III Domenica di Quaresima – Cristo, alleanza definitiva e gratuita

ALLEANZA TRA L’AMORE DI DIO E L’UOMO

Es 20, 1-17; Sal 18; 1Cor 1, 22-25; Gv 2, 13-25

La terza domenica di Quaresima, e le altre che seguiranno fino alla Domenica delle Palme, in questo ciclo liturgico, si discostano dall’evangelo di Marco che quest’anno stiamo seguendo, e ci fanno entrare nel “mondo” del Quarto evangelo.

Un mondo straordinario e profondo che ci richiede una lettura a più livelli e che ci interpella con una narrazione che, mentre è fortemente attaccata alla storia (è il Quarto evangelo che ci permette per esempio, di datare la Pasqua di Gesù con l’indicazione – proprio nel brano di oggi – dei “quarantesei anni” che ci son voluti per costruire il Tempio; Erode iniziò la costruzione del Tempio nel 19 a.C. e quindi ci troviamo nel 28 d.C. e due anni prima della crocifissione di Gesù che così si deve collocare nella Pasqua del 30!), contemporaneamente ci chiede di leggere oltre la storia e di scendere ne profondo delle nostre stesse storie.
Dopo la domenica delle Tentazioni e quella della Trasfigurazione, nelle quali abbiamo visto la debolezza dell’uomo assunta dal Figlio amato in una promessa di luce e di gloria, oggi il cammino quaresimale ci chiede di scendere nelle nostre profondità. Se in Cristo c’è stata alleanza definitiva e gratuita tra l’amore di Dio e ciascun uomo, oggi, a noi battezzati, viene domandato che efficacia ha l’alleanza nelle nostre vite. Che spazio reale, concreto essa ha nei nostri passi, nei nostri giorni, nelle nostre scelte, nello scorrere del tempo che è la nostra vita.
La prima lettura, dal Libro dell’Esodo, ci ha fatto riascoltare i cosiddetti Dieci comandamenti … in realtà non si tratta di un elenco di comandi ma, come giustamente dicono gli ebrei, sono Dieci Parole (in ebraico “D’varim”). Non sono parole che limitano ordinando o vietando ma sono parole che plasmano, che creano, che rivelano la qualità dell’esistenza credente.
Non sono parole che bisogna “osservare”, ma parole da “custodire” (così dice in realtà in ebraico il vesetto 6) perchè palsmino la vita.
Nelle lingue occidentali abbiamo tradotto con l’imperativo dando a queste Dieci Parole il sapore di comandamenti ma l’ ebraico ha, grammaticalmente, l’incompiuto che è una specie di futuro che andrebbe tradotto: “Tu sarai capace di non avere altri dei difronte a me”; “Tu sarai capace di non pronunziare il nome del Signore tuo Dio” … e così via …
Insomma più che un comando è una promessa che ha una premessa importantissima, essenziale al senso delle Dieci Parole: “Io sono il Signore Dio tuo (e noi, quando insegniamo i cosiddetti “Dieci comandamenti” ci fermiamo qui!) che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto!” E’ un’affermazione di liberazione. La libertà è il dono che il Signore ha fatto al suo popolo, una libertà che è la condizione per cui si è capaci di La custodia delle Dieci Parole è allora segno dell’ingresso nell’alleanza; l’alleanza con Dio che è liberazione che rende capaci di essere uomini nuovi.
Solo chi è nello spazio di salvezza può custodire i comandamenti, può fare spazio al dono che Dio gli fa. All’alleanza si risponde con la custodia dell’alleanza e delle parole dell’alleanza, ma non è questa risposta che fa l’alleanza; quando infatti Israele si fece il vitello d’oro , Dio rinnovò l’alleanza senza nulla chiedere. L’alleanza è infatti sostenuta dall’amore di Dio che di continuo vuole risposte che sono per noi verifica di libertà e di amore.
Quelle parole custodite custodiranno l’opera di liberazione in noi e ci permettono di dare spazio a Dio nella nostra vita.
Le Dieci Parole custodiscono sul volto dell’uomo i tratti di Dio.
Il Dio che “grida” queste Dieci Parole ad Israele si rivelerà in tutta la storia della salvezza come un “Dio geloso” e, secondo un celebre Midrash, la parola sul “non avere altri dei difronte all’unico Dio” contiene in sè tutte le altre parole: infatti chi si fa idoli non riconosce il volto di Dio nel volto dell’uomo e chi si fa idoli non riconosce i diritti di Dio sulla sua vita. L’adulterio della sesta parola, in quest’ottica, è icona di ogni idolatria che ruba spazio a Dio nella vita degli uomini.
