AVVISO

Carissimo/a,

volevamo informarti che sta per cambiare il sito del Monastero di Ruviano, il cui nuovo indirizzo sarà,

                                                                        www.monasterodiruviano.eu

Il nuovo sito oggi vuole rispecchiare in maniera più diretta la realtà del Monastero di Ruviano, perciò ti invitiamo a visitarlo, a leggere e a interagire con noi attraverso la casella di posta relativa al nuovo sarà 

                                 info@monasterodiruviano.eu

Nel sito nuovo ci sarà una sezione chiamata “diario”, che rappresenta in qualche modo il blog relativo al sito: lì potrai trovare commenti e aggiornamenti rispetto alle varie iniziative e proposte che il Monastero curerà di volta in volta. Ti invitiamo a sfruttare questo luogo, leggendo e inviando eventuali commenti all’indirizzo di cui sopra.

Anche sul nuovo sito, continuerai a trovare le omelie di P. Fabrizio che verranno pubblicate settimanalmente nella sezione “preghiera”.  Per il momento non è ancora possibile registrarsi nel nuovo sito per ricevere la news letter; cercheremo di continuare a mandare le omelie da un indirizzo privato, ma se per un breve tempo non dovessi riceverla, ti invitiamo ad andare sul nuovo sito dove la troverai immediatamente. Ti chiediamo di monitorare la sezione “contatti”, perché appena lì comparirà il “modulo di iscrizione”, potrai registrarti e ricomincerai a ricevere regolarmente le omelie sulla tua mail. Ci scusiamo per il momentaneo disagio.

Approfittiamo di questa mail per informarti che è in corso la pubblicazione cartacea delle omelie di P. Fabrizio corrispondenti all’anno A, anno in corso: è disponibile ancora il libretto relativo al tempo di Avvento e Natale, da Gennaio sarà disponibile quello del Tempo Ordinario e da marzo quello relativo a Quaresima e Pasqua. Puoi trovare questi libretti al monastero oppure richiederli all’indirizzo:

                                    editoria.mr@libero.it

e provvederemo a spedirli direttamente all’indirizzo che ci indicherai. Le omelie pubblicate in formato cartaceo non sono le stesse che trovi sul sito, seppure entrambe siano dell’anno liturgico in corso. Ti invitiamo a visitare sul sito la sezione relativa a “le nostre pubblicazioni”.

Buon viaggio allora alla scoperta del nostro nuovo sito…

A presto

 

                                                                                     I Monaci

 

 

P.S. Per qualsiasi tipo di informazione o chiarimento contattare:

 Paolo Spada  Cell.    330867170 oppure     Mail paludail@gmail.com

 

SANTA FAMIGLIA

 Sir 3,2-6.12-14; Sal 127; Col 3, 12-21; Mt 2,13-15.19-23 

  Possiamo ancora meditare sull’ingresso straordinario del Figlio di Dio nel quotidiano dell’uomo. Il mistero dell’Incarnazione contiene questo evangelo, questa bella notizia: Dio non è estraneo in alcun modo alla storia degli uomini! Vi entra ma non come vorrebbe qualcuno in alcuni deliri “religiosi” o in quelli di segno opposto per propugnare l’ateismo … non vi entra per determinare la storia con azioni da “tappabuchi” e da operatore di continui miracoli che ci facciano saltare la fatica della libertà e della vita. In Gesù Dio non è entrato così nella storia! Quelli che vorrebbero che Dio stesse lì ad impedire le stragi, le guerre, le morti, gli incidenti, le malattie, i lager, la fame – e aggiungeteci tutto l’elenco funesto dei dolori del mondo – restano delusi dinanzi all’Incarnazione!

