VENTICINQUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

“Se mi scegli fin dove si spinge la tua scelta?”

Am 8, 4-7; Sal 112; 1Tm 2, 1-8; Lc 16, 1-13

 

L’Evangelo di oggi purtroppo si ferma al versetto 13 mentre i versetti 14 e 15 sarebbero molto utili alla comprensione del tema che Gesù affronta in questo capitolo dell’Evangelo di Luca. Dicono questi due versetti: I farisei che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffa di lui. Allora disse loro: “Vi fate passare per giusti agli occhi della gente, ma Dio conosce i vostri cuori, perché quello che gli uomini esaltano è detestabile davanti a Dio”. Il greco è ancora più pungente: i farisei che erano “philàrghiuroi”, cioè amanti del denaro, amici del denaro. E’ cosi. Il mondo (anche il mondo che entra nella Chiesa, anche i credenti mondanizzati!) si fa beffa di chiunque voglia impostare un discorso evangelico circa l’uso del denaro, della ricchezza. Quando si tratta del denaro tanti uomini pii perdono tutta la loro “pietas” e diventano pratici (sì, si dice così per giustificarsi quando si mette tra parentesi l’Evangelo per i propri interessi!). La dichiarazione seguente di Gesù che ciò che gli uomini esaltano è detestabile davanti a Dio, ha una forza che dovrebbe far riflettere e sarebbe bene farla risuonare nella liturgia in questi tempi in cui pare che l’avere, il possedere, la forza perversa dell’economia abbia il primato su tutto, in questo tempo in cui l’ “utile”, il fattuale, il “concreto” pare sia il culmine degli interessi degli uomini, della società, della politica … questa ormai è del tutto sottomessa al “mercato” e alla logica del danaro. Anche nella Chiesa serpeggia questa logica anche se “decentemente” ben mascherata; anche nella Chiesa l’ “utile” pare sopravanzi su tutto: anni fa mi sentii dire da un altissimo luogo della Chiesa italiana che “i monasteri sono inutili” …

Il capitolo sedicesimo di Luca è uno di quei testi che fanno ridere il mondo che, c’è poco da fare, è philàrgiuros, è amico, amante del denaro! …

Questo temine, nella tradizione orientale, è il termine che si usa per definire quello che in occidente è il vizio capitale dell’avarizia: la philarghiuria. Un vizio che è la perversione del nostro rapporto con le cose e dunque, in primis, con ciò che permette l’acquisizione di molte cose: il danaro.

Gesù si scontrerà più volte con la forza ambigua del denaro: pensiamo al giovane ricco che se ne va via da Lui molto triste perché aveva molte ricchezze (che straordinaria ironia ha l’Evangelo! cfr Mc 10, 22), pensiamo anche che Gesù stesso alla fine è stato messo a prezzo di denaro e venduto per trenta monete.

Gesù sa bene che la ricchezza è sempre disonesta: non ha paura a definirla così, senza mezzi termini e senza distinguo; l’accumulo è sempre disonesto perché ogni accumulo corrisponde alla povertà di qualcuno! C’è davvero poco da fare: più si accumula e più si creano poveri! E allora? Quale il rimedio? Gesù lo dice alla fine di questa “strana” parabola dell’Amministratore disonesto: Fatevi amici con la “disonesta” ricchezza”. Chi sono questi amici che bisogna crearsi? Sono i poveri! Ci si mette al riparo dalla disonestà della ricchezza riequilibrando le cose con la condivisione! Per l’Evangelo il rapporto con le cose, con l’avere, è regolato dalla legge assoluta della condivisione. La condivisione è la via sapiente per camminare sulle strade del Regno.

L’amministratore disonesto è lodato dal padrone, che pure è stato truffato due volte (e chissà quante volte!) perché l’amministratore è stato scaltro. E’ la scaltrezza che è lodata e Gesù fa sua questa lode con una forte amarezza: questo figlio della tenebra è stato tanto scaltro per salvarsi la pelle; perché il figli della luce non sono altrettanto scaltri per la causa del Regno?

