Battesimo del Signore – Una promessa pasquale

RACCONTARE L’UOMO ALL’UOMO

Is 55, 1-11; Cantico da Is 12, 2-6; 1Gv 5, 1-9; Mc 1, 7-11

 

Oggi si conclude il Tempo di Natale e si apre il cosiddetto Tempo ordinario; tempo in cui siamo chiamati a realizzare quanto abbiamo contemplato nel Tempo d’Avvento e nei giorni del Natale. “Cerniera” tra il Tempo di Natale ed il Tempo ordinario è questa domenica del Battesimo del Signore.
La carne di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, è la nostra carne di figli di Adamo e quella carne, assunta dal Verbo, oggi è immersa da Gesù in una purificazione in cui deve “affogare” il vecchio Adamo. Gesù, il nuovo Adamo, è venuto per compiere una missione precisa: raccontarci Dio ed il suo amore totalmente gratuito e raccontare l’uomo all’uomo. Il racconto, però, non può rimanere solo racconto, spiegazione, informazione … deve diventare concretezza, possibilità realmente offerta.
Il Battesimo al Giordano è promessa pasquale: l’uomo nuovo , Gesù, promette a tutti gli uomini, “prigionieri” dell’uomo vecchio, di essere con loro in un’opera necessaria e dolorosa: la morte dell’uomo vecchio! Immergendo la nostra carne, che ha assunto, nelle acque del Giordano, Gesù inizia una strada dolorosissima in cui giungerà ad inchiodare il peccato, l’uomo vecchio, al legno della croce. Giovanni il Battista, nel passo di Marco di oggi, proclama che Gesù è più forte perché capace di compiere quest’opera definitiva di morte dell’uomo vecchio di cui il suo Battesimo era solo un segno.
Il gesto di Gesù di mettersi in quella fila di peccatori per farsi immergere da Giovanni è “sacramento” di tutta la sua vita: vita di condivisione piena, senza esenzioni della nostra condizione di uomini segnati dal peso della fragilità e della miseria . Lui, Gesù, che non era né peccatore, né meschino, né vile, sceglie di essere tra noi, sceglie la via della condivisione costosa e non la via del privilegio (cfr Fil 2,6).
Inizia qui quella discesa agli inferi che lo farà compagno dell’ ultimo degli uomini, di quello più infimo e più reietto, quello più sporco e meno amabile, di quello più compromesso e cattivo … non sceglie di stare solo a mensa con i fragili ed i peccatori pentiti ma di stare assieme agli uomini in qualsiasi condizione, sceglie l’uomo nel suo peccato, quello che lo abbrutisce e gli imbratta l’immagine di Dio … In questo senso davvero le vie di Dio sono inconcepibili per noi; lo ha detto Isaia nel passo della prima lettura che oggi si ascolta: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie !
Il Verbo si è fatto carne per percorrere questa via incredibile di “compagnia” e quindi di abbassamento.
Oggi capiamo come l’esito del Natale sia qualcosa di tutt’altro che zuccheroso e rassicurante ! La via dell’Incarnazione Dio l’ha presa molto sul serio, gli è costata molto … l’amore costa, c’è poco da fare!
A Natale abbiamo cantato quella dolce nenia di Sant’Alfonso: Ahi quanto ti costò l’avermi amato! e pensiamo subito al Bambino infreddolito avvolto in fasce … ma non è solo questo … da lì per Dio inizia un’avventura meravigliosa di bellezza ma anche di vera compromissione. Da lì per Gesù, Verbo eterno fatto carne, inizia una via umanissima e perciò meravigliosa ma anche una via che, per custodire la sua bellezza, paga un prezzo ; il prezzo della spoliazione, il prezzo del con-soffrire, dell’assaporare l’amarissimo