OTTAVA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

OTTAVA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sir 27, 4-7; Sal 91; 1Cor 15, 54-58; Lc 6, 39-45

            Una domenica questa, l’ultima prima dell’inizio della Quaresima, che ci offre l’occasione di fare un discorso serio sul parlare umano; la parola, lo sappiamo, ha infinite possibilità ma anche infiniti rischi; il passo evangelico di questa domenica, che è la conclusione del Discorso della pianuradi Luca che abbiamo iniziato a leggere due domeniche fa, ci permette di riflettere sulla parola di giudizio e di condanna che spesso emettiamo e soprattutto sulla parola doppia, ipocrita; Luca, però, non si ferma qui; infatti affronta anche i temi della parola che istruisce  e della relazione che la parola instaura tra maestro e discepolo.

            Certo è che la parola, l’atto di parlare, rivela il cuore dell’uomo, come ha detto il sapienteSiracidenella prima lettura; nel parlare dell’uomo c’è il vaglio, lì c’è la prova. Il testo è molto forte e netto: è il parlare di un uomo che ci permette di lodarlo o di biasimarlo; è dinanzi al parlare dell’uomo che chi è sapiente riesce a scrutare il cuore.

            Il parlare è un atto serio e grave! Noi siamo responsabili delle parole che pronunziamo; non si possono dire parole e poi ritirarle dicendo banali e magari reiterati “scusa”, “ho sbagliato, non volevo dire … non intendevo …”. Davvero bisogna farsi convinti che quando si consegna la parola all’altro, chiunque egli sia, essa appartiene a chi l’ha ascoltata! Aver pronunziato una parola ci rende responsabili di essa e per essa dinanzi agli altri.

            La Scrittura sa che tutto nasce dall’ascolto e il credente, quando ascolta la parola contenuta nelle Scritture, sa che essa non solo insegna a parlare con Dio nella preghiera, ma insegna, se l’ascolto è vero, a parlare con gli altri. Insegna a comunicare. Nella vita di ogni società umana (e anche nella Chiesa) la qualità dipende dalla qualità della comunicazione. D’altro canto il Nuovo Testamento ci dice che è la Parola fatta carne la definitiva rivelazione di Dio. Tutto in Gesù fu comunicazione: i suoi gesti, le sue parole, le sue scelte … tutto però profondamente unificato. Nessuna parola, nessuna scelta, nessun gesto comunicativo di Gesù era altro rispetto a quello che Lui era nel profondo.

            Possiamo dire che questo discorso sulla parolaci deve far riflettere sull’accordo necessario, vitale, tra interno ed esterno nell’uomo!

            Per la Scrittura il centro intimo dell’uomo da cui tutto proviene è il cuore(in ebraico “lev”), sede della volontà, dell’intelligenza, della ragione, fonte delle decisioni, delle emozioni e dei sentimenti; dal cuore salgono le parole. Gesù fa molta attenzione al cuoredell’uomo in tal senso; in Mc 7,21 dice: “è dal cuore che escono i propositi di male”. È vero! Dal profondo, dal cuore, possono sorgere parole che sono capaci di dare la vita o dare la morte. La parola ha un potere straordinario.

            Quante parole mortifere! Pensiamo alla menzogna, alla calunnia, all’adulazione, alla parola che plagia o mistifica … c’è poi ancora un rischio, un grande rischio: parole grandi, alte e vite piccole e basse! La parola, infatti, la si può usare per mostrarci per quello che non siamo … e questo accade nella vita di fede, nella politica, nella vita sociale. Quanti discorsi alati, belli! Sembra che tanti uomini, dicendo belle parole, si esentino da una vita altrettanto bella. È terribile dover constatare che tanti che dicono parole grandi come “Dio”, come “libertà”, come “giustizia” smentiscano queste parole grandi con un’assoluta distanza tra le parole dette e le vite concrete! Questo non solo per fragilità (chi è esente da questo!) o per l’umano limite ma per scelte palesemente ipocrite!

