prendere su di sé). Qui mi pare che lo schema voglia dirci che tutto si deve inquadrare e comprendere all’interno della relazione con Gesù. È il tipo di relazione con Gesù che salva e dona senso. Il rifiuto di una vera relazione di fiducia con Gesù è luogo abissale di morte.

La polemica tra Gesù r gli scribi contiene una di quelle parole di Gesù che sempre ha sollevato interrogativi, che sempre ha impressionato i lettori dell’Evangelo. Perché la bestemmia contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno? Che cosa è? Marco la risposta ce la dà: poiché dicevano: è posseduto da uno spirito immondo. Se l’Evangelo, come dice di continuo, è annunzio di perdono di tutte le miserie, vergogne e abiezioni dell’uomo, cosa è mai questo peccato che non può essere perdonato? Gesù qui dice che c’è una barriera che si eleva, una barriera che non sta in Dio perché il suo desiderio di perdono è infinito, una barriera che è nell’uomo e nella sua ostinazione. È l’ostinazione a vedere il bene operato da Gesù, è cogliere la via di liberazione dal male che Lui offre, conoscere lo Spirito di salvezza che Lui mette nei cuori degli uomini e, per motivi egoistici, di interesse, di autotutela del proprio potere o per gelosia, si chiama l’opera di Dio male e frutto diabolico e le proprie vie di morte luogo di bene! Il peccato contro lo Spirito Santo è di chi scarta Dio dalla propria vita sapendo di scartare Dio. È un po’ il peccato del Grande Inquisitore nel celbre racconto di Dostoevskij ne “I fratelli Karamazov”. Ivàn Karamàzov espone dunque al fratello Aleksej (Alëša) un racconto allegorico di sua invenzione, ambientato in Spagna ai tempi della Santa Inquisizione.

Dopo quindici secoli dalla morte, Cristo fa ritorno sulla terra. Non viene mai menzionato per nome, ma sempre chiamato indirettamente. Pur comparendo furtivamente, viene misteriosamente riconosciuto da tutti, il popolo lo riconosce e lo acclama come salvatore, tuttavia egli viene subito incarcerato per ordine del Grande Inquisitore, proprio mentre ha appena realizzato la resurrezione di una bambina di sette anni, nella bara bianca ancora aperta, pronunziando le sue uniche parole di tutta la narrazione: “Thalità kum”.

L’Inquisitore « è un vecchio di quasi novant’anni, alto e diritto, con il viso scarno e gli occhi infossati, nei quali però riluce una scintilla di fuoco… »

È lo stesso Inquisitore a fare arrestare Gesù e subito dopo a recarsi presso di lui nella prigione in cui è stato rinchiuso esordendo con queste parole:

« “Sei tu? Sei tu?” Non Ricevendo risposta, aggiunge rapido: “Non Rispondere, taci! E poi, che cosa potresti dire? So anche troppo bene quel che diresti. Ma tu non hai il diritto di aggiungere nulla a quel che già dicesti una volta. Perché sei venuto a infastidirci? Perché sai anche tu che sei venuto a infastidirci. Ma sai cosa accadrà domani? Io non so chi tu sia ne voglio sapere se sia proprio lui o se gli somigli, ma domani ti condannerò ti brucerò sul rogo come il più empio degli eretici…” » È cecità voluta e cosciente, è una menzogna professata sapendo di professare una menzogna, è dire che il giudizio di Dio è errato e il proprio è quello giusto, è dire che il male è bene e che il bene è male; già Isaia (5,20) aveva condannato con veemenza atteggiamenti come questi. Questa polemica, con queste parole durissime di Gesù, come dicevo, è racchiusa tra due scene in cui appaiono dei parenti di Gesù … se nella prima si dice semplicemente che “i suoi” volevano andare a catturarlo perché lo dicevano fuori di sé, nella seconda si dice che a Gesù viene annunziata la visita di sua madre e dei suoi fratelli; Gesù reagisce con fastidio a questa richiesta di incontrare la madre e i fratelli: Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? Ancora parole dure, parole che certo devono aver colpito Maria e il suo amore materno; parole in cui però Gesù desidera delineare l’identità della “vera parentela” con Lui e lo fa con estrema chiarezza: Chi fa la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre. Non bastano titoli di appartenenza, fossero anche di sangue, quello che conta è che tipo di relazione si è instaurata con Lui; è una relazione che passa per la stessa via che Lui persegue? Passa per la via del fare la volontà di Dio? Notiamo che qui Gesù usa il verbo greco “poièo” che ha in sé l’idea di qualcosa di molto fattuale, concreto, di qualcosa da produrre costruendolo, plasmandolo; qualcosa, direi, che si fa “artigianalmente”, sporcandosi le mani! Insomma la vera pietra di paragone è la vita! La parola che Gesù pronunzia – come dicevo – deve aver colpito Maria nella sua maternità carnale ma che certo anche a lei ha insegnato qualcosa … Maria comprende ancora più che ciò che più è importante per lei non è l’averlo generato nella carne ma l’essere sua discepola, il mettersi davvero sulle sue orme … e Maria lo farà fino alla croce … lì ancora farà la volontà del Padre. Una pagina dura dunque questa, una pagina colma di rifiuti e aggressioni, colma dell’incomprensione e dell’ostilità della gente … una pagina in cui Gesù ci fa cogliere che solo nella piena e vera accoglienza di Lui e della sua parola si può fuggire il terribile rischio di mettere noi davanti a Dio, le nostre idee e i nostri desideri davanti all’Evangelo! Solo se si vive in un ascolto mite e obbediente si riesce a cogliere come Lui sia vera libertà da ogni potere demoniaco che vuole inchiodare l’uomo su se stesso e sulle vie meschine dei propri orizzonti ristretti!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Print Friendly, PDF & Email
Aggiungi ai preferiti : Permalink.

I commenti sono chiusi