boccone della morte. Questa scelta di Gesù di Nazareth, certamente una scelta sofferta, cercata, frutto di un discernimento tale che nessuno di noi può neanche lontanamente immaginare, ha un esito straordinario: la rivelazione piena, per Gesù, della sua identità . Finalmente Gesù di Nazareth sa davvero chi è : è il Figlio amato, oggetto di una gioia indicibile di quel Dio dei padri che ora Gesù sa di poter e di dover chiamare Abbà, Padre suo tenerissimo, fonte di un progetto incredibile di vita e di “compagnia” per l’uomo che Egli ama.
Gesù di Nazareth sa di essere il Figlio unico del Padre ma sa anche di portare la carne di ogni uomo; sa che Dio gli è Padre per davvero e sa pure che nessun uomo gli è estraneo! Lo Spirito che scende su di Lui sarà – scriveva San Basilio – compagno inseparabile di quel cammino di Emmanuele che Gesù intraprenderà; sarà la forza della sua piena umanità, della sua capacità di dono fino all’estremo; non lo esenterà dalla fatica della libertà e dal dolore, ma gli darà quell’unzione per cui quella carne che ha assunto potrà essere “luogo” della Parola da proclamare con fermezza (profezia), sarà capacità di offerta piena di sé nell’amore (sacerdozio), sarà vittoria sul mondo e sulle sue strade egoistiche di morte (regalità).
La sua discesa nelle acque del Giordano non è un gesto esemplare (che terribile tendenza quella di fare dei gesti e delle parole di Gesù occasioni esemplari e moralistiche, vuote della fatica dell’umano!) ma è un’ora di approdo ad una piena coscienza di sé, è ora di scelta di campo (stare dalla parte dei peccatori), è ora di unzione della sua carne santissima. Al Giordano Gesù, Figlio di Adam e Figlio terno di Dio, diviene il Cristo, l’Unto perché riceve l’Unzione che è lo Spirito, Unzione che gli dona la pienezza della profezia, del sacerdozio e della regalità .
Così, con la potenza della parola profetica , con la forza di offrirsi totalmente , con bellezza di un amore che tutto vince e che sa donare fino all’estremo, il Figlio di Dio plasma la nostra carne ad essere carne dell’uomo nuovo. Si è fatto uomo perché tutti gli uomini possano essere uomini nuovi, possano essere come Lui, anzi, diranno i Padri siriaci, perché ogni uomo possa essere non un figlio di Dio ma il Figlio di Dio!
Immergendosi oggi nelle acque del Giordano, alla ricerca della miseria dell’uomo, Gesù, come ha sempre detto la tradizione cristiana, santifica tutte le acque perché possano essere, nel Battesimo, luogo di salvezza per tutti coloro che vi saranno immersi per morire al vecchio uomo e nascere alla novità di vita dell’Evangelo.
Oggi possiamo sentire nel cuore una grande consolazione: Gesù di Nazareth ci ha scelti nella nostra miseria … non ci ha scelti solo perché è nato a Betlemme, facendosi carne da Maria Vergine per un eterno consiglio del Dio delle promesse, ma ci scelse anche coscientemente, ormai adulto, dopo l’umanissima fatica di un discernimento libero della sua identità e dopo essersi posto dinanzi al Padre ed alla sua volontà. Ci fu un giorno santissimo in cui Gesù di Nazareth decise di scendere nel Giordano con i peccatori, scelse così ognuno di noi prendendoci per mano per condurci alla vita nuova.
Per questo pagò un prezzo … lo pagò con gioia ed amando in una vita bella, buona e felice … ma lo pagò!
Le nostre vite di credenti sono umane, belle, piene, sensate? Le nostre vite pagano un prezzo?

