VENTISEIESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

“La lotta è possibile solo in quella signoria di Cristo che va accettata senza riserve”

Am 6, 1a.4-7; Sal 145; 1Tm 6,11-16; Lc 16, 19-31

Ancora sul denaro.

Siamo all’interno di una sezione dell’Evangelo di Luca centrato sull’uso delle ricchezze e sul valore dei beni e sul modo per fuggire agli inganni delle ricchezze, alla loro disonestà; per Gesù la via, lo vedevamo la scorsa domenica, è solo una: la condivisione. E se l’evangelo dell’amministratore disonesto ci porta a considerare l’uso retto delle ricchezze, la parabola di oggi i gravi pericoli delle ricchezze.

Le parole di Amos, nella prima lettura, sono forti, dure, hanno il suono della profezia che grida parole scomode, parole che giudicano. Amos grida facendosi eco del dolore del Signore soprattutto per l’indifferenza dei ricchi, dei benestanti (in senso ampio e in senso letterale, cioè quelli che stanno bene, sicuri, riparati, certi del loro potere) tanto stolti da credere che la loro condizione sia definitiva ed inamovibile.

Non si illudano: il Signore depone i potenti dai troni (Lc 1,52) e cesserà l’orgia dei dissoluti! I sazi continuano ad ingannarsi, sono stolti e ciechi; stolti perché si sopravvalutano e ciechi perché incapaci di vedere altro che la loro condizione, incapaci di vedere la miseria degli altri.

La parabola del ricco e del povero Lazzaro è una straordinaria narrazione di questa situazione che ogni giorno appesta il mondo e ferisce l’umanità. Sì, ogni giorno l’indifferenza uccide, ogni giorno il potere del denaro è morte dolorosa del povero, è morte dannata per il ricco, è morte della fede in Dio per chi confida nel denaro, per chi dice il suo Amen al denaro (ricordiamo il senso terribile della parola Mammona!). La ricchezza smodata, inoltre (anche se non è il caso del povero Lazzaro della parabola) fa un’altra cosa tremenda: genera odio; l’odio degli oppressi e degli schiacciati, l’odio di chi sente giustamente la sua altissima dignità di uomo ed è costretto ad umiliarsi, a cercare le molliche con cui i ricchi si puliscono l’unto delle mani (sono queste le cose che cadono dalla mensa del ricco nel racconto di Luca!) per sfamarsi. E noi dovremmo fare tanta attenzione a ciò che genera odio; ciò che genera odio è il grande peccato … purtroppo pare che noi simo attenti a tanti peccati ma non badiamo a questo che è il più tremendo: generare odio nel mondo! Terribile!

Questa è l’unica parabola dell’Evangelo tutto in cui uno dei protagonisti ha un nome: Eleazar (Lazzaro) che significa Dio aiuta; ha un nome che rivela il suo cuore: si fida di Dio, del suo aiuto. E’ nelle mani di Dio. L’altro non ha nome, si fa definire dal suo oro: è un uomo ricco. Questi non compie azioni malvagie verso Lazzaro, è solo distante, indifferente, immerso nella sua orgia da dissoluto; veste come un re e non è un re: l’unico signore della sua esistenza è lui stesso. Lazzaro è lì e il ricco non se ne cura, lo ignora: il mondo è lui! La sua malvagità è più subdola di quella di un brigante che uccide, produce ugualmente piaghe e dolore. Lazzaro soffre per le piaghe e per il desiderio sempre frustrato di sfamarsi; non pretende di sedersi a quella mensa, vorrebbe solo, come dicevo,  le molliche di pane che il ricco usa per pulirsi le mani dopo aver mangiato (le posate non esistevano!)…

Ma l’orgia del ricco finisce ma finisce anche il dolore di Lazzaro. Viene la morte che però non livella; i due tornano in una situazione di disparità ma capovolta: Lazzaro è portato dagli angeli nel seno di Abramo, il ricco è sepolto e sta nell’inferno. La differenza dei due verbi è importante e già mostra, con il tocco sapiente e raffinato di Luca, il capovolgimento delle situazioni. Si badi che qui Gesù non vuole descrivere l’oltretomba, l’aldilà, vuole invece parlarci del giudizio di Dio su ciò che noi viviamo nell’aldiquà! Notiamo che nell’Evangelo Gesù non ha parole chiare e nette su altri peccati (che pure interessano tanto alla nostra morale!) ma ha parole terribili sull’accumulo della ricchezza come sull’ipocrisia. Vorrei davvero fare per tutti noi un serio esame del cuore per verificare come noi siamo ipocriti a scagliarci su certi peccati e poi tolleriamo, con quiescente compiacenza, le logiche dell’accumulo e della ricchezza! Al versetto 15 di questo capitolo Gesù dice con spietata sincerità che questo accumulo che è la “philarghiuria” è “detestabile agli occhi di Dio”!