La gelosia di Dio, diversamente dalle nostre gelosie, che sono paura per noi stessi, paura di perdere chi si ama, è una gelosia che ”teme” per noi; è gelosia che vuole proteggere gli amati dal cadere nelle trappole degli idoli. E’ allora una gelosia liberante e che fa crescere.
Anche nel passo di oggi dell’Evangelo di Giovanni c’è la proclamazione profetica, da parte di Gesù, di questa gelosia liberante di Dio.
Togliamo, in primo luogo, da questo testo tutte le terribili letture moralistiche che pure hanno ammorbato le letture dell’Evangelo, quasi che questo fosse prima un libro di morale; l’evangelo è invece rivelazione di Dio, è annunzio gioioso di chi è Dio e di chi è l’uomo difronte a Dio.
Gesù scacciando i mercanti dal Tempio non fa polemica contro il “commercio sacro”, contro il lucro attorno al “sacro” (questa condanna è tutt’al più una conseguenza dell’annunzio del vero Evangelo!) ma “grida” i diritti di Dio … proclama che c’è uno spazio di Dio che non può essere ingombrato di “altre cose” … Gesù non va al Tempio per riformare la liturgia ed i costumi, va al Tempio, compiendovi questo gesto forte e provocatorio, per dare spazio a Dio in mezzo agli uomini. Il Tempio di Gerusalemme era solo un segno di questo spazio che spetta a Dio nello spazio degli uomini. Questo spazio di Dio è spesso occupato da “altro”…Gesù entrando nel Tempio vede un’ immagine di questa triste realtà; il profeta Zaccaria aveva terminato il suo libro proprio annunziando la “scomparsa dei mercanti dal Tempio” ma non per una “moralizzazione” del culto ma per affermare che finalmente Israele tutto sarebbe divenuto interamente spazio santo di Dio (cfr Zc 14,21). Gesù, compiendo questa parola, afferma che Dio è geloso del suo luogo di dimora; Gesù è venuto a rimuovere ciò che impedisce il dimorare di Dio nell’uomo.
Questo a costo di se stesso.
Lo “zelo ” per la dimora del Signore divorerà Gesù fino allo scandalo della croce di cui Paolo ci ha straordinariamente parlato nel testo della Prima lettera ai cristiani di Corinto . Perchè lo spazio di Dio in ogni uomo sia aperto e sgombero Gesù si fa vittima pasquale per una definitiva liberazione che renderà gli uomini capaci di dare spazio a Dio. Il Quarto Evangelo pone, infatti, questa scena della “purificazione” del Tempio nei giorni che precedono la Pasqua e, bisogna notarlo, Giovanni sottolinea che Gesù scaccia le bestie che venivano usate per i sacrifici con i loro venditori e con i cambiavalute che permettevano ai pellegrini di avere il denaro del Tempio con cui comprare le vittime sacrificali. Ormai non ci sarà più bisogno di quelle vittime, perchè Gesù sarà il vero agnello che prendendo su di sè il peccato del mondo (cfr Gv 1,29) toglierà ogni ingombro dello spazio di Dio.
La polemica che scaturisce da questo gesto violento di Gesù nel Tempio non a caso conduce subito alla croce, al mistero pasquale di morte e risurrezione per cui ci sarà un nuovo “naòs” (“santuario”; al v. 19 non c’è il termine “ierón”, “tempio”), il corpo del Crocefisso, che sarà riedificato in tre giorni ed in cui ogni uomo potrà trovare Dio, in cui ogni uomo potrà avere la grazia di aprire il proprio spazio a Dio, in cui ogni uomo sarà finalmente e definitivamente reso capace di lottare contro ogni ingombro di quello stesso spazio , contro ogni idolatria imprigionante.
Al cuore di questa Quaresima entri Gesù con il suo zelo ardente dentro di noi, entri a scacciare con la sua grazia tutto ciò che impedisce in noi la sua signoria liberante.
Venga a piantare la sua croce nelle nostre vite.
La croce, via costosa di amore, che a Pasqua il Padre dichiarerà di essere vita senza fine , è il vero segno che purificherà i cuori e li cambierà. La stoltezza della croce ci farà capaci di essere immagine del Figlio, l’uomo nuovo, l’uomo vero.
Celebrare Pasqua è immettersi in questa dinamica di libertà.

