II Domenica di Avvento – Una voce di profezia

SPERANZA ALLA NOSTRA FRAGILITA’

Bar 5, 1-9; Sal 125; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

 

Avvento, lotta per sperare e pazientare…domenica scorsa la speranza assumeva il volto della vigilanza orante, in questa domenica assume il tono della PROFEZIA.

Il passo evangelico di Luca si apre su di uno scenario amplissimo: il mondo con i suoi regni ed i suoi potenti…ma su questo scenario c’è un tempo preciso in cui Dio compie le attese, colma i tempi ed interviene; il contrasto è però spaventoso: alle scene di questo mondo con il loro vertice in Tiberio Cesare che domina il mondo, corrisponde un intervento di Dio nella fragilità di una parola data ad un profeta solitario nel deserto di Giudea… Su Giovanni, figlio di Zaccaria, cade la Paroladi Dio ed egli è costituito profeta perché capace di ASCOLTO radicale di Dio. Egli è la voce su cui dovrà poggiarsi la Parola che sta per manifestarsi. Scriverà Agostino (Discorsi 293,3): Se alla voce togli la parola, che resta?

Giovanni è una voce che grida una speranza, una voce che deve incrociare gli uomini nei loro deserti, nei sentieri confusi della storia, dinanzi ai poteri di questo mondo che pretendono di dare sicurezze ai popoli! Una voce critica e sovversiva. Una voce che dona speranza provocando a  sperare un OLTRE, una voce che dona speranza lì dove pare che le speranza muoiano…speranza che diviene una STRADA aperta nel deserto lì dove strade non ci sono…una voce che mostra una strada, via percorribile per uscire dal deserto ed andare verso la vita.

Una voce che annunzia che ciò che si oppone alla VENUTA di Dio PUO’essere vinto: se si levano colli di orgoglio e di superbia essi saranno appianati, se si aprono abissi e valli di morte, di deprimente miseria questi abissi saranno colmati…Così la carne vedrà la salvezza.

Luca dice carne e non uomo in quanto la salvezza si volge a ciascuno proprio in quella debolezza, fragilità, limite, peccato e morte, propri della peribilità della carne. Solo a chi fa esperienza della precarietà del suo essere uomo e della peccaminosità di non esserlo fino in fondo, è data la salvezza! Il Battista chiede di accogliere quella voce che lui è chiamato ad essere per poter accedere ad un dono più grande e straordinario.

Certamente il compimento appartiene a Dio, come dice Paolo in Fil 1,4, ma oggi si deva accogliere quella voce che invita ad una SPERANZA, anzi alla SPERANZA!

Giovanni il Battista, chiamato ad essere questa voce di speranza, è tale non tanto per le parole che pure dice e deve dire al popolo, ma è tale soprattutto con il suo essere proteso verso il FUTURO di Dio! Giovanni sceglie il deserto perché nel deserto o si spera nel futuro o si muore! Giovanni è il volto di un presente non evanescente, sostanzioso e accolto in pienezza MA tutto proteso verso un futuro, Giovanni indicando il CRISTO indica il FUTURO e ci fa respirare speranza!

La scelta, la vita e la predicazione di Giovanni sono un invito eloquente all’uomo di rompere i precari equilibri che si è creato per volgersi verso il FUTURO DI DIO! Giovanni è squilibrato, nel senso che il suo centro è fuori di sé, il suo centro èla PROMESSA di Dio…

Giovanni è l’uomo che attende Dio ed il suo compimento, per questo è presenza profetica, per questo è l’estremo profeta della prima alleanza.

Questa domenica ci invita a passare per Giovanni per giungere ad una grande verità sull’uomo e su Dio: l’uomo non si basta e Dio con la sua promessa è risposta alla sua sete! L’uomo però deve accorgersi della sua sete e darle un nome, solo se assetato l’uomo potrà accogliere la salvezza ce è donata il Cristo Gesù…il Battista è funzionale, nel progetto di Dio, al suscitare questa sete…sei un assetato di vita, di senso, di Dio?

L’intensità del nostro grido Maranathà  misura la nostra sete!

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