Epifania di Nostro Signore – Una chiamata ad incontrare e conoscere Dio

VITE COMPROMESSE CHE RACCONTERANNO LA LUCE

Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3a.5-6; Mt 2, 1-12

E’ la grande solennità dell’Epifania, della manifestazione del Signore! Colui che è nato nella nostra carne non si tiene nascosto, è manifestato agli uomini, a tutti gli uomini!
L’Epifania è la festa di questa universale chiamata ad incontrare e conoscere Dio in Gesù Cristo, Figlio di Dio.
Il racconto di Matteo ci ha mostrato due che si sono compromessi per questa venuta e questa manifestazione : Maria e Giuseppe.
Maria e Giuseppe hanno creduto l’incredibile, hanno messo in gioco i loro sogni e i loro progetti, sono partiti per un’avventura incredibile ed irraccontabile; attorno a questa nascita, ci narra Matteo , si muove un mondo capace di mettersi in gioco ed i Magi ne sono icona formidabile, icona di chi è capace di partire al buio, magari solo al lume di una stella, lasciandosi alle spalle sicurezze e comodità, sfidando l’incertezza ed in un confronto con un mondo che si rivelerà ostile ed ambiguo.
Matteo vuole dirci che questo Dio nella carne chiede una scelta di campo; Egli è segno di contraddizione e di discrimine tra uomo ed uomo, tra cuori e cuori; davanti a quel re che è nato si deve prendere una posizione, ci si deve scomodare.
Lui è nato per tutti , ma noi siamo capaci di essere ciascuno totalmente per Lui? Sappiamo avere il coraggio, come Maria e Giuseppe, come i Magi , di rischiare per Lui la vita, i progetti, i sogni, la nostra storia personale. Luca , nel suo evangelo, aveva detto questa categoria con le parole del vecchio Simeone: E’ qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori (cfr Lc 2, 34-35), Matteo ci dice lo stesso con questo racconto dei Magi in cui si mostra un mondo diviso da quel Bambino , un mondo che si solleva contro di Lui appena nato, un mondo capace di un’opposizione che si manifesta parallelamente alla sua manifestazione !
Gerusalemme, con il suo re pagano non adempie la parola di Isaia che abbiamo ascoltata quale prima lettura: non si riveste di lucenon è raggiante , il suo cuore palpita e si dilata … Gerusalemme è incapace di rivestirsi di luce e di cogliere la luce della stella come promessa di vita; la luce di quella stella , annunciata dai Magi, per questa Gerusalemme è minaccia che dà turbamento perché è minaccia delle sue vie mondane, delle sue scelte mediocri di potere, dei suoi comodi immobilismi … Gerusalemme con Erode e con coloro che avrebbero dovuto essere sapienti, si riveste di lutto e di delitto per ostacolare la luce di Dio. La tenebra sfodera tutte le sue armi contro la luce della stella del Messia e giungerà a versare sangue innocente. La tenebra non vuole la manifestazione di Dio perché Dio è luce e perché indica vie troppo diverse da quelle che essa propone.
I Magi , invece, non hanno paura di spalancare i loro tesori davanti al piccolo re che è nato … non si lasciano ingannare dall’ordinarietà umile di quel semplice Bambino e di sua Madre , né dalla semplice casa ove li trovano, una casa così diversa dalla reggia di Erode. I Magi sanno fare quello che Gerusalemme non ha saputo fare: sanno gioire ! Essi sì, si rivestono di luce perché la gioia è luce! Matteo, infatti, dice: Al vedere la stella essi gioirono di grande gioia ! Ormai le fatiche, le lotte, i “no” che hanno dovuto dire a se stessi ed ai propri progetti se li gettano alle spalle; quello che ora conta per loro è la gioia di quell’incontro e la via nuova che da ora possono percorrere (Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese).
I Magi, giunti a Betlemme, entrano nella casa, vedono il Bambino con sua madre e si prostrano in adorazione .
Questo entrare nella casa e questo incontrare il Bambino con Maria ci fa irresistibilmente pensare alla Chiesa. Maria ne è sempre “icona” (e poi c’è pure quel particolare della casa …) è lì, tra le braccia della Madre-Chiesa, nella casa che è la Chiesa che gli uomini potranno e dovranno incontrare il Signore … è lì che dovranno essere condotti per gioire di gioia grande .
Il problema è quando questa casa non è più casa di Cristo ma viene ingombrata di troppe cose che la rendono irriconoscibile e che offuscano e ostacolano l’incontro; il problema è quando quelle braccia non sono più braccia materne e offrono all’uomo altre cose, magari cose che il mondo gradisce e non la sua sola, vera ricchezza: Gesù !
Su questo, credo che in questo santissimo giorno, dobbiamo molto interrogarci per trovare vie nuove e radicali di essere Chiesa di Cristo in questo mondo, per essere casa e madre, per essere custode di quell’Evangelo che solo può accendere la gioia nei cuori.
Erode ed i sapienti di Gerusalemme restano nel loro torbido mondo fatto di un sapere senza vita e di una paura che tutto raggela, la Chiesa di Cristo, casa di comunione e madre che offre la sua vera ricchezza al mondo, può accendere la gioia e la speranza e può dare la possibilità di trovare un’altra via a chi, attraverso di lei, incontra il Signore! Se noi, Chiesa di Cristo, diventiamo un torbido mondo fatto di sapere senza vita e senza amore e di paure che raggelano e impediscono voli alti, gli uomini non potranno gioire di Cristo perché non avranno chi lo manifesterà loro.
Epifania significa “manifestazione” … oggi l’ “epifania” di Dio è affidata alle nostre vite; solo se saranno vite compromesse e messe in gioco per Gesù racconteranno la luce che dona gioia e dà speranza. Oggi dobbiamo fare assieme un sogno : una vita di Chiesa vera “epifania” di Cristo; in tutto e per tutto, senza né sconti, né addolcimenti, né compromessi.

