SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ger 17, 5-8; Sal 1; 1Cor 15, 12.16-20; Lc 6, 17.20-26

In Gesù Dio si è fatto vicino agli uomini e tra gli uomini ha fatto una scelta, quella dei poveri, degli ultimi, di quelli non possono accampare proprie grandezze e meriti, di quelli che non possono essere pieni di altro se non del loro bisogno di altro!

Luca è particolarmente impegnato a farci giungere questo messaggio: l’Evangelo di Betlemme è cantato dagli angeli ai poveri pastori chiamati a riconoscere un segno povero e contraddittorio di ogni fantasia su Dio; al Tempio al quarantesimo giorno dalla sua nascita Gesù è accolto dai poveri che attendono la redenzione di Gerusalemme, fragili e forti nella loro vecchiaia, nella Sinagoga di Nazareth Gesù si presenta come il profeta inviato ad evangelizzare i poveri e viene subito annoverato tra i perseguitati tanto che vogliono ucciderlo; al Giordano Gesù si mette, senza timore, nella fila della povertà più estrema, in fila con i peccatori … Oggi ascoltiamo la beatitudine dei poveri che apre il discorso fondativo di una comunità che voglia seguirlo.

Tutto l’Evangelo di Luca proseguirà così in una lettura commossa della scelta d’amore di Gesù per i poveri … i poveri sono coloro che Gesù incontra (i tanti ammalati, la peccatrice del capitolo 7 e così via fino al ladrone appeso con lui alla croce), di poveri sono le figure che fioriscono dalla sua fantasia quando narra tante delle sue parabole (pensiamo al povero Lazzaro in 16,19-31; ai poveri chiamati al banchetto rifiutato in 14,21; alla vedova che non riesce ad ottenere giustizia in 18, 1-7; al pubblicano al Tempio in 18, 9-14 e così via). Per Luca i poveri sono “i poveri” e basta, senza altra specificazione come aveva scritto Matteo dicendo i poveri nello spirito. Luca intende per poveri curvati, gli oppressi … la parola greca che è usata significa nullatenenti, chi è “ptochòs” è chi non ha davvero nulla e per quanto possa affaticarsi rimane sempre senza alcun possesso … di conseguenza vive di dipendenza e sottomissione, è in una condizione che lo porta a nascondersi, a rannicchiarsi su di sé: il verbo da cui deriva il termine “ptochòs” (povero, pitocco appunto) ha questo significato. Insomma sono poveri reali, che hanno fame, piangono, sono in balìa di tutti, oppressi, deboli e sfruttati; sono incapaci di difendere la loro dignità. Su di loro, però, Dio ha posato il suo sguardo, per loro interviene; per questo sono beati!

Gesù non proclama beatitudine la miseria che è sempre frutto della malvagità dell’uomo ma causa della beatitudine è la scelta di Dio che li fa protagonisti di una nuova storia.

I grandi, i ricchi, i potenti, gli arroganti, i violenti, i sazi, i gaudenti, gli idolatri dell’effimero e gli schiavi del mondo credono di essere loro i costruttori e i padroni della storia, il mondo li applaude e li fa ciechi e sordi  incapaci di rendersi conto di essere loro stessi gli alleati più formidabili di ciò che più di tutto temono: la morte; il Regno di Dio è invece di coloro che essi tengono sotto i piedi …

La contrapposizione tra la beatitudine e quel “guai” (che dovremo cercare di capire) è che le due categorie vivono diversamente il rapporto con la loro vita, con il presente, con al storia: Per quelli che sono ricchi, sazi, gaudenti il presente è chiuso in sé, basta a sé; non hanno mancanze, non hanno vuoti e, di conseguenza, non hanno neppure attese, desideri, speranze … la loro situazione di sazio benessere li rende maledettamente idolatri, la loro idolatria imprigionante è paradossalmente la loro autosufficienza! Gli altri, quelle che Gesù proclama beati, sono quelli che, sperimentando dei vuoti, delle mancanze vivono, anche questi paradossalmente, un presente aperto perché colmo del desiderio, dell’attesa, dell’appassionata ricerca del cambiamento, della disponibilità a lottare per questo. In chi è così si sviluppa la capacità di fidarsi, di affidarsi; chi è sazio e ricco si chiude in se stesso e crede di essere onnipotente, chi è povero è aperto e disposto a fidarsi.

