QUINTA DOMENICA DI PASQUA 2018

QUINTA DOMENICA DI PASQUA

At 9,26-31; Sal 21; 1 Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

Il Risorto è il pastore bello ch ha donato la vita senza remore e senza limiti, che ha affrontato il “lupo” e non ha abbandonato le pecore … per noi ha dato se stesso … un pastore – come dicevamo domenica scorsa – di cui ci si può fidare. Proprio perché è così è necessario rimanere in Lui. L’Evangelo di questa domenica ci pone innanzi a questa ulteriore esigenza del Mistero pasquale che in questo tempo liturgico stiamo celebrando e nel quale, come discepoli, siamo “immersi” per sempre.

Fatta l’esperienza del Risorto, riconosciute quelle ferite che ci narrano il “caro prezzo” con cui ci ha acquistati liberandoci dalle zanne del “lupo”, oggi la parola dell’Evangelo ci rivela un’altra similitudine su cui fondare il nostro cammino di discepoli: la vite e i tralci.

Con questa allegoria il Gesù giovanneo, nei discorsi d’addio, fa una richiesta precisa ai suoi a cui già aveva consegnato il comandamento nuovo (Gv 13, 34-35): dimorare in Lui. Torna insistentemente in questo testo il verbo “ménein” che Giovanni elegge ad emblema del tipo di relazione che bisogna avere con il Signore Gesù. Solo se si rimane, se si dimora in Cristo, si portano quei frutti di salvezza, di vita e di bellezza che esprimono a pieno la nostra umanità, che la realizzano e la conducono a pienezza. Fin dall’inizio dell’evangelo i due primi discepoli di Gesù, provenienti dal gruppo del Battista, pongono a Gesù: “Rabbì dove dimori?” (“Rabbì, poû méneis?”). Gesù li invita a “venire e vedere” e da quel momento inizia il loro dimorare con Gesù (cfr Gv 1, 35-39); quello però che, all’inizio dell’Evangelo, è un dimorare con Gesù ora nell’allegoria della vite e dei tralci diventa un’esigenza ancor più radicale: dimorare in Lui.

Per il Quarto Evangelista la sequela di Gesù deve necessariamente versarsi in un dimorare, in un rimanere in Lui.

Rimanere … è trovare vita e senso non solo nello stare con Lui stabilmente ma soprattutto nel mettere le proprie radici in Lui, nel suo amore. Il rimanere come il tralcio nella vite fa sì che tutta la vita del discepolo di Gesù sia vita e non “stagione della vita”.

La cosa più difficile è rimanere, dimorare, avere stabilità … La vita di fede è un’adesione stabile a Cristo Gesù … non può essere un’adesione né momentanea, né esposta ai venti dei sentimenti o delle occasioni. È un dimorare che costa. Chi arriva a dimorare è uno che si è consegnato alla dolorosa operazione della potatura, una potatura che fa il Padre … la potatura non avviene per i rami secchi; questi vengono gettati via e bruciati; si badi qui Gesù non minaccia il fuoco dell’inferno ma il fuoco del non-senso e il vuoto della morte di chi non ha il coraggio, dopo averlo conosciuto, di rimanere in Gesù; i tralci che vengono potati sono quelli che portano frutto perché sono rimasti in Gesù.

Ci sono certe potature che fa la vita, che fa la storia personale di ciascuno ma poi ci sono potature che fa Dio stesso … ci sono delle cose da togliere da noi perché ostacolo alla cosa più essenziale che ci sia: il rimanere in Gesù. L’ essere potati fa male … Giovanni usa il verbo “kathaíro” che significa “purificare”… è chiaro allora che questa operazione che il Padre compie per chi, rimanendo nel Figlio, porta i frutti per il Regno è un’operazione sì dolorosa ma salvifica. È togliere non solo il superfluo ma soprattutto ciò che inquina la relazione profonda con il Cristo.

Il rimanere è questione di relazione; è decisione per la vita che implica una relazione personale e unica con il Signore Gesù; il rimanere, in fondo, è quello che Paolo, nella sua Lettera ai cristiani di Filippi, esprimerà con una parola calda e colma di tenerezza e compromissione: “Tutto

io ritengo una perdita dinanzi alla preminenza della conoscenza di Cristo Gesù, il mio Signore” (cfr Fil 3,8). Il dimorare-rimanere o è colmo di questa decisione appassionata o non è possibile. Il dimorare-rimanere vuole liberare il discepolo da ogni rischio di esteriorità di relazione. Il dimorare-rimanere implica il mettere in gioco tutta la vita. Il rimanere, infatti, promette il futuro; è sì atto dell’oggi ma è atto che permane e perciò promette il domani. Il rimanere è l’aver “trovato casa” in Cristo, nel suo Evangelo, nella sua Chiesa; è la consapevolezza piena che senza Cristo non possiamo fare nulla! La vita è tutta lì; il senso della vita è tutto lì! Per chi si dice discepolo non ci sono più ambiti estranei a Cristo, non ci sono più terre franche da Cristo e dal suo Evangelo; chi volesse terre franche diventa tralcio secco!

Purtroppo si è fatto credere ai cristiani che si potessero creare queste terre franche o terre di confine e si è avallato un cristianesimo mediocre, anzi un cristianesimo che di Evangelo non ha più né il sapore, né la luce. Uno pseudo-cristianesimo che addirittura è divenuto diaframma tra il Dio di Gesù Cristo e il mondo. Un grande tradimento!

La via del rimanere è l’unica possibilità di autenticità e di testimonianza di una vita compromessa per Cristo. Di tale compromissione abbiamo una chiara descrizione nel racconto degli Atti che ha costituito la prima lettura di oggi; abbiamo sentito della vita di Paolo che, dopo l’incontro con il Risorto sulla via di Damasco, diventa una vita scomoda per tutti, anche per la Chiesa! Il testo ci ha narrato che i fratelli imbarcano Paolo a Cesarea certo per salvarlo dalla violenza dei suoi nemici ma anche perché è scomodo; Luca lo dice con ironia sottile: I fratelli lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso: La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria. Capite? Paolo parte e la Chiesa è in pace! Non mi pare che siano versetti accostati così per caso! Uomini di fuoco come Paolo sono davvero scomodi … si vuole la “pace” … ma da una “pace” simile ci liberi il Signore!

L’uomo che rimane in Cristo vive la vita di Cristo e questa vita è sempre una fiamma bruciante per il mondo! Bruciamo anche noi così! Accogliamo dunque l’invito di Gesù di questa domenica … un invito che vale per sempre: Rimanete in me!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Cristo vera vite (Icona contemporanea da un modello greco del sec. XVI)

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