II Domenica di Quaresima – La Trasfigurazione, rivelazione della Pasqua

IL VEDERE E’ POSSIBILE SOLO NELL’ASCOLTO

  –  Gen 22, 1-2.9a.10-13.15-18; Sal 115; Rm 8, 31b-34; Mc 9, 2-10  –

 

La seconda tappa della Quaresima ci consegna una scena luminosa in cui pare che tutto punti alla “visione ” ed invece, poi, tutto prende altre strade.
Siamo al cuore dell’Evangelo di Marco, dopo la domanda che Gesù ha posto ai suoi: Voi chi dite che io sia? (cfr Mc 8, 29) … una domanda che non vuole risposte “di seconda mano”, una domanda che genera ancora domande … La risposta di Pietro, Tu sei il Cristo! è risposta che certo dice una verità, ma una verità che rimane ambigua; per Pietro, infatti, che significa essere il Cristo?

Altre domande … e le risposte che man mano emergono non sono quelle che Pietro si aspetta, nè quelle che si aspetta il comune senso “religioso” degli uomini. La risposta è la vicenda pasquale di Gesù, vicenda di rigetto, di umiliazione, di debolezza, di amore che non si spaventa di perdere se stesso … vicenda di un Dio che, come Abramo, porta il suo unigenito sul monte del sacrificio, in una scelta di dolore senza confini, una scelta di fedeltà all’uomo; se infatti Abramo porta Isacco sul monte in obbedienza a Dio, Dio Padre “porta” il Figlio amato sul Calvario in obbedienza all’uomo e alla sua storia, in obbedienza ad un amore per la sua creatura che, o è condivisione e compromissione o amore non è.
La Trasfigurazione è l’ora in cui il Padre ci dona una rivelazione tutta puntata sulla Pasqua; rivelazione che quella debolezza, quella morte, quell’umiliazione, che Gesù ha cominciato ad annunziare ai suoi, non saranno sconfitta ; bisognerà leggerli in una luce che spalanca gli orizzonti di Dio alla fragilità della nostra umanità; quella via di umiliazione, quell’attraversare i deserti dell’uomo (come abbiamo ascoltato domenica scorsa nell’Evangelo delle Tentazioni di Gesù ) non sono estranei alle promesse di Dio!
Non si inganni Pietro…Gesù può essere il Cristo pur scendendo nel profondo del dolore e della vergogna; anzi lo sarà proprio per questo!
Sul Tabor (monte individuato come quello della Trasfigurazione), Mosè ed Elia, con la loro presenza, dicono chiaro che Gesù non è nemico della Torah (come avevano insinuato più volte nell’Evangelo, fino a questo punto, Scribi e Farisei!), ma Gesù non è neanche Elia (come qualcuno pure diceva!) perchè lo vediamo di fronte ad Elia; Gesù è il Figlio in cui c’è tutta la bellezza di Dio. Una bellezza che sa assumere l’orrore della storia e lo farà per una via di amore e di vera compagnia con l’uomo. I tre discepoli che Gesù “assume” con sè (il verbo greco è “paralambàno”) erano già stati testimoni della potenza di Gesù dinanzi alla debolezza della morte della figlia di Giairo; lì Gesù, toccando il cadavere della bambina, assume l’impurità della morte e così dona la vita…alla fine dell’evangelo saranno ancora testimoni dello sprofondare di Gesù nella debolezza estrema del Getsemani…ora qui sul Tabor devono “vedere ” la debolezza di Gesù avvolta dalla gloria, devono capire che quella debolezza di Dio non contraddice le promesse dell’Alleanza ma le compie…E c’è una visione ma una visione che è un lampo passeggero…la vita credente non resta nello spazio della visione