Torniamo alla parabola: nella sua nuova situazione di desiderio (ha sete) il ricco finalmente vede Lazzaro accanto ad Abramo. Non l’aveva mai visto, i suoi occhi non si erano fermati sulle sue piaghe e sul suo desiderio di sfamarsi…ora lo vede e subito ancora mette davanti i suoi desideri: Lazzaro dovrebbe andare da lui a spegnergli l’ardore della sete. Vuole che Lazzaro sia al suo servizio! In vita l’ha ignorato, non si è accorto di lui e del suo dolore e ora lo vorrebbe suo servo, servo dei suoi desideri e bisogni, servo della sua sete … in vita non gli era importato nulla della sua fame e della sua sete, ora pensa di servirsi di lui. Abramo, loro padre comune, che ora è il suo interlocutore, nega questa possibilità. Si badi bene che il no di Abramo non è una vendetta, non è un occhio per occhio, dente per dente, non è la punizione perché non ha soccorso Lazzaro. No! Abramo spiega che ora si è stabilita un’impossibilità, c’è un abisso tra il ricco ed il seno di Abramo ove Lazzaro è consolato. L’abisso l’ha creato l’indifferenza, l’abisso l’ha creato quella ricchezza colpevole nella quale si è abbandonato e dalla quale si è lasciato stordire e rendere cieco ed insensibile. L’abisso non è più valicabile. E’ finita l’orgia del dissoluto che ora raccoglie l’orrore che ha seminato; questo strano dannato (si vede che è un parto della fantasia di Gesù e dell’evangelista e che non è un vero dannato) si preoccupa della sorte dei suoi fratelli ricchi che ora sa che sono su una via mortifera. Per loro chiede un miracolo. Abramo chiarisce che non servono miracoli perché hanno già dove volgere lo sguardo: hanno la Scrittura, lì il popolo dei figli di Abramo ha la via, lì devono tendere l’ascolto, lì devono prestare obbedienza. Nessun risorto da morte converte il cuore se non si ascolta la Scrittura! Anche lui, il ricco, aveva le Scritture ma le ha ignorate come ha ignorato, di conseguenza Lazzaro; aveva le Scritture perché era figlio del Popolo Santo di Dio, tanto è vero che Abramo si rivolge a lui chiamandolo figlio. Il monito è dunque terribile per noi cristiani che cantiamo l’alleluia al Cristo Risorto e Luca certamente non è ingenuo nello scrivere queste parole e nel metterle sulla bocca di Abramo e quindi di Gesù che narra la parabola. L’ascolto della Scrittura rende possibile la fede nel Risorto e non il contrario.

Nell’ultimo capitolo del suo Evangelo lo stesso Luca ci narra che i due discepoli di Emmaus riconoscono il Risorto solo dopo averlo ascoltato spiegare le Scritture. Senza l’ascolto vero quel viandante rimarrebbe solo un compagno di viaggio capace di molte chiacchiere.

Ascoltare le Scritture ci dà la possibilità di sfuggire ai pericoli delle ricchezze che soffocano e seminano morte. Ascoltare le Scritture significa dare a Dio ed al suo parlare la signoria sulla nostra esistenza e se Lui è il Signore non ci saranno asservimenti alle orge, alle ricchezze, all’idolatria di sé e dei propri desideri che diventano legge a costo d’essere ciechi sulle piaghe, le attese ed i legittimi bisogni degli altri, dei poveri, dei dimenticati. Il ricco della parabola, se ci pensiamo bene, non è nemico di Dio, non fa nulla contro di Lui, probabilmente compie anche degli atti di culto, il ricco non opprime neanche il povero, non fa nulla contro Lazzaro … semplicemente non lo vede … ecco il grande pericolo del vivere “da ricco”; è stato reso cieco ed indifferente … alla fine non riesce neanche a vedere Dio perché non lo ascolta … per accorgersi di Dio e dei poveri non si può vivere “da ricchi”. Dio è proprio “altro” da lui, dei poveri Dio non si dimentica, per loro è aiuto (“Eleazar”, “Dio aiuta”), è per loro consolazione e speranza.

Questa domenica ogni assemblea cristiana è chiamata a fuggire l’avidità che è rovina e perdizione. Spiace che la nuova versione della CEI non traduca con “fuggi” l’imperativo greco “feughe” ma attenui con un blando “evita”. E spiace anche che il testo della Prima lettera a Timoteo inizi solo al versetto 11 senza farci leggere il precedente in cui si specifica da cosa Timoteo deve fuggire. I versetti 7-10 parlano dell’inganno della ricchezza e dei molti desideri insensati ed inutili che aggrediscono il cuore del ricco. Paolo specifica che la ricchezza affoga e che l’avidità è radice di ogni male: Alcuni presi da questo desiderio (del denaro) hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti. Per questo Paolo dice con molto calore al discepolo Timoteo: Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose! e poi ancora parla di una realtà della vita cristiana su cui più volte abbiamo meditato: la lotta. Infatti Paolo scrive: Combatti la buona battaglia della fede!

La lotta è possibile solo in quella signoria di Cristo che va accettata senza riserve.

Il ricco della parabola, ma come lui tutti i ricchi che si fidano delle loro ricchezze e sono ciechi e lontani dagli altri, è precipitato in un inferno abissale perché aveva un “signore” che gli ha messo catene pesanti, forse d’oro, ma catene che l’hanno tenuto ben ancorato alla terra che era stata, con le sue ricchezze, il suo solo orizzonte. E vi è rimasto prigioniero! Dinanzi a tutto questo risuoni forte l’imperativo di Paolo: Fuggi!

 

 

 

 

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