  Dov’è Dio? In un bambino braccato cin i suoi genitori da un potente che gli vuol fare del male! Dov’è Dio? In un bambino che fugge tra le braccia di genitori terrorizzati mentre attorno a lui si scatena la morte per quei piccoli suoi coetanei di Betlemme! Lo stesso re Erode teme un Dio che possa togliergli il regno, che sia venuto a spezzare le trame di quella storia in cui lui si è ritagliato una bella fetta di potere. Dio però non è venuto per questo … non in modo diretto, per lo meno… I poteri del mondo potranno essere sconfitti ma da uomini che avranno il coraggio di prendere su di sé la logica più profonda dell’Incarnazione: l’ “essere con”, la condivisione, il mettersi dalla parte delle vittime … Gesù, alla fine della sua vita, per questa scelta di non passare mai dalla parte degli oppressori e dei carnefici, salirà sulla croce!

Dio, allora, viene nella storia per essere veramente l’Emmanuele, Dio-con-noi. Con noi fin dalla struttura più elementare della storia e delle relazioni umane, la famiglia.

  Questa domenica dopo Natale è dedicata dalla liturgia della Chiesa alla Santa Famiglia di Gesù, di Giuseppe e di Maria; chi legge le mie riflessioni lo sa che non credo molto alla “esemplarità” di questa Santa Famiglia per le nostre famiglie; qui c’è una famiglia in cui il figlio è Dio, il padre ha accolto nella fede la rinunzia ad essere padre e la madre è vergine e ha concepito per opera dello Spirito Santo! Le loro relazioni – certamente umanissime – non potevano non essere segnate da questa assoluta unicità che essi erano e vivevano. Non è l’esemplarità che bisogna assumere ma quel che invece conta è la percezione che dobbiamo avere di quel mistero dell’Incarnazione che trova terreno in quella Santa Famiglia; percepire la verità dell’Incarnazione ci dice di un quotidiano che Dio in Gesù ha preso su di sè senza sconti, senza pretese, assumendo il negativo che la storia dà e facendosi compagno di ogni fatica, dolore e ingiustizia. La Santa Famiglia, pur nella sua eccezionalità, è totalmente immersa nella storia di tutti i giorni: con Maria e Giuseppe Gesù si fa fuggiasco, migrante, straniero in terra d’altri, si fa preda di paure, assume l’ignoto del domani. A tanti oggi non fa comodo sentir parlare di Gesù come migrante in fuga … tanti ironizzano anche il Santo Padre che ha usato provocatoriamente queste categorie ma sono chiaramente in mala fede perché questa è la verità che l’Evangelo ci presenta: Lui fu fuggiasco, migrante, straniero in terra d’altri … La conoscenza di un Dio così può dare forza e senso alla nostra lotta di riempire il quotidiano di Evangelo, alla nostra lotta per l’umano! È una lotta questa che noi, discepoli di Cristo, possiamo fare “con” Lui, a partire dalla sua umanità, dalla sua compagnia, dalla non estraneità di Dio alle fatiche e alle vicende della storia.

Se è vero che ogni uomo ha il dovere di lottare per l’umano, noi discepoli di Cristo condividiamo con tutti questo dovere ma abbiamo (o dovremmo avere) una forza in più per farlo: l’umanità di Dio!

  E allora guardiamo pure a questa Famiglia in cui Dio volle abitare ma per ricordarci che Dio abita la nostra famiglia umana perché ha preso davvero la nostra carne; nell’umana famiglia ha immesso la possibilità di un’umanità nuova che accoglie, ama, condivide, si fa carico dei pesi e delle fatiche degli altri, degli ultimi, dei poveri … Lui, Gesù, ci ha accolti, ci ha amati, ha condiviso, si è fatto carico dei nostri pesi e delle nostre fatiche, si è curato di noi, di noi poveri perché senza speranza, senza futuro, senza senso!