Pietro, come al solito, esprime l’immediata reazione dell’uomo comune: Facciamo tre tende … pensa che la vita possa risolversi in quella condizione che, contemporaneamente lo spaventa e lo avvince…Appena Pietro dice queste parole la nube li avvolge e la visione cessa. La nube è un richiamo alla gloria del Signore; infatti la nube accompagna l’Esodo dall’Egitto, la nube riempie il Tempio quando queso viene dedicato (cfr 2Re 8, 10-13)… la nube cela e rivela; e infatti così avviene sul monte della Trasfigurazione; essa cela la visione ma da essa giunge la vera rivelazione; è la risposta del Padre circa la domanda sull’identità di Gesù: Questi è il Figlio mio, l’amato; una parola che il Padre aveva già detta al Giordano ma rivolta direttamente a Gesù: Tu sei il Figlio mio, l’amato.
Qui sul Tabor però la voce del Padre dice ancora una parola che è essenziale: Ascoltatelo! Insomma non è la visione che farà la vita dei discepoli quale vita nuova ma sarà l’ascolto. Nel Quarto Evangelo Gesù dirà: Le Scritture mi rendono testimonianza (cfr Gv 5,39); è nell’ascolto della Scrittura che il discepolo potrà trovare la via quotidiana per assumere lo splendore che Cristo può e vuole donare a chi sceglie le vie che Lui stesso ha scelto, vie di condivisione, di compromissione con gli amati, via di contraddizione delle attese del mondo.
Sul Tabor la visione ci è data, vorrei dire, per negare la visione come via di comprensione ed assunzione dell’Evgangelo di Gesù! Ci è rivelato un volto che però si può contemplare davvero solo nell’ascolto! E’ quel paradosso che i Padri, commentando la visita dei pastori alla mangiatoia di Betlemme, proclamano con un’espressione ricca di richiami: “Andarono e videro la Parola”.
Il vedere è possibile nell’ascolto. E’ paradossale ma è così.
Il pretendere altro è sviante…
I tre rimangono con questa parola nel cuore: Ascoltatelo! Una parola che desidera cuori che si aprano all domanda sempre ulteriore in cui la ricerca del Volto di Dio appaga e mette sete, in cio la bellezza del volto del “più bello tra i figli dell’uomo ” (cfr Sal 45,3) sarà visibile a pieno nella “bruttezza” del volto del Crocefisso. Non a caso l’ultimo che dirà chi è Gesù sarà il centurione che ai piedi della croce, proprio dinanzi a quel volto di morto, dirà “Davvero quest’uomo era figlio di Dio !”
Questa seconda tappa di Quaresima ci dona allora ancora una via di lotta perchè l’uomo nuovo possa sfolgorare in noi: la via dell’ascolto umile e quotidiano della Parola contenuta nelle Scritture. Per fare questo non c’è bisogno delle tre tende straordinarie che Pietro vorrebbe costruire, quella Parola ci è stata consegnata e ci è vicina. Scrive Paolo nella sua Lettera ai cristiani di Roma e citando il Deuteronomio: Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore … (cfr. Rm 10,8 e Dt 30,14). Bisogna solo frenare il flusso insensato delle mille cose che ci paiono urgenti per dimorare in questa tenda dell’ascolto. Lì obbediremo all’estremo “Sh’mà” che il Padre pronuncia, compimento dell’antico comando dato ad Israele; ora lo Sh’mà ha per oggetto Gesù, è a Lui che bisogna tendere l’orecchio dell’ascolto; a Lui che è la Parola che ci rivela Dio e rivela noi a noi a noi stessi.

