XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Il fine della storia

 

LA STORIA E IL SUO SENSO

Mal 3, 3-19-20a; Sal 97; 2Ts 3, 7-12; Lc 21, 5-19

 

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di quest’anno liturgico, la riflessione che la Chiesa propone oggi è una lettura della storia e del suo senso. Guardando al fluire della storia la riflessione di Luca è attenta alla vita della Comunità dei credenti in Cristo nella storia. Quando Luca scrive il suo Evangelo ha chiaro il corso degli eventi: il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto e la vita della Chiesa è sì fiorente, ma minacciata; già il sangue dei primi testimoni è stato versato (lo stesso Luca in Atti narrerà delle morti violente di Stefano e di Giacomo)…
La fine del Tempio per Luca (come per tutto il Nuovo Testamento) è segno potente della novità che è Cristo, e della fine della precedente economia; è segno apocalittico (cioè segno rivelativo) di una presenza di Dio nel nuovo Tempio, che è il Cristo crocefisso e risorto vivente nella Chiesa.

Il discorso di Gesù del passo odierno dell’Evangelo è sollecitato dall’ammirazione di alcuni per la grandiosità del Tempio e per le sue bellezze, ed è detto “grande apocalisse lucana”; al capitolo 17 avevamo incontrata invece la cosiddetta “piccola apocalisse”. “Grande” perché riguarda il corso di tutta la storia, mentre la “piccola” riguardava il “destino” personale, la storia personale di ogni uomo, quella che si conclude cioè con la morte.

E’ una rivelazione (“apocalisse”) che riguarda le ultime cose, e cioè non tanto “la fine” della storia ma “il suo fine”. Infatti qui Gesù smaschera le nostre paure, le nostre derive, i nostri possibili inganni, quelli che possiamo creare e quelli in cui possiamo cadere. Qui Gesù narra come sarà la storia e come in essa, coloro che si fidano di Lui e del suo Evangelo, potranno e dovranno camminare.

La storia certo ha un senso, cioè una direzione e le parole che Luca pone qui sulle labbra di Gesù non sono né terroristiche, né trionfalistiche; non sono parole che annunciano, promettono e minacciano sventure ma non sono neppure parole che assicurano un trionfo a basso prezzo. Di certo, però, sono parole di promessa di una vicinanza provvidente, che alla fine avrà la forza della salvezza, mentre intanto dona la capacità di pronunciare parole di verità anche dinanzi alle accuse e persecuzioni del mondo. Una tale salvezza ha però il costo della fedeltà e della perseveranza, il costo di saper attraversare la storia fidandosi della promessa stessa di Dio.

Il percorso della Chiesa nella storia sarà certo un cammino difficile, segnato da contraddizioni interne ed esterne, e tutto questo bisogna assumerlo per non vivere in un’illusione che anestetizza i credenti e li trasforma in uomini delusi.

Il cammino del credente, in questo passo di Luca, è mostrato come esposto al rischio di trappole che il mondo tende e in cui si può cadere. Gesù ne individua tre attraverso cui il male cercherà di aggredire chi crede; la prima trappola è terribile e diabolica: è la menzogna, l’inganno…menzogna ed inganno che pretendono perfino di indossare le maschere del volto di Dio. Pensiamoci… il testo di Luca riporta due espressioni sante che il mondo può osare di utilizzare per ingannare il credente, presentandosi come un idolo che chiede adesione: «Molti verranno nel mio nome dicendo IO SONO…NON SEGUITELIIo sono”: è il santo nome di Dio, ma pronunciato dagli idoli che pretendono di sostituirsi a Lui, è il nome di Dio che solo Cristo può pronunciare nella storia e che invece i menzogneri pronunciano per ingannare e traviare.
Gli idoli chiedono sequela, e lo fanno con seduzione potente che noi tutti sperimentiamo ogni giorno, ma Gesù ammonisce: «Non seguiteli!».
Gesù che ha detto, fin dal principio dell’Evangelo, Seguitemi! (cfr Lc 5, 11.27; Lc 9, 59; Lc 14, 27), qui mette in guardia dalle sequele sbagliate, dalle sequele che portano morte e menzogna. Tremendo, a tale proposito, è l’uso del suo nome: il credente cioè può essere intrappolato anche da chi si serve del santo nome di Cristo, invece di farsi servo di quel santo nome.
Più avanti, sempre in questa grande apocalisse, Gesù presenta invece la sua Chiesa come fatta da coloro che saranno perseguitati «a causa del mio nome». E’ così: si può usare il nome di Gesù per avere gloria e potere dal mondo, o si può rischiare e pagare di persona per quel nome santo in cui solo c’è salvezza (cfr At 4, 12).

La seconda trappola che il mondo tende nella storia alla Comunità dei credenti, è la persecuzione, quella stessa cui è stato sottoposto il Maestro. Se la Chiesa proclama parole secondo il mondo non patirà persecuzione; se la Chiesa pronunzierà parole di triste “buon senso” avrà l’applauso dei sapienti secondo il mondo. Ma se la Chiesa dirà con forza e senza sconti la parola scomoda dell’Evangelo, la parola quella della croce (cfr 1Cor 1, 18), allora patirà persecuzione e accanimento. Nella persecuzione però paradossalmente sperimenterà la potenza della presenza del Signore, che è fedele compagno di viaggio nel cammino della Chiesa nella storia.

La terza trappola che il mondo tende alla Chiesa è ancora una trappola appestata da una puzza diabolica, quella della divisione. Una divisione che penetra nelle relazioni più sante che l’uomo può vivere: Sarete consegnati dai genitori, dai fratelli…dagli amici.
E’ terribile, ma a tal segno arriva l’odio del mondo per le vie che lo contraddicono! Il mondo non sopporta, non tollera chi gli si oppone e lo ferisce lì dove può dargli più dolore, più disperazione, più tentazione.

La guerra che il mondo ingaggerà con i credenti all’interno della storia userà l’arma tremenda della morte, l’arma tremenda dell’odio (Luca lo sa: quando scrive l’Evangelo è già stato versato il sangue di Stefano, di Giacomo e di altri fratelli); e questo solo perché i credenti custodiscono il nome di Gesù, sono cioè viva memoria di Lui tra gli uomini.

Per Luca allora è chiaro: la storia si attraversa nelle sue contraddizioni, ma custodendo il nome di Cristo, la sua Parola, il suo Evangelo, la memoria viva di quell’alterità che Lui ha consegnato alla sua Chiesa.

In tutto questo è necessario perseverare, essere pazienti; l’“iupomonè” di cui Gesù oggi parla è infatti proprio la pazienza perseverante, il saper soffrire a causa dell’Evangelo senza venir meno.
Insomma, è necessario portare lo scandalo del paradosso evangelico: ci si salva solo donando la vita!

Questa fu la via di Gesù, e la “grande apocalisse lucana” rivela che la storia sarà salvata e custodita da un piccolo resto che resiste agli inganni, alle divisioni, alle persecuzioni, un piccolo resto capace di pagare di persona.

Questa è parola di speranza, è parola di consolazione che dà ai nostri passi di credenti la forza ed il coraggio di attraversare la storia senza fuggirla, ma vivendola portandovi la bellezza dell’Evangelo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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