            Chi non accorda parole e vita, chi non lotta per farlo, è un uomo frammentato, cieco, falso … è la grande fatica che spetta a tutti gli uomini e che i discepoli di Gesù non possono e non devono eludere, è la fatica di accordare il cuore, il profondo, al parlare, al dire e poi al vivere.

            Prima di presentarsi con parole che diano un’immagine bella di sé, è necessario avere in sé luce e ricchezza, è necessario sapersi vedere, vedere i propri difetti, i propri peccati.

            Le parole di Gesù sul cieco che pretende di guidare un altro cieco certamente riguardano chi, nella comunità, è chiamato ad avere autorità ma riguardano anche ogni credente! La cecità di cui dice Gesù, infatti, è l’incapacità o il rifiuto di guardarsi in verità. Come curare i mali e i difetti dell’altro se prima non curo i miei, se prima non lotto contro i miei? Diversamente capita di togliere la pagliuzza dall’occhio dell’altro non vedendo (o fingendo di non vedere!) la trave conficcata, paradossalmente, proprio nel proprio occhio! Chi fa così resta cieco e schiavo. Chi fa così è un ipocrita!

            Gli ipocriti sono l’unica categoria contro cui Gesù davvero ha tuonato ed ha detto parole durissime. L’ “ipocrita” in greco è l’ attore, il commediante, uno che simula, uno che finge di essere un altro! È terribile! Gesù grida questa parola a chi non vede la sua trave e va a scovare le pagliuzze negli occhi del fratello.

            L’Evangelo di oggi chi chiede di avere il coraggio della verità in primo luogo su di noi! Ci chiede di portare frutto con la parola … le parole senza frutto sono come le foglie di un albero sterile … quell’albero pare rigoglioso per le tante foglie ma le tante foglie stanno solo lì a nascondere l’assenza di frutti! Le tante parole nascondono tremende sterilità!

            L’uomo veramente buono trae da sé parole buone e azioni buone … il cattivo trae da sé parole che generano morte; non si danno attenuazioni a questa semplice constatazione di Gesù.

            Non è che non si debbano dire parole alte ma esse ci obbligano ad avere vite alte, tendenti all’alto, che lottano per l’alto! Per chi vuole essere discepolo del Messia Gesù né parole di basso profilo, né parole alte ma vuote; Gesù non ha mai detto parole di basso profilo, né ha mai detto parole che poi non siano diventate davvero vita, a qualunque costo … pensiamo alle parole sull’amore per il nemico che ascoltavamo domenica scorsa … sono diventate per Gesù tutte vita fino all’estremo della croce.

            Un discepolo capace di ascoltare un maestro come Gesù diventerà un uomo sincero, umile e giusto, un uomo che vuole lottare per essere così!

 Un discepolo di Gesù non si arrogherà il diritto di giudicare gli altri lanciando frecce avvelenate … certo sarà un uomo di discernimento per cui dovrà giudicare il bene distinguendolo dal male e distinguendo chi fa il male da chi fa il bene ma questo discernimento sarà privo di veleno; il Signore Gesù non ci vuole buonisti ma buoni! Ecco perché un suo discepolo non si ergerà sull’altro uomo ma si piegherà “sino alla condizione di schiavo” (cfr Fil 2, 7) proprio come fece Gesù per salvarci.

Un discepolo di Gesù dal tesoro del suo cuore non trarrà veleni di morte ma dolcezza e mitezza, il suo “albero” non metterà solo foglie di parole vuote, né frutti mortiferi, ma frutti che tolgono la sete di vita degli altri uomini.

Un discepolo di Gesù non dirà parole che feriscono, uccidono e annientano e neanche parole che spaventano … le sue saranno parole di vita.

            Dietrich Bonhöffer scriveva, nella sua Etica: “la bontà non è una qualità della vita ma la vita stessa ed essere buono significa vivere”

            Pensiamoci.

 

               P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Pieter Bruegel il Vecchio: Può un cieco guidare un altro cieco?(1568) (Napoli, Museo nazionale di Capodimonte)

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