L’umanità nuova è quella tratteggiata dall’autore della Lettera ai cristiani di Colosse nel testo che oggi passa nella liturgia come seconda lettura. È una via di umano che il discepolo può assumere così come l’autore scrive, una via che può essere via di ogni famiglia di cristiani perché via dell’umano. Non ci si faccia impressionare da quell’espressione le mogli stiano sottomesse ai loro mariti … l’autore sta semplicemente chiedendo ai cristiani di non voler cambiare la storia con le rivoluzioni ma immettendo nelle strutture (che possono essere perverse perché maschiliste!) dei principi nuovi che scardino il consueto; contro la logica della sottomissione leva l’amore, la comprensione, il dover cogliere l’irriducibile diversità dell’altro; pensiamo a quando dice: Voi padri non esasperate i vostri figli. Un atteggiamento questo che può essere frutto solo di un dover guardare l’alterità assoluta del figlio con i suoi valori e con il peso delle sue scelte. L’uomo nuovo entra nella storia proprio per la via del’Incarnazione; non una via eclatante ma un ingresso che “smonta” ciò che pare non smontabile; se il Figlio di Dio fece così nascendo in quella debolezza senza sconti, i suoi discepoli cambieranno le strutture mortifere e le relazioni malate immettendovi la logica dell’Evangelo con scelte umili e quotidiane, come quelle che può fare una famiglia che si faccia guidare dall’Evangelo!

È allora il mistero dell’Incarnazione, il mistero totale di Cristo, che può salvare anche le dinamiche familiari, non tanto una mera ed impossibile – a mio avviso – esemplarità! Giuseppe, Maria e Gesù cantano con la loro vita ordinaria e senza esenzioni l’umano in cui Dio ha fatto irruzione, non come vorremmo e ci farebbe comodo, ma per una via umanissima che salva l’umano.

 

        P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Renato Guttuso: Fuga in Egitto (Varese, Sacro Monte)

NATALE DEL SIGNORE

Notte: Is 9, 1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14   

Aurora: Is 62, 11-12; Sal 96; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20  

 Giorno: Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18 

 

È notorio che le feste cristiane sono svilite o travisate sia dal mondo che ormai le usa per i suoi fini biecamente commerciali e sia – il che è più doloroso e scandaloso – dagli stessi che si dicono cristiani, discepoli del Signore Gesù.

  Particolarmente, a volte, il Natale diventa – mi pare – una sorta di teatro in cui si simula una nascita di Gesù come se essa avvenisse ora … e si sentono dire frasi di questo tipo: “Stanotte nasce Gesù!”, oppure “Attendiamo che Gesù nasca!” o ancora “Gesù sta per nascere, venite ad adorarlo!” … sono, in fondo, espressioni infantili che non aiutano nessuna fede adulta, espressioni che acconsentono ad una regressione di tipo “devoto”; questo per un motivo semplicissimo: Gesù è nato una volta per sempre a Betlemme di Giudea da Maria di Nazareth e dunque non dobbiamo attendere la sua nascita! Questo atteggiamento infantile (non evangelicamente infantile, ma stupidamente infantile!) depaupera la vera fede e la vera speranza cristiana. Il Martirologio romano al 25 di dicembre parla di “commemoratio” di un evento di salvezza avvenuto nella “pienezza dei tempi” (Gal 4,4) e che noi celebriamo; “celebrare” significa dare accesso al mistero al nostro oggi concreto ed esistenziale.

E allora a Natale cosa fa la Comunità cristiana?

Possiamo rispondere con tre verbi: ricorda (commemora), attende-spera, celebra. Questi tre verbi richiamano la grande tradizione della Chiesa trasmessaci dai Padri d’oriente e d’occidente, la tradizione delle tre nascite-venute del Signore. La tradizione cistercense ne farà oggetto di una riflessione sempre più chiara da Bernardo di Clairvaux fino ad Isacco della Stella.

La meditazione sulla prima nascita è facile: è quella di cui è pieno questo giorno santissimo; è la meditazione sull’Incarnazione che gli evangeli dell’infanzia di Matteo e di Luca ci hanno consegnato, un evento di salvezza umile che avviene nel nascondimento; il Figlio di Dio nasce nella campagna di Betlemme perché i suoi non hanno trovato alloggio, una nascita nella storia sottolineata dalla citazione di Cesare Augusto e di tutti quelli che reggevano il mondo in quel momento … il Figlio di Dio nasce e nessuno se ne accorge se non i poveri … I nostri presepi servono a ricordarci questo evento storico, un evento che è la base per la riflessione sulle ulteriori nascite-venute del Signore.

