SESTA DOMENICA DI PASQUA 2018

SESTA DOMENICA DI PASQUA

At 10, 25-27. 34-35. 44-48; Sal 97; 1 Gv 4, 7-10; Gv 15, 9-17

In queste domeniche pasquali la Chiesa ci fa rileggere molti tratti di quei discorsi, unici negli Evangeli, che Giovanni pone sulle labbra di Gesù nell’ultima sera prima della passione, i cosiddetti Discorsi di addio. In questa domenica ci troviamo ancora in quello straordinario capitolo 15 di cui già domenica scorsa leggemmo i primi versetti.

È una pericope questa in cui per ben dodici volte risuona il tema dell’amore con parole come amore, amare, amici … Gesù qui spiega come è possibile rimanere in Lui; con il paragone della vite e dei tralci Gesù aveva proclamato la necessità di rimanere in Lui e, con forza, aveva detto: “senza di me non potete far nulla” (cfr Gv 15,5).

Ma come è questo rimanere?

In che consiste?

La via del rimanere è la via dell’amore, dell’ “agàpe”; si rimane rimanendo nell’ amore in quell’ amore che è il “mandatum novum” che Gesù aveva dato ai suoi dopo la lavanda dei piedi e dopo che Giuda era uscito a consegnarlo e Lui non l’aveva fermato e così era iniziata la Passione (cfr Gv 13, 34-35). Qui risuona ancora il “mandatum novum” e se ne mostrano tutte le profondità. La radice dell’ “agàpe” è Dio perché dal Lui viene. Lui inizia sempre ad amare. Giovanni lo dice straordinariamente chiaro nel passo della sua Prima lettera che oggi si legge e che è il migliore commento e approfondimento di questa parte dei Discorsi di addio; infatti così scrive Giovanni: Non siamo noi che abbiamo amato Dio ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

Vivere il “mandatum novum” è accogliere questo amore discendente di Dio; è accogliere il primato del suo amore per noi. Solo chi coglie questo primato conosce davvero Dio ed è capace di rimanere. Il rimanere è la via della fedeltà; l’ amore non può essere, infatti, una realtà passeggera, un vago sentimento, un moto passionale ma momentaneo; il rimanere fa coincidere l’amore per Dio e per i fratelli con la vita! Ecco il rimanere, il dimorare.

Dal rimanere per davvero nasce la gioia … quella vera che solo Gesù da dare. Per il Quarto Evangelo pace e gioia sono di Gesù; Egli, infatti, al capitolo precedente parla di “mia pace” (cfr Gv 14, 27) e qui parla di “mia gioia”; certo! Perché si tratta di una pace che il mondo non ha, non può dare e non sa dare e di una gioia che il mondo non può produrre … Non c’è pace e non c’è gioia per chi fa gravitare tutto attorno a se stesso o attorno alle cose del mondo. Il centro di gravitazione di una vita riuscita è solo Gesù Cristo. Questo noi cristiani – senza arroganze e senza fondamentalismi – lo dobbiamo sapere! Infatti se si rimane in questo amore che è proveniente da Dio e che in Gesù si è mostrato e si mostra fino all’estremo si ritrovano verità, gioia e pace vere.

Questo rimanere in un amore così è intimità e intimità amicale; Gesù fa qui una rivelazione di grande impatto sulla nostra concezione di Dio: Vi ho chiamati amici! È finito, cioè, il tempo di un equivoco colossale e perverso, è finito il tempo in cui Dio appare come uno spietato padrone di schiavi schiacciati dalla paura. Gesù qui ci dice che lo schiavo non sa quello che fa il suo padrone, i discepoli invece sanno perché hanno conosciuto la lavanda dei piedi (ne hanno fatto esperienza!), hanno conosciuto il suo farsi schiavo ma per amore, uno schiavo che ama e serve non perché ha paura ma perché ama e basta! A loro sta confidando che la sua vita sta per deporla per loro, suoi amici. Sanno! La Pasqua di Gesù è la grande conoscenza che ci è stata consegnata, è il palpito del cuore di Dio che ci è affidato, è quanto ogni discepolo amato può sentire se ha il coraggio di stare

sul petto di Gesù; è una conoscenza di una bellezza e di una profondità infinite ma è anche una conoscenza che fa una domanda: la domanda di amare con quello stesso amore, la domanda di realizzare una comunità di fratelli che si amino allo stesso modo, la domanda di deporre la vita per gli amici. La domanda di rimanere in questo mondo di Gesù, di dimorarvi e di non lasciarsi afferrare da quel mondo, invece, che è quello che ha crocefisso l’amore e ogni giorno lo crocefigge.

Chi vive rimanendo in questo amore porta frutto … porta frutto andando. L’ andare è segno di invio, di missione (cfr Lc 10,3) perché l’amore non si chiude in scrigni preziosi; l’amore ecclesiale, quando è vero amore fraterno, portato fino all’estremo di scelte compromettenti, fa uscire da ogni guscio e fa capaci di un amore che nessuno esclude e lì diviene operoso, lì diviene capace di sporcarsi le mani.

“Amatevi!” è il solo vero testamento di Gesù … qui si misura l’essere discepoli … da qui tutto parte. L’amore che chiede Gesù non vuole spiegazioni, ha solo la spiegazione della sua radice in Lui e nel suo amore crocefisso e glorioso; non si può spiegarlo, ne renderlo “logico” … no ha nulla di meramente razionale perché vive nel regime della “perdita di sé”! Lo scrittore francese Andrè Frossard (1915-1995) diceva in un suo libro: “Gli amanti che si spiegano sono quelli che stanno per lasciarsi”. E questo è il contrario del rimanere.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Alfredo Pettinari: Il discepolo amato (Part. Ultima Cena Chiesa parrocchiale San Giovanni in Tavazzano – Lodi)

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