I Domenica di Quaresima – La debolezza di Gesù

LA DEBOLEZZA, VIA DI UNITA’ 

Gen 9, 8-15; Sal 24; 1Pt 3, 18-22; Mc 1, 12-15

La Quaresima inizia subito con una narrazione che ci conduce al cuore del mistero cristiano che ci prepariamo a celebrare a Pasqua. Un mistero che la Prima lettera di Pietro ci riassume in modo mirabile e che è mistero di debolezza assunta da Dio. Un mistero che ci narra la vicinanza assoluta di Dio con il dramma del nostro vivere, del nostro lottare, del nostro morire, del nostro sanguinare per cercare vie di umanizzazione. Dio è in questa nostra storia senza esenzioni!

Gesù, il Figlio amato, compiacimento del Padre, così come il mistero del Battesimo al Giordano ha proclamato, imbocca subito la via della “compagnia” radicale con la nostra storia umana. Cristo Gesù ci libera, ma per una via diretta e costosa, la via dell’assunzione del nostro vivere che solo così potrà davvero trasfigurare. Dopo la manifestazione dello Spirito al Giordano ecco ora lo scontro con Satana.
Marco non ci narra le tentazioni con un episodio puntuale e chiuso; Marco ci fa comprendere che questo scontro, questa lotta fu aspra, dura, prolungata, continua…Marco usa l’imperfetto: «stava nel deserto tentato da Satana», ci dice così una situazione che ha  una sua durata. Il secondo evangelo non narra la triplice tentazione così come narrano invece i vangeli di Matteo e Luca; la sua è una narrazione icastica, essenziale, cruda. Lo Spirito, che era sceso a ungere la Sua umanità, ora lo “getta nel deserto” (“Tò pneûma autòn ekbállei eis tèn éremon”, così alla lettera nel testo greco) perché affronti l’essere uomo senza sconti!
I rabbini dicono che il valore numerico delle lettere che compongono la parola “Hasatàn” (“il satana”, “l’accusatore”) è 364, e ciò per dire che l’uomo è tentato e accusato da Satana tutti i giorni dell’anno, tranne che nel giorno dello Yom kippur, il giorno dell’espiazione, del perdono.
Gesù ha fatto questa esperienza umanissima della tentazione continua; ha fatto l’esperienza di essere gettato nella tentazione. Solo così poteva essere il “sommo sacerdote che ci occorreva … tentato in tutte le cose, similmente a noi, tranne che nel cadere nel peccato” (cfr Eb 4, 15).
Gesù ha sentito il morso del male che aggredisce. Ha fatto esperienza nel suo corpo, e nel suo profondo, della debolezza degli uomini, quella debolezza che dà le vertigini a tanti giorni del nostro vivere. Dopo essersi rivestito della nostra carne, il Figlio si è rivestito di debolezza, come scrive ancora l’autore della Lettera agli Ebrei (cfr Eb 5, 2).
I Padri diranno che la debolezza fu l’abito sacerdotale di cui il Messia si rivestì per offrire il sacrificio della sua Pasqua.

Dobbiamo pensare seriamente alla debolezza di Gesù: una debolezza che scelse come via di unità tra noi e Lui; come via di assunzione, nella sua carne santissima, di quello che noi siamo. O prendiamo sul serio la tragicità delle tentazioni di Gesù, o riduciamo le tentazioni ad un ridicolo “teatrino” in cui Gesù finge di essere tentato per insegnarci qualcosa. No! L’insegnamento è vero solo se si attraversa ciò che si insegna, e lo scopo delle tentazioni nel deserto non è educativo, didattico; sarebbe troppo poco!
La tentazione è costitutiva della salvezza.
Il Cristo, dicevano i Padri della Chiesa, ha salvato tutto ciò che ha assunto e, passando per la via dolorosissima della tentazione, apre in questo deserto dell’uomo – di ogni uomo! – una via percorribile non perché ci chiede di imitarlo (sarebbe la logica del “bell’esempio”!) ma perchè apre e dona all’umanità una concreta possibilità; immette nella nostra carne, nella nostra natura la possibilità della lotta, la possibilità della vittoria …
La sua lotta e la sua vittoria ci sono donate per diventare strada percorribile nella storia.

Perchè questo fosse possibile, Gesù accettò di essere aggredito dai desideri brucianti, accettò di essere affascinato fino all’estremo dai bagliori delle lusinghe del potere e del possedere: permise, nella spinta potente dello Spirito, che la tentazione ardente devastasse il suo cuore, permise a quelle lusinghe di avere la forza sferzante di allucinazioni ingannevoli che lo fecero camminare sul ciglio di un precipizio di male.

E’ su questo tremendo e reale terreno che avviene la sua lotta e la sua vittoria; e su quel terreno Gesù griderà il suoi no alla tentazione.
Marco lo dice sottilmente: «Stava con le fiere e gli angeli lo servivano». E’ dunque il nuovo Adam che restituisce ad ogni Adam lo Shalom universale, uno “Shalom” con il cielo e con la terra: gli angeli lo servono (il cielo) e le fiere non lo aggrediscono (la terra).

La vittoria di Gesù è però affermata da Marco anche con ciò che segue la scena delle tentazioni, e che anche ascoltiamo in questa prima domenica di Quaresima. E l’inizio della predicazione di Gesù, sono le prime parole che Gesù pronunzia nell’Evangelo: Il tempo è compiuto e il Regno di Dio si è avvicinato; convertitevi e credete all’Evangelo!