In primo luogo la sua venuta nella gloria alla fine della storia: è la Parusia, termine greco che significa “presenza” intendendo così la presenza finale del Signore al termine della storia. Se la prima venuta è accaduta nel nascondimento, questa sarà gloriosa, avrà, cioè peso (ricordiamo che la parola ebraica “kavod” che traduciamo con “gloria” significa “peso”), avrà visibilità, inoppugnabilità e l’avrà per ogni carne! Nessuno si potrà sottrarre alla venuta gloriosa del Figlio di Dio. Verrà con il suo corpo risorto e glorioso per incontrare tutte le genti, gli uomini di ogni epoca e di ogni luogo (cfr Mt 25,32), verrà da vincitore della morte e del male, verrà perché il Regno incominci in pienezza! Attendere questa venuta, esercitarsi ad attenderla è il vero motivo dell’Avvento che abbiamo vissuto anche quest’anno. Un tema questo della vigilante attesa del Signore che è tanto centrale e decisivo per la fede cristiana quanto assente e dalla predicazione e dal concreto sentire dei credenti.

Se non lo attendiamo più è perché – diciamocelo! – non lo amiamo abbastanza e non lo amiamo con l’ardore che dovrebbe bruciarci il cuore, se non lo attendiamo è vana la proclamazione della sua Risurrezione; se non lo attendiamo che significato ha il nostro concreto seguirlo quotidiano ed il nostro voler dimorare in Lui? Se non lo attendiamo è perché le Chiese si sono, in genere, ben assestate nel quadro della mondanità e delle umanissime sicurezze … solo nei tempi di pressura e persecuzione si risente la febbre dell’attesa del Veniente, in genere, invece, si dorme, non si attende più nulla tanto che già Paolo deve esortare i cristiani di Roma a svegliarsi dal sonno perché “la nostra salvezza –scrive – è più vicina ora di quando diventammo credenti” (Rm 13,11). Non si attende più il Veniente! Non si prega più quel “maranathà!” che è, in verità, la più antica preghiera cristiana! Se Lui dice “Vengo presto!” la Sposa-Chiesa non sa più rispondere dicendogli “Vieni!”, non scolta più lo Spirito che le dice di invocare per affrettare il suo ritorno (cfr Ap 22,17.20). Il grande scrittore Ignazio Silone (1900-1978), un grande cristiano, passato per giungere alla fede in Cristo e nel suo Evangelo, attraverso un grande travaglio umano a tanti livelli, testimoniato nei suoi bellissimi romanzi e scritti, non fece mai il passo di entrare nella Chiesa … a chi gliene chiedeva il perché rispondeva: Perché mai? Per far parte di quelli che dicono di aspettare il Signore Gesù e poi lo aspettano con lo stesso entusiasmo con cui si aspetta un tram? Non ne vale la pena!

  È comodo commemorare con tenerezza e poesia (che non fanno male, per la carità!) la nascita a Betlemme, è più scomodante invocare il suo ritorno. E questo perché se siamo nell’attesa di questa venuta finale bisogna accogliere ancora una nascita del Figlio di Dio: quella in noi! Questo può e deve avvenire in ogni giorno qui, oggi … Se è vero che la nostra vocazione è essere tempio di Dio (e questo personalmente e comunitariamente!) è vero che il nostro profondo deve essere luogo di accoglienza di Lui, del suo Evangelo, delle sue scelte, luogo da cui si deve esiliare ogni mediocrità umana per accogliere la piena umanità che Gesù è venuto ad insegnarci.

San Bernardo nei suoi Discorsi sull’Avvento (V,1) diceva che se la prima venuta “venne nella carne” (1Gv 4,7) e nell’ultima “verrà nella gloria” (Lc 9, 26), in quella intermedia viene “in Spirito e potenza” (Lc 1,17) nei cuori dei credenti che gli danno accesso.

            Se della prima nascita si fa memoria, se per l’ultima bisogna attendere e sperare, quella intermedia è l‘oggetto della celebrazione, perché celebrare significa dare accesso al quotidiano. Bernardo scrive: “Nella prima nascita Cristo fu nostra redenzione (cfr 1Cor 1,30), nell’ultima si manifesterà come nostra vita (cfr Col 3,4), i quella quotidiana sarà nostro riposo e nostra consolazione!