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Maria, Madre di Dio – La benedizione di Dio

PER UNA VITA BELLA, BUONA E FELICE!

Nm 6, 22-27; Sal 66; Gal 4, 4-7; Lc 2, 16-21

 

Come è illusoria quell’espressione “anno nuovo, vita nuova” che tante volte si ripete e che, in questi giorni, ci siamo detti esplicitamente o implicitamente … espressione illusoria perché, diciamoci la verità, il semplice trascorrere del tempo sul calendario, secondo una convenzione che ci siamo dati e secondo i calcoli astronomici che la scienza ha fatto per computare un’intera rotazione della Terra attorno al sole, non cambia nulla nelle nostre vite! … L’unica cosa che davvero avviene e che ci facciamo più vecchi; ma la “vita nuova” è ben altro ed è possibile solo grazie a ben altro!
Certo, il trascorrere del tempo ci mostra la grazia di un tempo ulteriore che ci è dato, tempo da vivere e da riempire di bellezza e di senso, tempo da non sprecare né da far scorrere e basta; quanto però al “novum”, all’ulteriore che ogni uomo (coscientemente o incoscientemente) si attende, l’anno nuovo, il cambio di cifra sul calendario, non ha alcun peso o valenza; il “novum”, l’ulteriore, è possibile a pieno solo se sappiamo cogliere, all’interno del quotidiano che ancora si apre dinanzi a noi, la benedizione di Dio !
Proprio per questo la liturgia di questo giorno, ottava del Natale e primo del nuovo anno, si apre con la pagina del Libro dei Numeri in cui il Signore consegna a Mosè la parola da dire ad Aronne, capostipite dell’ordine sacerdotale in Israele; parola con cui dovrà benedire il popolo: “Ti benedica il Signore e ti custodisca,il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia,il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace. Così – aggiunge – porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò”.
La benedizione. Non è atto scaramantico, protettivo, come purtroppo spesso è letto anche da tanti cristiani; no, la benedizione è la salvezza di Dio, la sua presenza che fa essere, sostiene e dà pace, presenza che si “insinua” nell’umile quotidiano. La benedizione non è atto eclatante di salvezza (come per esempio l’apertura del Mar Rosso!), ma è lo “scorrere” di Dio nelle “vene” della nostra vita di ogni giorno; la benedizione è quella realtà per cui la terra dà frutto, l’umanità è feconda, la vita produce umilmente frutti di amore, gli uomini sanno incontrarsi nella pace e nella gioia della comunione; la benedizione è quella presenza di Dio che, scorrendo nel quotidiano, rende possibile la vita bella, buona e felice … la benedizione di Dio è quella sua presenza che sostiene e consola nelle ore di tribolazione e di pianto, è quella presenza che ci dona speranza anche nella morte e che ci fa cogliere che la nostra vita è ben più grande dei nostri limiti e anche dei nostri peccati!
Cogliere questa benedizione significa vivere alla luce di essa e sperimentarne la dolcissima
potenza. Cogliere la benedizione è lasciarsi portare da Dio sulle strade del “novum”, dell’ulteriore.
Cogliere oggi la benedizione è, per noi cristiani, soprattutto, un ricordarci di Gesù! Lui è la benedizione! La sua carne ha portato benedizione ad ogni carne, a tutta la storia … non c’è storia, vicenda, dolore, angoscia, gioia, fatica, speranza di uomo che non sia abitabile dalla benedizione che è Gesù! Il Signore l’aveva promesso ad Abramo: “In te saranno benedette tutte le stirpi della terra” (cfr Gen 12, 3b) e in Gesù l’ha realizzato! Gesù, figlio di Abramo, è l’adempimento di quella lontana promessa risuonata nel cuore di Abramo quando era ancora un Arameo errante … Ecco perché oggi, nell’ ottava del Natale, è di fondamentale importanza ricordarci di quei due versetti di Luca che sono al cuore del brano evangelico di questo primo giorno dell’anno: Quando furono passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo … E’ importante ricordare che la sua carne fu circoncisa e quell’atto rituale, in obbedienza alla Torah, lo fece ebreo, figlio di Abramo, “luogo” in cui s’adunarono tutte le promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza (cfr Lc 1, 55). Se la sua carne non fosse circoncisa, Gesù non potrebbe essere il Messia, il Salvatore, la benedizione per Israele e per tutte le stirpi della terra.
Oggi, allora, contemplando il mistero della sua circoncisione cantiamo la fedeltà di Dio che adempie le sue promesse e rende possibile ogni benedizione, ogni “novum” per noi, cantiamo la sua fedeltà che ci apre ad ogni possibilità di speranza.
Il bambino che abbiamo contemplato a Betlemme riceve il suo nome: Gesù . Sappiamo che quel nome è un nome anch’esso carico di promesse: Jeoshuah,il Signore salva”. Gesù: il nome che pronunziamo nella preghiera, il nome che pronunciamo nei pericoli o nelle invocazioni, il nome che speriamo d’avere sulle labbra nell’ora della nostra morte … il nome di Colui che è la benedizione per noi e per questo mondo, che troppo spesso crede di essere “benedizione” per se stesso, di non essere bisognoso di quella benedizione che tutto fa essere, fa rinascere e fecondare.

