IV Domenica del Tempo Ordinario – Attualizzare la Parola

COMPIERE LA PAROLA CON LA VITA

Ger 1,4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4, 21-30

 

Nel brano evangelico di oggi, in continuità con quello della scorsa domenica, riascoltiamo Gesù che proclama, nella Sinagoga di Nazareth, un oggi in cui si attua quella parola di Isaia che aveva letto nel rotolo: “Oggi si è compiuta questa parola che avete udita nelle vostre orecchie”. Gesù non solo spiega la Santa Scrittura ma la attualizza. Attualizzare la Parola ascolta dalla Scrittura non significa adattarla al proprio tempo, alle mentalità nuove o ai modi di sentire e vivere di un’epoca o di un luogo…rendere attuale la Parola significa compiere la Parola con la vita; significa obbedire a quella Parola e darle spazio pieno e senza addolcimenti nel proprio oggi. Per noi attualizzare la Parola è ascoltare l’Evangelo e, prestandogli vera obbedienza, divenire noi stessi attuali all’oggi di Dio, capaci di trasportare in questo nostro oggi, che così spesso ci sta stretto, gli infiniti orizzonti dell’oggi di Cristo.

Dinanzi all’affermazione di compimento di Gesù sorge lo stupore di coloro che ascoltano…lo stupore può avere due esiti: o il salto della fede o l’indurimento incredulo. Lo stupore ci può far esultare di gioia perché vediamo delle vie incredibili e impensabili di Dio che si attuano e questo stupore ci conduce alla lode e all’abbandono, all’obbedienza di quella Parola che ci ha appunto stupiti; c’è però quell’altro stpore, quello che genera incredulità, sdegno e ostilità…a Nazareth pare che i due stupori stiano assieme: alcuni si stupivano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca, altri fremono d’ira…a Nazareth fu vincente questo secondo stupore che divenne incredulità dinanzi al figlio del falegname che dice parole grandi su se stesso e sul mondo, su un oggi che deve e può aspirare all’oltre.

I nazaretani hanno una pretesa tremenda: che Gesù sia tutto loro; hanno la pretesa di voler disporre di lui…avevano iniziato bene, tenendo gli occhi fissi su di lui ma poi li hanno distolti da lui per volgerli a loro stessi e al loro bisogno, alle loro aspirazioni grette. Invece di aprire lo stupore alla fede, invece di accogliere con stupore il dono di Dio si chiudono su se stessi. Conoscono i prodigi che Gesù ha operato a Cafarnao ed ora vogliono solo una cosa: confiscare Gesù ed i suoi segni miracolosi a loro vantaggio; i doni che Dio vuole fare al mondo intero li vogliono per loro; anzi il dono che è Gesù vogliono possederlo accampando diritti su di lui. Nessun dono può essere preteso…questa della pretesa è la via della distruzione del dono.

Come tutti i profeti Gesù subisce rifiuto dai suoi, subisce il loro odio…come Geremia, però, fa l’esperienza di una guerra che, mossa contro di lui, non lo vince perché Dio è con lui.

I nazaretani hanno la solita logica dell’Adam peccatore: stendere la mano avida per rapire e non per aprire la mano disarmata e debole perché vuota per ricevere un dono. Cristo invece è l’Adam obbediente che tutto riceve dal Padre, che attua la Parola ascoltata e la porta fino all’estremo dell’amore facendosi dono totalmente. Non può essere compreso da chi è nell’ottica della rapina, suscita sdegno.

Gesù si è presentato a Nazareth nello Spirito Santo ad annunciare che la Scrittura è ormai piena (così alla lettera), e i Nazaretani si fanno invece pieni di ira. La durezza dei cuori dei suoi concittadini diviene omicida; la più cattiva delle durezze di cuore è quella degli uomini religiosi che accampano sempre pretese presso Dio. Così Gesù è respinto.

In questo inizio dell’Evangelo Luca ci dà già un anticipo della fine: lo conducono fuori della città come avverrà a Gerusalemme, quando la croce verrà piantata fuori dalle mura della città santa…(cfr Eb 13,12), ma lo stesso Evangelo verrà rifiutato con violenza: Paolo nella Sinagoga di Corinto subirà insulti e bestemmie e dovrà rivolgersi ai pagani (cfr At 18,6).

Nei suoi di Nazareth è adombrata la realtà dei suoi di ogni tempo. Essi sono esposti sempre al rischio di proclamarsi possessori di Gesù, di indurire il cuore in una religione fatta di pretese; sono esposti di continuo al rischio di scandalizzarsi di lui e del suo Evangelo tentando  adattamenti che piacciono al mondo e non lottando per attualizzazioni costose della Parola. Quei suoi, insomma, possiamo essere noi.

Gesù però passa in mezzo a loro (ai suoi di allora, come ai suoi di oggi) e attraversa il mare della violenza e della morte…non è ancora l’ora a Nazareth, diremmo con linguaggio giovanneo, o forse è una prefigurazione della sua resurrezione, vittoria d’amore di Colui che continua il suo cammino in mezzo agli uomini facendo del bene e risanando quelli che sono sotto il potere del nemico (cfr At 10,38). Gesù è Colui che è capace di camminare sulle onde tumultuose del mare della morte e del peccato, perché Dio è con lui ed ogni suo passo è narrazione di Dio, della sua paternità, delle sue vie altre…ogni passo di Cristo è canto di quell’agàpe che Paolo canta nel celebre inno all’amore della prima lettera ai Corinti che oggi la liturgia ci ha riproposto: un amore che provoca all’amore, un amore che ci mette stupore, un amore che è Gesù stesso…ecco la via migliore per far diventare attuale ogni parola della Scrittura.

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