            Questo è il vero Natale!

            Questa venuta-nascita intermedia è quella da realizzare nella storia; dicevano tanti teologi e mistici da Agostino ad Angelo Sileno, pur con diverse parole: Nascesse mille volte Gesù a Betlemme se non nascesse in te, tutto è inutile.

            Il presepe napoletano mi pare una rappresentazione potente di questa venuta intermedia. Leggiamolo! Perché mai il presepe napoletano pullula di immagini, di persone, di situazioni, di quotidiano? Perché mai mescola i personaggi del racconto evangelico (Santa Famiglia, angeli, pastori, Magi) con tanti altri? Anche con palesi anacronismi? È solo folklore o solo ingenuità? No! Il presepe napoletano vuole rappresentare proprio questa nascita intermedia: Betlemme è Napoli, perché è lì, nella città degli uomini, nel quotidiano, che deve nascere Cristo … nel presepe napoletano è mostrata questa venuta intermedia! La scena vera e propria della Natività (che in gergo presepiale viene chiamata proprio “Il Mistero”!) racconta la prima venuta, tutto il resto quella intermedi; trait d’union tra le due venute, sul presepe napoletano, è il pastore della meraviglia: è dallo stupore per la prima venuta nella nostra carne umana che nasce il fuoco del cuore che permette la nascita di Cristo nel cuore di ogni discepolo! Nel presepe napoletano – voglio azzardare – c’è anche il richiamo, mi pare alla “nascita finale” del Signore nella Parusia. Dove? Nel pastore che dorme … a lui, simbolo innocente di indifferenza, di inconsapevolezza e di non attesa, pare si possano rivolgere le parole dell’Apostolo: “È ormai tempo di svegliarvi dal sonno perché la sua venuta è più vicina ora di quando diventammo credenti (Rm 13,11). Inoltre farlo nascere nei nostri oggi significa far crollare in noi ogni idolatria lottando con essa, ogni idolatria, infatti, allontana dalla verità nuda dell’Evangelo: per questo nel presepe napoletano Gesù nasce in un tempio pagano diroccato! Dunque nessuno spazio agi idoli lì dove nasce per la fede il Figlio di Dio ancora in una carne umana: la nostra!

 

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Monastero di Ruviano: Presepe.

QUARTA DOMENICA D’AVVENTO

Is 7, 10-14; Sal 23; Rm 1,1-7; Mt 1, 18-24

            Quest’ultima domenica d’Avvento può sembrare contraddire, con la scelta delle letture bibliche, quello che dicevamo fin dalla prima domenica di questo cammino di Avvento: dicevamo che l’Avvento non è preparazione al Natale ma alla Venuta finale del Signore! E oggi si legge l’ “antefatto” del Natale. Perché?

            Credo che, al di là delle intenzioni di chi ha composto, più di cinquant’anni fa, questa sequenza di letture, il testo dell’Evangelo di oggi vada letto non solo quale “antefatto” al Natale ma soprattutto sotto la specie di una contemplazione in Giuseppe di un modello di attesa, di una modalità di vivere la vita facendosi terreno dell’oltre di Dio che è sempre sorprendente ed imprevisto.

            Giuseppe che è il protagonista di questa domenica diventa dunque figura dell’Avvento non solo e non tanto perché lui è stato, con Maria, il più vicino alla prima venuta del Figlio di Dio, ma soprattutto perché il suo atteggiamento umano e spirituale è quello che serve a ciascuno di noi per essere uomini dell’Avvento, uomini e donne che vivono il “frattempo” di storia che è dato loro con il cuore, la mente e la vita tutta tesi verso quella beata speranza del ritorno del Figlio di Dio, Gesù!

            Giuseppe è un ragazzo (smettiamola di rappresentarcelo come un vecchietto!!!) innamorato in attesa delle sue nozze e in attesa di quella vita che aveva sognato e progettato con Maria in tanti momenti di sguardi, di dialoghi e di sogni ad occhi aperti … Giuseppe si trova nel drammatico frangente di vedere distrutta tutta la sua bellissima costruzione di vita, di progetti, di sogni.