Perchè il Regno di Dio si è avvicinato? Perchè c’è un Adam che ha vinto la tentazione, e ha proclamato la Signoria (il Regno) di Dio sull’intera sua esistenza. Gesù è il nuovo Adam che ha dato credito alle vie di Dio e non ha ceduto nè ai morsi nè alle lusinghe del tentatore con i suoi miraggi di piacere, di potere e di possesso.

La Quaresima si apre così davanti a noi come tempo privilegiato per sperimentare questa Signoria di Dio, questo Regno vicino perchè accolto.
La conversione non è compiere atti meritori; non è neanche migliorarsi; la conversione è accettare l’azione di Dio aderendo vitalmente alla buona notizia che è Gesù, permettendo a Gesù stesso di plasmare il nostro universo interiore.
Scrive Andrè Louf che questo è possibile perchè Gesù, attraversando le tentazioni, vi ha deposto un seme per noi, un seme della sua forza, un seme del suo no alle vie di morte mascherate con le lusinghe del mondo, un seme del suo al Padre, sì a un amore fino all’estremo …

Camminare nella Quaresima significa raccogliere questi semi di grazia, e questo è possibile solo chinandosi umilmente, e riconoscendosi bisognosi di quel suo dono.
Ecco che Quaresima è tempo di prova, di grazia, di lotta … è tempo di appropriazione di ciò che Gesù ha lasciato per noi nel deserto arido delle tentazioni, e sul terreno dolente delle nostre debolezze.

Deponiamo l’orgoglio per chinarci ad accogliere questi semi di vita. Giungeremo così alla Pasqua pronti ad attraversare le acque del Mar Rosso che vorrebbero essere baluardo invalicabile verso la libertà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

