VENTICINQUESIMA DOMENICA ORDINARIA 2018

VENTICINQUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 2,12.17-20; Sal 53, Gc 3,16-4,3, Mc 9,30-37

È una mania costante dell’umanità quella di fare gerarchie, ordini di importanza e di potere … gradi e ranghi politici, militari, civili … ecclesiastici!

Anche per il “Paradiso” già la tarda teologia rabbinica distingueva sette gradi, sette altezze e poi anche nel cristianesimo, per esempio Dante nella sua Commedia, si parlerà di diversi “cieli” …

Nell’evangelo di questa domenica sono gli apostoli che discutono di ranghi e di gradi di un’ipotetica gerarchia futura: discutevano tra loro chi fosse il più grande!

Gesù ha appena detto di nuovo della strada di morte e dolore che Lui sta per imboccare e ancora prima aveva detto con chiarezza che per essere suoi discepoli si deve perdere la vita (cfr Mc 8,35), cioè si deve esser disposti a perdere tutto, eppure i suoi discutono sull’acquistare posti di potere. Dinanzi a questo quadro, a dir poco avvilente, Gesù non si perde d’animo e con una divina e infinita pazienza continua a lottare per scardinare la terribile mentalità che si cela dietro quella discussione. Lo fa con parole intense, che ribadiscono ciò che già aveva detto dopo il primo vaticinio della Passione, e con un gesto profetico semplicissimo, spiazzante e troppo spesso travisato: mette in mezzo a loro un bambino; nel Regno che Lui sta instaurando il primo è l’ultimo, il servo, il disprezzato … lo dovrà ripetere di continuo; lo farà anche dopo il terzo vaticinio della Passione (cfr Mc 10, 42-45): “I grandi delle genti le dominano ed esercitano su di esse il potere ma tra voi non è così: chi vuol essere il più grande tra voi si farà vostro servo … il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita”.

Come dicevo, il gesto profetico che compie prendendo un bambino, mettendolo in mezzo e abbracciandolo, è un gesto altamente provocatorio che nulla ha a che vedere con un gesto melenso che alluda alla presupposta innocenza dei bambini! Infatti, dinanzi all’orgoglio carri eristico, all’arroganza di chi vuole potere, alla lotta spesso “all’ultimo sangue” per il potere e per il successo, all’idolatria di se stessi, alle vie ambite da tutti dei trionfi e degli applausi, Gesù oppone la via che Lui stesso sta percorrendo, la via di Gerusalemme ove verrà, riprovato, disprezzato, consegnato e ucciso. Prendendo quel bambino Gesù sta dicendo ai suoi, anch’essi accecati dalla mondanità, che quel “piccolo” ha qualcosa da insegnare loro … e non solo a loro, a tutti! Come? Solo con una cosa: la sua “piccolezza”.

Questo di Gesù è un gesto provocatorio perché nell’antico oriente il bambino era considerato una creatura marginale, imperfetta, che non ha nulla da insegnare; per alcuni, per la sua indeterminatezza, era considerato addirittura impuro; è significativo, a tal proposito, ciò che scrive Isaia con tono di maledizione e di minaccia: “Io metterò loro come capi ragazzi, a dominarli saranno i bambini!” (cfr Is 3,4). In queste concezioni il bambino può essere solo oggetto di educazione da parte di un adulto; deve essere domato. Gesù qui, di contro, sta dicendo, con il suo gesto, che il bambino è diventato soggetto che può trasmettere un messaggio prezioso, anzi essenziale al rapporto con Dio e con i fratelli, una verità essenziale per poter avere davvero cittadinanza nel Regno. Dunque il messaggio non è quello dell’innocenza ma quello della piccolezza, della semplicità, della disponibilità fiduciosa, dell’abbandono senza calcoli, senza doppiezze e interessi; l’insegnamento che quel bambino posto “in mezzo” dà è nel fatto che il bambino non pensa di dover meritare l’amore ma si fida dei suoi genitori semplicemente perché è figlio e sa che questo è il più grande e solo vero titolo per essere amato! Non per niente gesù insegnerà ai suoi a chiamare Dio con il vezzeggiativo che il bambino usa per suo padre: “Abbà”!

L’icona del bambino che Gesù ci pone dinanzi corrisponde, in qualche modo, alla figura veterotestmentaria del “povero del Signore”. Questi è uno che non cerca successi clamorosi, non pensa neanche di schiacciare gli altri per vincere, non depreda, non uccide, non opprime ma si consegna a Dio fidandosi di Lui e del suo Amore!

Gesù mette “in cattedra” un bambino; l’aveva fatto già il Salmo 131: “Io sono saldo nel mio cuore nella calma e nel silenzio come un bambino in braccio a sua madre in me è tranquillo il mio cuore”.

S. Elisabetta della Trinità (1880-1906) scriveva: “Dio ha messo nel mio cuore una sete infinita e un grandissimo bisogno di amore che solo Lui può saziare. Allora io vado a Lui come il bambino va da sua madre perché egli colmi e invada tutto e mi prenda in braccio”.

Per Gesù il suo discepolo deve entrare nel mondo non con l’orgoglio del potere, col prestigio della finanza, con l’arroganza dei privilegi, con il desiderio di “contare”, con la forza delle armi, ma con lo spirito dell’agnello, con l’attitudine del servo, con l’atteggiamento del bambino che si consegna, si affida perché sa di essere amato.

Gli uomini così costruiscono il Regno di Dio e hanno da dire parole in questo Regno; gli altri costruiscono miseri regni che puzzano di sangue e di morte, di odio e di sopraffazione.

Print Friendly, PDF & Email
Aggiungi ai preferiti : Permalink.

I commenti sono chiusi