Il nuovo anno si apre con questa contemplazione della fedeltà di Dio che rende possibili i giorni degli uomini, della benedizione che li rende fecondi di vita e di bene, che li rende sensati; contemplazione però non di qualcosa di astratto, ma di un volto concreto, quello di Gesù di Nazareth, nato da donna, nato sotto la legge quando i tempi furono riempiti come ha scritto Paolo nel testo della Lettera ai cristiani della Galazia che oggi abbiamo ascoltato. Contemplando la benedizione di Dio che tutta s’aduna in Gesù oggi la Chiesa ci indica anche il sublime mistero della Divina Maternità di Maria. Quella fedeltà di Dio non si spaventa di passare per il grembo di una donna che potesse dare vera carne d’uomo e di uomo ebreo al Figlio dell’Altissimo; il nostro Dio è passato per la sua carne ed il suo sangue tanto che di Maria possiamo dire quella parola paradossale: l’umile donna di Nazareth, nata nel tempo e nello spazio, in un oscuro villaggio di Galilea, è Madre di Dio!
Lei è la prima che si fa inondare dalla benedizione e fa scorrere nelle “vene” della sua umile storia la promessa di Dio e la sua fedeltà! In Lei il sangue dell’uomo diventa sangue di Dio, la carne dell’uomo diventa carne di Dio. Il Figlio nasce davvero nella nostra piena umanità … ricordiamo che il Verbo incarnato è nato “sporco”, come ci rammentano con sapienza teologica le icone bizantine della Natività in cui si vede la scena della levatrice che lava il Bambino appena nato, sapiente sottolineatura iconografica della vera, piena umanità di Cristo contro ogni “docetismo”: è nato “sporco”, come tutti noi, da una vera Madre … Il Figlio di Maria è il Figlio eterno! Mistero insondabile di unità, garanzia di benedizione su ogni giorno dell’umanità.
Questo anno di grazia che si sta aprendo dinanzi a noi sia colmo di questa consapevolezza, di questa fedeltà di Dio accolta e custodita perché divenga nostra fedeltà all’evangelo che Gesù, benedizione di Dio a tutte le genti, è venuto a portarci per la nostra gioia!
Sarà un anno felice, al di là degli eventi lieti o tristi che porterà, solo se sarà pieno di un coraggioso al Dio fedele!
E’ questo l’augurio che dobbiamo farci in questo primo giorno dell’anno: fedeli al Dio fedele! Forza della nostra fedeltà sarà la sua benedizione.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Natale del Signore – Una celebrazione!