            Qui, in questa umanissima vicenda di conflitto interiore, di crisi, di necessità di decisione, Giuseppe diviene per noi “traccia” per essere uomini dell’Avvento: Giuseppe sceglie di aprirsi all’incomprensibile, di misurarsi con l’inconcepibile! Poi capirà che come Maria aveva concepito in grembo l’Inconcepibile (il suo Creatore!), lui dovrà concepire l’Inconcepibile nel cuore e nelle concretissime decisioni di una vita!

            Nel conflitto Giuseppe sceglierà di accogliere l’oltre che viene da Dio, sceglie Maria e la preferisce a quella discendenza che era legittimo desiderio e dovere di ogni pio ebreo; Giuseppe sceglie l’amore, fidandosi di Dio, invece della generazione. È capace di far questo perché è capace di sogni … il sogno è il profondo del cuore, è ciò di cui è fatta l’anima di ognuno di noi … in quel profondo che è il sogno Giuseppe è abitato dalla capacità di amare e di fidarsi, di credere all’incredibile, di consegnare quello che è, che ha e ha progettato.

            Giuseppe è uomo dell’Avvento perché vive il tempo della sua vita facendone un terreno ove Dio possa venire con le sue vie strane, imprevedibili, costose; Giuseppe è uomo dell’Avvento perché non si fa imprigionare neanche dai suoi progetti sani, santi e belli … è uomo dell’Avvento perché sa che il suo presente può essere invaso da Dio e lui gli dà accesso liberamente senza nulla sapere e senza nessun calcolo meschino.

            È uomo dell’Avvento perché nella tentazione di sottrarsi al mistero e di tornare alla vita prevedibile e fatta tutta dalle sue mani, Giuseppe si fida di un sogno più che del suo buon senso … ascolta e fa. Così l’ impensabile si fa spazio in lui: mette il nome a Colui che è il Nome; accoglie quella parola che Dio rivolge da sempre all’uomo: Non temere … l’uomo nel giardino dell’in-principio ha rivolto a Dio la sua prima parola dicendo: Ho avuto paura (Gen 3,10) … da allora Dio non cessa di dirci: Non temere … perché non temere? Perché sempre più si rivelerà come Colui che c’è per noi uomini! E Giuseppe smette di temere e così sarà terreno per l’Emmanuele, il Dio con noi per il quale l’uomo potrà imparare a liberarsi dalla terribile, agghiacciante, immobilizzante nemica che è la paura!

            Giuseppe è uomo dell’Avvento perché si tiene aperto al mistero vincendo le umanissime resistenze che ci impediscono di aprirci a ciò che è più grande di noi. Giuseppe è uomo dell’Avvento perché umilmente comprende di essere fatto per quel mistero, per essere terreno espropriato per quel mistero.

            Giuseppe è uomo dell’Avvento perché impara a no temere le cose grandi, decide di accogliere non le parole che vengono impetuose dalle sue paure ma le parole che vengono da Dio! E decide di fare quelle parole!

            Giuseppe è uomo dell’Avvento perché, come dicevo, dà credito ai sogni (come lui nel racconto di Matteo ci saranno i Magi!) … Giuseppe sa sognare con Dio … sa che se si sogna da soli si può essere preda di illusioni, se si sogna con Dio la realtà parte da lì.

            Giuseppe ci fa concludere questo Avvento con la sua presenza dolce, forte e tenera mostrandoci come la storia ha bisogno di noi, di ciascuno di noi, per aprirsi all’Avvento di Dio!

            Sulle tracce di Giuseppe possiamo diventare ciascuno un maranathà fatto di carne e sangue, di lotte e di fatiche, di slanci e di offerta, di gioia purissima, quella che è possibile a chi si libera da ogni catena di buon-senso, di prevedibile, di controllabile. L’Avvento vuole cuori così!

            Vieni, Signore Gesù!

 

                           P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Beate Heinen: Il sogno di Giuseppe (1991)