QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA 2018

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

2Cr 36, 14-16.19-23; Sal 136; Ef 2, 4-10; Gv 3, 14-21

Che gli dei fossero interessati agli uomini e alle loro vicende, che gli dei avessero addirittura amore per gli uomini, erano cose impensabili per il greco, per il romano, per tutte le religioni dei grandi popoli dell’antichità … gli dei per loro erano grandi e potenti e bisognava solo ammansirli con la “religione”, con la devozione e dunque con sacrifici e culto … solo così gli antichi potevano sperare dagli dei se non dei benefici, per lo meno che tenessero a bada il caos perché non prendesse il sopravvento sul cosmo.

La rivelazione ebraica conosce un altro Dio, un Dio che cerca vie di incontro e salvezza per il suo popolo al di là dei suoi meriti, della sua “religione”; un Dio che ama tutti gli uomini a qualsiasi popolo appartengano (cfr tutta la narrazione del Libro di Giona); un Dio in alleanza con Israele e che, se il popolo viene meno all’alleanza e crea una rottura con Lui, una rottura, espressione tragica della libertà del popolo stesso, questa non produce abbandono da parte di Dio, né condanna definitiva. Il Dio biblico è Colui che continua ad amare e a cercare vie di luce e salvezza pur tra le macerie e le tenebre che il suo popolo infedele crea di continuo.

La distruzione del Tempio di cui ci narra il testo del Secondo libro delle cronache che oggi leggiamo, è sì luogo di giudizio di Dio ma è, contemporaneamente, luogo di misericordia, luogo di possibilità di purificazione e di rinnovo dell’Alleanza.

Scriverà Bonhoeffer: “Non tutto ciò che accade nella storia è semplicemente volontà di Dio, ma in tutto ciò che accade può passare un sentiero che conduce a Dio”! Ai tempi di Nabucodonosor Dio non ha voluto lo sterminio di tanti del suo popolo, né la distruzione del Tempio, né l’esilio … Dio voleva la fedeltà perché sapeva che la fedeltà alla sua Alleanza sarebbe stata condizione di pace, di vita, di gioia, di vera sicurezza nelle sue mani di Padre; Israele volle altre vie e si trovò tra le macerie del Tempio e sulle macerie della propria storia … proprio lì, però, Dio aprì una via di “ritorno”!

“Ritorno”: una parola chiave per la Quaresima; la conversione è proprio un ritorno (in ebraico “teshuvà”, dal verbo “shuv” cioè “ritornare”), un ritorno a Lui, alla sua Alleanza, alle sue vie.

La liturgia di questa domenica ci vuol dire su quale base possiamo pensare alla possibilità vera di un “ritorno”, di un ritorno che costa fatica, che costa partenze da terre sì d’esilio ma anche di umane sicurezze, da terre di umano buon-senso; un ritorno che costa fatica perché è un uscire dalle proprie mani per consegnarsi alle mani di un Altro … Il rischio del ritorno è, come diceva Platone, un “bel rischio” (o kalós kìndunos; Fedone, 114 D 6) perché in Gesù ci è stato raccontato un Dio che ama fino all’eccesso, fino all’eccesso del dono del Figlio suo!

Il rischio del ritorno è un bel rischio perché possiamo viverlo con lo sguardo fisso a Gesù innalzato sulla croce non come segno di condanna, ma come certezza di perdono, di pace, di novità!

Nel testo giovanneo di oggi Gesù fa a Nicodemo la grande rivelazione, a lui che è un rabbino e, dunque, maestro in Israele, Gesù dà la possibilità di leggere una pagina del Libro dei Numeri (cfr Nm 21, 4-9) con occhi nuovi; lì ci sono dei serpenti brucianti, cioè velenosi, che uccidono quelli che, pur messisi nel cammino dell’Esodo, non ne sopportano i rischi, le fatiche e la necessità di doversi consegnare alla fiducia e all’obbedienza al Signore e al suo servo Mosè; saranno guariti se volgeranno lo sguardo ad un serpente di bronzo innalzato da Mosè, segno della misericordia e dell’amore fedele di Dio. A Nicodemo viene rivelato che quello fu solo un pallido

segno: ora ci sarà in innalzamento, quello del Figlio dell’uomo e chi guarderà a Lui, non solo sarà guarito, ma comprenderà quale la via da percorrere ogni giorno per rimanere nella luce … dopo quelle parole di Gesù sul Figlio dell’uomo innalzato come il serpente nel deserto, Giovanni fa il suo commento: Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio Unigenito perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna. Bisogna fare attenzione: nel testo di Giovanni queste non sono parole di Gesù a Nicodemo ma sono parole dell’Evangelista che commenta e ci fa capire cosa significhi quell’innalzamento annunziato. L’Innalzato è segno dell’amore costoso di Dio nella carne del Figlio, sua ultima Parola! L’Innalzato sarà anche via per chi a Lui volge lo sguardo (cfr Gv 19, 37); sì, perché la croce dirà anche e soprattutto lo “stile” di Dio nella storia … lo stile di un amore che sceglie di perdersi per l’altro.

Guardando a Lui innalzato sulla croce si capisce che è possibile ritornare, è possibile per davvero perché, come scrive l’autore della Lettera ai cristiani di Efeso di cui abbiamo letto un tratto: Dio, ricco di misericordia per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i nostri peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo!

Capite?

È già avvenuto! È già nostra questa grazia! La vita nuova ci appartiene! La Quaresima è tempo di ardere per questa vita nuova, è tempo di volerla davvero fare nostra, è tempo di permettere alla vita nuova di bruciare in tutte le nostre fibre!

Lo possiamo perché siamo amati! Amati di un amore che non solo non viene meno per i nostri peccati ma, dai nostri peccati è “provocato” ad essere – se possibile – ancora sempre più ardente.

Se cene accorgiamo iniziamo anche noi ad ardere per l’Evangelo di quell’Innalzato!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Giovanni Francesco SACCHETTI (attrib.): Il serpente di bronzo (1668-1680) Chieri (TO) (Duomo: Collegiata di Santa Maria della Scala) Cappella del Crocifisso

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