CELEBRARE IL NATALE

Notte Is 9, 1-3.5-6; Sal 95 ; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14 Aurora Is 62, 11-12; Sal 96 ; Tt 3, 4-7;

Lc 2, 15-20 Giorno Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18

E’ ancora Natale! Non una “commemorazione” ma una celebrazione ! Celebrare il Natale è andare a Betlemme come i pastori con lo slancio del cuore perché la gloria di Dio ancora trovi la nostra carne e perché sia annunziata la pace a questo mondo che non ha pace. Celebrare il Natale è dare accesso a quella gloria ai nostri giorni di carne senza cercare evasioni; celebrare il Natale è dare credito a quella Parola che in Gesù ha detto la parola estrema da cui non si può più prescindere per conoscere Dio e noi stessi; celebrare il Natale è contemplare l’umanità di Dio, da Betlemme al Calvario e fino al sepolcro di Gerusalemme, perché essa ci insegni a vivere in questo mondo; celebrare il Natale è essere disposti a vivere in questo mondo come Gesù. Il Natale, mostrandoci l’amore di Dio, che ci ha cercati fino a diventare carne e sangue, ci chiede di non credere alle parodie d’umanità che il mondo ci propone, ma di fidarci dell’uomo nuovo apparso nella storia in quella notte di Betlemme e che non si è stancato di noi, tanto da voler restare con noi “fino alla fine dei secoli” (cfr Mt 28,20). Natale o si celebra così o invariabilmente diventerà una festa pagana e blasfema in cui Dio ancora non troverà posto e in cui, non essendoci spazio per la gloria, la pace non potrà irrompere.

