TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2018

TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Sap 1, 13-15;2, 23-24; Sal 29; 2Cor 8, 7.9.13-15; Mc 5, 21-43

Lo sfondo del racconto evangelico di questa domenica è senz’altro quella parola del Libro della Sapienza che oggi la Chiesa ci fa ascoltare nella prima lettura: Dio non gode della rovina dei viventi. Egli ha creato tutto per l’esistenza. È una dichiarazione straordinaria che già “evangelizza” il volto di Dio, mostrando che Dio è una “buona notizia”, togliendo dal suo volto santissimo ogni maschera perversa, a cominciare da quella che lo dichiara amico della morte perché è Lui che “fa morire”! Questa parola della Sapienza (il libro è uno degli ultimo scritti della Prima Alleanza) apre alla rivelazione piena del volto di Dio che Gesù ci donerà con tutta la sua vita, i suoi gesti, le sue parole.

Il racconto di Marco di questa domenica narra un duplice miracolo con il tipico schema a “sandiwich” di cui già dicevamo qualche settimana orsono. Inizia il racconto che riguarda la figlia di Giairo, questo viene interrotto dall’episodio della donna con perdite di sangue e il racconto della figlia di Giairo continua dopo la guarigione della donna. Quello che accomuna i due racconti che Marco sapientemente intreccia è un Gesù come vera narrazione di Dio capace di vincere il potere tenebroso della morte, un Dio che, in Gesù, per questo paga un prezzo altissimo. Qui, infatti, già all’inizio dell’Evangelo, Dio, che ha creato tutto per la vita e non per la morte, lotta, in Gesù suo Figlio, prendendo su di sé la nostra morte.

La perdita di sangue di cui la donna del racconto patisce la rendeva impura in massimo grado secondo la Torah (cfr Lev 15,25) in quanto la perdita di sangue, e inoltre di sangue mestruale, è connessa alla vita e alla perdita della vita; quel sangue è morte e per la donna è una grave menomazione sociale e rituale; una donna così non poteva partecipare né alla vita sociale in quanto assolutamente intoccabile e non poteva partecipare ad alcun atto di culto, né entrare in sinagoga né tantomeno al Tempio. Questa donna però intuisce, nella fede, che toccare anche solo il mantello di Gesù sarà vera possibilità di guarigione, vera possibilità di vita; fa questo gesto nascostamente sapendo di far contrarre impurità al Rabbi Gesù, fa questo gesto senza capire fino in fondo cosa significhi per Gesù quel tocco; infatti marco scrive che Gesù dice di aver avvertito che una “diunamis” (una “potenza”) è uscita da Lui; tante volte questa “diunamis” è stata interpretata come potenza di guarigione, cioè Gesù avrebbe sentito agire la sua potenza taumaturgica senza che Lui lo sapesse … in realtà pare che Marco qui voglia dire tutt’altro; la “diunamis” che esce da Gesù non è potenza guaritrice ma è “potenza” “sic et simpliciter”. Gesù sente cioè che si è fatto più debole, più fragile, ha preso su di sé la nostra impotenza, la nostra impurità, la nostra morte e questo lo svuota della sua potenza divina condividendo la nostra impotenza mortifera.

Si tratta ancora di quel cammino iniziato sì nell’Incarnazione ma continuato coscientemente al Giordano quando, in una fila di peccatori, Gesù si mescola alla nostra impurità e alla nostra miseria, caricandosi, come scriverà il Quarto Evangelista, del peccato del mondo: “Ecco l’agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo” proclamerà il Battista (cfr Gv 1,29), un cammino che giungerà fino all’obbrobrio della croce.

Lo stesso accade in casa di Giairo; qui, come avverrà poi al Calvario, Gesù è ange deriso: la morte è più forte, dice il buon-senso malato del mondo, la morte non si vince, la morte è atto irreversibile, la morte neanche si tocca. Infatti la Torah avvertiva che toccare un cadavere rende impuro … e Gesù prende per mano la bambina morta … è lo stesso movimento accaduto nell’episodio dell’emorroissa: Gesù si carica dell’impurità … e diventa più “debole”! Il Potente entra nell’infinita fragilità dell’uomo … fino alla morte!

Se è così non possiamo allora temere alcuna valle di morte (cfr Sal 23) perché Dio è più forte della morte perché più forte della morte è l’amore … quel mantello toccato, quella mano

tesa rendono Gesù più debole, debole di una debolezza che nasce dalla condivisione amorosa di una nostra condizione di debolezza, di fragilità, di morte!

Chi assume la verità di questa debolezza e non sogna potenze orgogliose quanto menzognere sa consegnarsi a Colui che è venuto per portare le nostre debolezze e infermità, le nostre impurità e perfino la nostra morte!

Beati i deboli che, conoscendo la propria debolezza, si consegnano a Cristo Gesù venuto per farci risorgere; scriverà San Bernardo di Clairvaux: “Optanda infirmitas quae Christi virtute compensatur!”, cioè “Beata, desiderabile debolezza compensata dalla forza di Cristo!” (Sermoni sul Cantico dei cantici, 25,7).

Alla figlia di Giairo Gesù dice: Talitha kum! E Marco aggiunge Che significa, fanciulla alzati! E subito la fanciulla si levò e camminava. Marco sottilmente usa qui i due verbi che il Nuovo Testamento utilizzerà per parlare della risurrezione di Gesù: “eghéiro” e “anìstemi”. Tutti e due i verbi sono utilizzati per dire del levarsi della bambina dal sonno di morte! Tutta la vita di Gesù, ci dice così Marco, fu lotta costosa contro la grande nemica che è la morte, una nemica che sa paludarsi di infiniti travestimenti; la vita di Gesù, però, fu anche già vittoria su di essa, vittoria che sarà risurrezione! Fu vittoria perché Gesù per amore si caricò di debolezza, depose la sua potenza, si fece debole con i deboli!

“Optanda infirmitas!” Come pensare di percorrere vie diverse dalla sua se siamo suoi discepoli?

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Simon Dewey: L’emorroissa

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