VII Domenica del Tempo Ordinario – Il paralitico

LA REMISSIONE DEI PECCATI DIVIENE GUARIGIONE DEL CORPO

Is 43, 18.19.21-22.25-25; Salmo 40; 2Cor 1, 18-22; Mc 2, 1-12

Le folle cercano Gesù … ma perché lo cercano? Sono coscienti di ciò che cercano?
Certo, lo cercano per i “miracoli” (è la tentazione di sempre … anche di oggi! Quanti raduni per fenomeni straordinari, “apparizioni” vere o presunte … quante folle per i “prodigi”!) ma certo lo cercano anche la sua parola è altro … lo dicevano già quelli di Cafarnao: erano stupiti del suo insegnamento; infatti egli insegnava loro come uno che ha potenza (“exousìa”) se non come gli scribi (cfr Mc 1,22); poi certo Gesù doveva emanare anche un fascino straordinario … la gente lo cerca, insomma, per i più svariati motivi … Gesù, nel passo di oggi, cerca di indirizzare la loro ricerca, anzi il motivo della loro ricerca.
Ai bisogni delle folle Gesù cerca qui di opporre il vero bisogno che deve animare la loro ricerca …che deve animare anche la nostra ricerca.
La scena del paralitico calato dal tetto della casa di Cafarnao è suggestiva, rimane impressa…i quattro portatori scelgono l’unica via d’accesso a questo Rabbi assediato, una via difficile, insolita; alla loro audacia Gesù risponde dando loro rivelazione del vero bisogno dell’uomo.
Infatti, dopo tutta quella fatica che mirava al “miracolo”, Gesù oppone loro una parola grandiosa e “pericolosa”, grandiosa ma fattualmente inverificabile: Figliolo, sono rimessi a te i peccati; notiamo che Gesù dice questa frase dopo che ha vista, constatata la fede dei quattro e anche dei paralitico che accetta quella manovra pericolosa per poter arrivare a Gesù. Sì, vista la loro fede, Gesù vuole portarla a compimento; vista la loro “piccola” fede, perché fede “solo” in un miracolo, fede nella capacità che gli attribuiscono di rispondere al bisogno dell’infermo, Gesù vuole farla diventare “grande” e ha bisogno di comunicare loro il solo vero motivo per cui Lui è venuto e per cui dunque bisogna cercarlo: la remissione dei peccati. Questa è il grande terreno su cui potrà costruirsi l’umanità nuova che Lui è venuto a portare.
La lebbra, che Gesù ha sanato nella pagina precedente, è la manifestazione esterna di ciò che l’uomo diventa lontano da se stesso, lontano da Dio, lontano dalle ragioni di senso del vivere…a questo paralitico Gesù chiede di guardare più a fondo, di guardare dentro di lui quel buio che lo rende “para-litico” (alla lettera “come-una-pietra”!) cioè immobile, dimentico del suo essere, come uomo, per natura, un “viatore”. A quest’uomo raggelato nel suo immobilismo Gesù proclama con tenerezza (Figliolo, lo chiama) che la radice del suo male è sanata, che il suo peccato è rimesso. E’ la remissione dei peccati il grande bisogno dell’uomo; quel sogno di “santità”, di alterità che già spingeva le folle sulle rive del Giordano da Giovanni il Battista che le immergeva per la remissione dei peccati, ora viene spigato dinanzi agli occhi di quegli uomini.
Nella scena che Marco ci ha raccontato ci sono dei paralitici più paralitici del “paralitico” calato dal tetto; sono gli Scribi che Marco annota che stanno seduti e fanno solo una cosa: giudicano Gesù e lo considerano un empio, un bestemmiatore perchè si attribuisce il potere di Dio; essi sono davvero come-pietre , immobili nei loro scemi in cui hanno ingabbiato anche Dio. Davanti a questa immobilità Gesù dà loro il segno del paralitico che esce dalla sua immobilità; è un segno che Gesù – si badi – non fa per l’uomo malato su quel lettuccio, è un segno che Gesù compie per quegli altri malati, quelli seduti nel loro immobilismo. “Perchè voi conosciate che il Figlio dell’uomo ha potere sulla terra di rimettere i peccati, io ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”. Il misericordioso Gesù fa misericordia anche a quegli uomini induriti ed immobili come-pietre; è a loro che Gesù si rivolge dicendo “perché voi conosciate” … Notiamo quanti verbi di movimento: “ alzati , prendi il tuo lettuccio, va’ e poi gli stessi verbi vengono ripetuti per descrivere l’obbedienza del guarito: si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò”; il verbo che dà inizio al miracolo è il verbo “eghèiro”, “alzarsi”, “sorgere”, “risorgere”; è il verbo pasquale per eccellenza. L’uomo è chiamato da Gesù ad una libertà totale e piena che parte dal profondo, dalle sue ferite più intime, dal male che lo abita e che Lui è venuto a sanare; la libertà che Gesù dona giunge a tutta l’esistenza dell’uomo e lo fa uscire da ogni mortifero immobilismo.
L’uomo è una realtà complessa e non riducibile ad una sola dimensione; dinanzi all’uomo si può essere preoccupati solo del suo corpo, del suo “concreto”, della sua storicità, tanto da fare grandi sforzi (come i quattro del racconto di Marco) perché il suo corpo, la sua concretezza sia sanata; di contro ci sono quelli che “spiritualizzano” l’uomo al punto tale da far perdere ogni importanza ed ogni rilevanza alla sua carne e alla sua storicità; sono quelli preoccupati dell’“anima” che, obliando la carne dell’uomo con i suoi pesi, le sue bellezze, le sue gioie e le sue fatiche alla fine finiscono per dimenticare l’uomo.
L’uomo è un tutto unitario e Gesù è venuto a dircelo con il mistero intero della sua presenza tra noi: mistero di incarnazione, di morte e di resurrezione. Mistero in cui tutto l’uomo è afferrato da Dio ed è ricondotto pure a se stesso ed alla sua vera identità e collocazione storica.
Nel racconto di Marco di oggi Gesù riconduce l’uomo ad una vera unità: la remissione dei peccati diviene anche guarigione del corpo che narra e proclama quel perdono che permette all’uomo di uscire fuori da ogni paralisi, da ogni riduzione a pietra immobile, da ogni incapacità ad essere viatori.
L’Evangelo di questa domenica dice a noi credenti che la storia si mette in moto a partire da una liberazione più profonda, che non è di constatazione immediata, una liberazione che scaturisce dal sentire su di sé parole di perdono e di riconciliazione … lì inizia l’uomo nuovo, lì dove sente su di sé: Sono rimessi a te i peccati. Ha detto Gesù: Il Figlio dell’uomo ha potere sulla terra di rimettere i peccati; vi viene di pensare che quel sulla terra contenga anche un per la terra , cioè per la concretezza della storia, per la sua corposità che attende redenzione e senso.
E’ così che Gesù fa davvero nella storia “una cosa nuova”, come ha cantato il Libro di Isaia nella prima lettura di oggi … l’uomo nuovo germoglia dalla parola di perdono che è Gesù.