            C’è un solo modo per essere scaltri: volgere lo sguardo ed il cuore ad un’altra amicizia, ad un altro amore. O si è amici della ricchezza o si è amici dei poveri (Fatevi amici con la disonesta ricchezza!). L’alternativa, forse – e alcuni Padri lo sottolineano – è l’amicizia con Dio (infatti, scrivono questi autori, è Lui che accoglie nelle dimore eterne!). L’aut-aut qui è, come sempre nell’ Evangelo, radicale e Gesù lo afferma con il celebre detto che segue: Non si può servire a due padroni…non potete servire a Dio e a Mammona. La nuova versione della CEI dice: a Dio e alla ricchezza spiegando al parola originale che è una parola semitica che va decodificata e certamente si riferisce alla ricchezza ma tradurre tout-court con “ricchezza” fa perdere una sfumatura che tanto sfumatura non è e che, evidentemente Gesù voleva farci sentire. Infatti “mammona” (che è termine che nella Bibbia appare solo in questo capitolo ed in Matteo 6,24) è una parola terribile perché ha radice in un verbo ebraico importantissimo nella Scrittura, il verbo aman (da cui amen) che è il verbo della fede, della fiducia, della sicurezza in cui tutto si può fondare; mammona e allora la ricchezza a cui consegno tutta la mia fede, la mia fiducia, la mia sicurezza. Chi è servo di mammona lo è perché si fida di mammona, ha fede in mammona; più chiaramente possiamo dire che il suo dio è la ricchezza!

Ecco perché Gesù contrappone con fermezza Dio e mammona. E’ impossibile servire tutti e due; si può solo amare uno ed odiare l’altro perché chi ama davvero Dio odia mammona che da Lui lo separa, odia mammona perché si fida di un altro, in Lui mette la sua sicurezza; se ama mammona odierà Dio perché Lui gli chiede di condividere, di usare il denaro per farsi amici i poveri, odierà Dio perché dio gli chiede di cambiare mente e di usare il denaro e non di essere usato dal denaro diventandone schiavo. Gesù ha chiamato con durezza la ricchezza “disonesta” non solo perché è ingiusta nella sua origine e nell’uso che se ne fa ingenerando oppressione e dunque odio ma anche perché è profondamente ingannevole, promette e non mantiene; promette pace e poi delude, promette sicurezza e fa vivere nell’affanno continuo e nella paura. A tal proposito S. Gregorio Magno scrive, nel suo trattato sui vizi capitali che l’avaro è il più infelice degli uomini “perché soffre per accumulare, soffre per conservare e soffre perché morendo tutto deve lasciare”. Già il Siracide metteva in guardia dalla “philarghiuria” quando dice: “Tra il comprare ed il vendere si insinua il peccato” (Sir 27,1-3) oppure quando scrive precisamente ciò che dirà Gesù: “Non porre fiducia nella disonesta ricchezza perché non ti soccorrerà nella sventura” (Sir 5,8). Il problema è che spesso si è ingannati proprio da questa idea: la ricchezza soccorre e sostiene nella difficoltà; è così non si condivide.

L’Evangelo chiede con forza questa via e prima o poi nelle nostre vite di credenti viene l’ora in cui Dio chiede questa condivisione, non più a chiacchiere e con bei discorsi pii ma con una concretezza tale che tocchi i nostri beni materiali (certamente come quelli spirituali…ma non solo perché con i beni spirituali siamo capaci di grandi mistificazioni!). Certamente viene quest’ora e sarà un’ora in cui tutti i cammini di sequela vengono autenticati; finché la fede è fatta di preghierine per i poveri e di belle parole puzza ancora di ipocrisia o di immaturità, quando si compromette fa il salto verso la libertà e l’autenticità.

Il salto però va fatto solo per amore nei confronti di Cristo, solo perché si vuole essere davvero suoi discepoli, solo perché si è capito finalmente dov’è il vero tesoro.

Benedetta quell’ora in cui Cristo ci chiede: se mi scegli fin dove si spinge la tua scelta?

 

 

 

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