La  miseria di questi ricchi è paradossale e Gesù non può che dire il suo Ahimè su di loro; forse è meglio tradurre così invece di guai … è infatti un lamento pieno di pietà per chi vive e vuole vivere nell’inganno; è un grido pieno di dolore che desidera far breccia in quei cuori induriti. Già i profeti usavano questa espressione per indicare che sta per incombere un giudizio che però può ancora essere evitato se ci si converte … è dunque un ahimè, è come dire poveri voi!  Gesù sa che anche ai ricchi è possibile una conversione se si lasciano incontrare da lui: Zaccheo ne sarà l’esempio lampante. Sceso dal suo sicomoro Zaccheo, il ricco pubblicano, condividerà e farà giustizia e allora la salvezzaentrerà sotto il  suo tetto (cfr Lc 19, 1-10).

Già Geremia aveva proclamato (prima lettura) l’infelicità di coloro che confidano in se stessi, nel mondo; un uomo così ha radici senza speranza, il povero, invece, può confidare solo in Dio e questo è la sua salvezza.

Questa è una verità di salvezza e l’Evangelo proclama con chiarezza che Gesù stesso è il povero, il perseguitato, è l’ affamato di giustizia, è colui che già in questo discorso delle beatitudini è il piangente per la miseria dei ricchi, dei sazi, dei ridenti, di quelli a cui tutti si inchinano. È il piangente che sa dire ahimè. Gesù è l’icona delle beatitudini, è il povero che nell’estrema povertà della croce si consegnerà tutto al Padre; Luca pone sulle labbra del Crocefisso quel dolcissimo Padre, nelle tue mani consegno la mia anima. Certo, per Luca, Gesù è il povero che non ha rifugio se non in quelle mani paterne che egli sa che ci sono anche se lì sul Golgotha non le vede … Gesù nella povertà estrema della croce è lui stesso il Regno! Un Regno che si consegna  a quelli che lo seguono in una via di umile ma vera alternativa al mondo e alle sue vacuità.

La beatitudine che Gesù pronuncia per i poveri  non è al futuro, è al presente: già oggi i poveri hanno il Regno! Hanno il Regno perché, fiduciosi di Dio, gli danno spazio e trono nella loro vita, una vita in cui non c’è altra possibilità di senso se non in Dio.

Questa parola che oggi viene a cercarci è una parola radicale, è un aut-aut. Va presa così altrimenti il rischio è immenso: è il rischio tutto mondano di pretendere di conciliare le proprie vedute, esigenze e conquiste con l’ Evangelo.

L’alternativa è o conciliare scegliere!

Oggi il mondo suggerisce che lo scegliere è integrista, che bisogna sempre rimanere sulla soglia per non essere giudicati  fanatici; il mondo ama le mezze misure perché quando diventa impossibile conciliare l’inconciliabile diviene inevitabile voltare le spalle al Cristo ed al suo Evangelo o renderlo irriconoscibile in una contraffazione vergognosa.

Oggi viviamo un tempo in cui alcuni si parano dietro all’Evangelo per scacciare i poveri, per respingerli, per chiudere le porte e i porti! Vergogna! Non si può mischiare l’Evangelo e la bieca volontà di salvare se stessi… ci si prepara a creare leggi per autorizzare a “difendersi”, ad “armarsi” contro l’altro, il diverso … foss’anche un aggressore … l’Evangelo non dice così! L’Evangelo è netto … non concilia l’inconciliabile! Ci chiede di scegliere!

La sfida è grande: scegliere o la pretendere di conciliare! Che faremo?

La scelta è tra una parola che ci porta a casa: Beati! ed una parola che ci proclama dolorosamente abitanti di un freddo lago di non-senso: Ahimè.

Il problema è credere che la ricchezza del mondo è miseria e la vera povertà fatta di condivisione e giustizia è beatitudine, il problema è credere al mondo o all’Evangelo.

 

    P.Fabrizio Cristarella Orestano

Rembrandt: Volto di Cristo (1640 ca.)

 

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