La Santa Scrittura è la grande strada su cui la Parola di Dio è avanzata verso l’uomo e la sua storia; lì, nella rivelazione fatta a Israele, Dio aveva cercato l’umanità, il popolo che aveva scelto, aveva cercato le vie della comunicazione con la sua creatura; Dio era entrato nella storia dicendo una parola ad Abramo: “Vattene dalla tua terra e vai dove io ti indicherò” … poi aveva rivelato ai suoi figli una parola sempre più esigente: a Mosè quella parola d’alleanza era stata data su tavole di pietra, poi era diventata grido di monito o carezza di consolazione nei profeti, era diventata strada di preghiera nei salmi, si era insinuata tra le parole della sapienza umana … ma Dio ama la pienezza e promette perché sogna i compimenti. Così il suo “dirsi” all’uomo cercò l’estremo, la vicinanza più estrema e intima: cercò la carne stessa dell’uomo, l’uomo stesso.
Il sogno di chiunque ami è essere uno con l’amato e questo sogno, tra noi uomini è destinato sempre ad avere un margine di irrealizzabile; bisogna saperlo perché altrimenti si sognano amori fusionali che divengono malati … per Dio però fu diverso perché l’unità non è “fusione”: il suo sogno di essere uno con l’uomo, suo amato, si realizzò per la potenza del suo amore …
Il Natale è la celebrazione di questo inveramento del sogno di Dio: essere uno con noi! Gesù è proprio questo: Dio fatto uno con l’uomo!
In Lui, Dio e uomo, è fatta alleanza per sempre tra Dio e l’umanità; in Lui, Dio e uomo, quella parola che aveva cercato Abramo, aveva parlato ai Patriarchi, s’era consegnato nelle tavole di pietra a Mosè, aveva ammonito e consolato nei Profeti, aveva cantato in Davide, aveva letto la storia con le armi dell’umana sapienza , quella parola inizia a “parlare”, incredibilmente, in un “infante” (parola che, alla lettera, significa “che non parla”!), la parola si è fatta carne in quell’ infante … la parola di Dio così si rivolge all’uomo con la categoria più accessibile all’uomo, la vita di un uomo … certo, anche nelle parole di quell’Uomo, ma soprattutto in quello che Lui sarà, dalla mangiatoia di Betlemme, fino al legno del Golgotha … e non sarà un caso che quella Parola eterna di Dio che è Gesù viene consegnata, tra due estremi di silenzio di parole: l’infante avvolto in fasce ed il crocefisso che muore senza parole ma con un grido inarticolato (cfr Mc 15, 37).
E’ come se l’Evangelo volesse dirci di guardare a tutta l’umanità di Gesù: coglieremo l’estrema parola del Padre … Gesù è l’ultima parola, e non solo per le cose che disse, ma soprattutto per quello che fu la sua piena e meravigliosa umanità.
Stanotte la Lettera a Tito l’ha detto con chiarezza disarmante: E’ apparsa la grazia di Dio apportatrice di salvezza a tutti gli uomini che ci insegna … a vivere in questo mondo con sobrietà, giustizia e pietà …
La Parola si fatta carne per insegnarci a essere carne … si è fatta uomo per insegnarci ad essere uomini !
Gesù, la Parola fatta carne, è nato a Betlemme perché Dio voleva solo una cosa: che quell’uomo, suo Figlio, ci narrasse la sua verità di Padre e, narrandoci la verità di Dio, potesse insegnarci ad essere uomini per davvero (E’ venuto ad insegnarci a vivere in questo mondo ha scritto Paolo a Tito!)
Chiunque si chiede “Chi è Dio?” deve guardare a Gesù! Chiunque si chiede “Chi è l’uomo?” deve ugualmente guardare a Gesù!
Sulla mangiatoia di Betlemme gli angeli stanotte cantano: Gloria a Dio e pace agli uomini che Dio ama. La vera gloria di Dio è lì, in quel bambino appena partorito … la gloria è la presenza che salva, la presenza “pesante” che salva (il termine “gloria ” in ebraico contiene in sé l’idea di “peso ”!)… e quell’esile carne di neonato è “pesante ” perché è Dio ma come nessuno se l’aspettava.
La presenza della Gloria nel Figlio di Maria è apportatrice di pace, quella vera, quella che viene dall’alto; gli angeli del Natale, infatti, non si fermano a cantare la gloria di Dio, ma sono i primi evangelizzatori perché portano l’evangelo della pace! Consegnano questo evangelo ai pastori, simbolo di un’umanità povera ed errante! I pastori capiscono solo una cosa: bisogna andare a Betlemme per incontrare la gloria di Dio, per “vedere la Parola” (come dicevano i Padri con un bellissimo paradosso!), e per lasciare che la pace possa iniziare a camminare tra gli uomini!
Celebrare il Natale è questo andare a Betlemme con lo slancio del cuore perché la gloria di Dio ancora trovi la nostra carne e perché sia annunziata la pace a questo mondo che non ha pace .
Celebrare il Natale è dare accesso a quella gloria ai nostri giorni di carne senza cercare evasioni; celebrare il Natale è dare credito a quella Parola che in Gesù ha detto la parola estrema da cui non si può più prescindere per conoscere Dio e noi stessi; celebrare il Natale è contemplare l’umanità di Dio, da Betlemme al Calvario e fino al sepolcro di Gerusalemme, perché essa ci insegni a vivere in questo mondo; celebrare il Natale è essere disposti a vivere in questo mondo come Gesù.
Il Natale, mostrandoci l’amore di Dio, che ci ha cercati fino a diventare carne e sangue, ci chiede di non credere alle parodie d’umanità che il mondo ci propone, ma di fidarci dell’uomo nuovo apparso nella storia in quella notte di Betlemme e che non si è stancato di noi, tanto da voler restare con noi fino alla fine dei secoli (cfr Mt 28, 20).
Natale o si celebra così o invariabilmente diventerà una festa pagana e blasfema, in cui Dio ancora non troverà posto e in cui, non essendoci spazio per la gloria, la pace non potrà irrompere.