SECONDA DOMENICA AVVENTO 2018

SECONDA DOMENICA DI AVVENTO

Bar 5,1-9; Sal 125; Fil 1,4-6,8-11; Lc 3,1-6

Questa seconda tappa di Avvento ci pone dinanzi tre testi della Scrittura che vogliono scuotere i nostri cuori di credenti di fronte all’opera di salvezza di Dio in questo oggi della storia. Sono testi che ancora ci invitano, come già Gesù nell’evangelo di Luca della scorsa settimana ad alzare il capo (cfr Lc 21,28) per vedere davvero come Dio è all’opera ed è fedele. È necessario rendersi conto che il Signore opera e bisogna dargli credito ed accogliere il suo venire.

La venuta finale del Figlio dell’Uomo, che attendiamo con vivo desiderio, è preparata in ogni oggi della storia dagli uomini e dalle donne che si rendono conto per davvero dell’opera di Dio e che tutto predispongono in loro per l’avvento promesso. Sono gli uomini e le donne così che “accelerano” la venuta del Signore.

Già il profeta Baruc nel suo oracolo, che oggi costituisce la prima lettura, annunzia che Dio, nel suo amore, opera su quel territorio che separa la terra dell’esilio dalla Terra Promessa; siamo al tempo della deportazione in Babilonia e l’oracolo di speranza di Baruc proclama al popolo che il Signore ha stabilito di riempire le valli e di abbassare i colli che si frappongono tra Lui e il suo popolo che è nel dolore dell’esilio.

L’Evangelo riprende questo tema mostrandoci Giovanni il Battista, una delle grandi figure dell’Avvento. Giovanni è colui che ci è dato, in questa seconda domenica di Avvento, come icona potente dell’atteggiamento che il discepolo di Cristo deve assumere per preparare il terreno per la Venuta del Signore. Se è vero, come diceva Baruc, che è il Signore che prepara il suo venire, è vero anche che la venuta misericordiosa e liberatrice del Signore necessita dell’apertura della nostra libertà alla sua opera.

Il testo dell’Evangelo di Luca inizia con un ampio preambolo storico; come mai? Perché Luca ci tiene tanto a collocare storicamente l’apparire del Battista? L’Evangelo ci mostra un mondo problematico in cui la politica è oppressione e sfruttamento, in cui i potenti si spartiscono la terra del popolo (i figli di Erode posti da Roma a godere dei privilegi e ad esercitare un potere!), da un punto di vista religioso c’èun sacerdozio corrotto e complice dei poteri mondani in cui allignano intrighi e compromessi (Luca allude ad Anna che rimane come una “eminenza grigia” dietro al genero Caifa). Insomma una situazione generale veramente avvilente …

In questa situazione c’è però una cosa nuova che Dio fa: La parola di Dio cade su Giovanni, figlio di Zaccaria. Insomma c’è un uomo, Giovanni, che non si lascia trascinare da quel fiume di fango e di miseria della storia in cui vive; c’è un uomo, Giovanni, che non si tira indietro dinanzi alla Parola che cade su di lui, un uomo che non ricusa di abitare nel deserto per poter essere terreno per la Parola di Dio, per viverla ed annunziarla agli altri.

Così il Battista sarà capace, in quel luogo marginale che è il deserto, di dire una parola che chiede conversione e vie aperte al venire di Dio. Per lui Luca cita un oracolo dal Libro di Isaia che risale al tempo dell’esilio babilonese, un oracolo che spalanca le porte della speranza su di una possibilità: il ritorno! Un ritorno che certo sarà dono di Dio ma che ha bisogno di una parte che il popolo deve fare. Guardi a Giovanni e il popolo vedrà una via: Giovanni è uno che ha osato, in quella storia di dolore e di lontananza da Dio, mettere il proprio cuore alla dura scuola del deserto. Lì, nel deserto, in un luogo marginale rispetto ai grandi centri del potere politico e religioso, la voce di Giovanni risuonerà; nel deserto, luogo carico di memorie di salvezza in cui conta l’affidarsi

pienamente a Dio, luogo in cui non si è distratti dalla mondanità. Dal deserto in cui Giovanni alza la sua voce ci sarà una “ripartenza”, un nuovo inizio della storia di salvezza.

L’oracolo di Isaia che si rende visibile in Giovanni il Battista risuona oggi per noi e ci grida che ciò che ostacola Dio, la sua opera di salvezza, il mondo nuovo, non è fuori di noi (certo, le situazioni politiche ed “ecclesiastiche” pesano e sono colme di principi di morte!), ma è dentro di noi!

È lì che Giovanni chiede a chi lo ascolta di lavorare: dentro! Insomma i monti da abbassare e i burroni da riempire ci riguardano. Sono rischi e pericoli da affrontare personalmente; quei monti e quei burroni sono l’orgoglio e la depressione che ci afferrano tante volte! Chi entra nell’orgoglio o nella depressione di un “io minimo” è in condizione di menzogna e di cecità. Un’idea superba di sé o un “io minimo” hanno la stessa terribile origine: non vedere Dio e la sua opera.

È nel cuore di ciascuno che deve iniziare la rivoluzione che diventa il terreno di accoglienza al Veniente.

Le parole di Isaia con cui Luca legge la figura e la missione del Battista hanno una meta ben precisa: rendere diritte le vie. Cioè? Ci vuole un cuore retto, un cuore purificato per poter vedere la salvezza e il Dio veniente (cfr Mt 5,8)!

Chi ascolta questa parola “dal deserto” ha una responsabilità e nei confronti della Parola stessa che gli è andata incontro e verso ogni carne (così alla lettera Luca 3,6: E ogni uomo (ogni carne) lo vedrà!).

Ciascuno di noi deve farsi convinto che la sua mancanza di conversione, i suoi colli elevati o le sue valli depresse sono ostacolo alla salvezza. Sono ostacolo a che ogni carne veda l’opera di Dio e la desideri per sé, per la sua vita. Un cuore convertito, un cuore capace di lasciarsi afferrare dalla Parola, come quello di Giovanni il Battista, è invece narrazione di Dio e della salvezza che Li può operare.

Convertirsi è preparare la venuta del Signore, è essere pronti per Lui!

Siamo pronti per Lui?

Lui verrà ma noi, oggi, siamo pronti?

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Voce di uno che grida nel deserto, affresco seconda metà del sec XIII.

(Parma, cupola del Battistero)

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