VENTISEIESIIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

VENTISEIESIIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
    

Am 6, 1a.4-7; Sal 145; 1Tm 6,11-16; Lc 16, 19-31

        Ancora sul denaro.

            La scorsa settimana la riflessione ci portò a considerare l’uso retto delle ricchezze, oggi i gravi pericoli delle ricchezze.

            Le parole di Amos, nella prima lettura, sono forti, dure, hanno il suono della profezia che grida parole scomode, parole che giudicano. Amos grida facendosi eco del dolore del Signore soprattutto per l’indifferenza dei ricchi, dei benestanti, in senso ampio e in senso letterale, cioè quelli che stanno bene, sicuri, riparati, certi del loro potere; questi sono tanto stolti da credere che la loro condizione sia definitiva ed inamovibile.

Non si illudano: il Signore depone i potenti dai troni (Lc 1,52) e cesserà l’orgia dei dissoluti! I sazi continuano ad ingannarsi, sono stolti e ciechi; stolti perché si sopravvalutano e ciechi perché incapaci di vedere altro che la loro condizione, incapaci di vedere la miseria degli altri.

La parabola del ricco e del povero Lazzaro è una straordinaria narrazione di questa situazione che ogni giorno appesta il mondo e ferisce l’umanità. Sì, ogni giorno l’indifferenza uccide, ogni giorno il potere del denaro è morte dolorosa del povero, è morte dannata per il ricco, è morte della fede in Dio per chi confida nel denaro, per chi dice il suo Amen al denaro (ricordiamo il senso terribile della parola Mammona!).

Questa è l’unica parabola in tutto l’Evangelo in cui uno dei protagonisti ha un nome: Eleàzar (Lazzaro) che significa Dio aiuta; ha un nome che rivela il suo cuore: si fida di Dio, del suo aiuto. E’ nelle mani di Dio. L’altro non ha nome, si fa definire dal suo oro: è un uomo ricco. Questi non compie azioni malvagie verso Lazzaro, è solo distante, indifferente, immerso nella sua orgia da dissoluto; veste come un re e non è un re: l’unico signore della sua esistenza è lui stesso. Lazzaro è lì e il ricco non se ne cura, lo ignora: il mondo è lui! La sua malvagità è più subdola di quella di un brigante che uccide, la sua malvagità produce ugualmente piaghe e dolore. Lazzaro soffre per le piaghe e per il desiderio sempre frustrato di sfamarsi; non pretende di sedersi a quella mensa, vorrebbe solo le molliche di pane che il ricco usa per pulirsi le mani dopo aver mangiato (le posate non esistevano!)…

Accade però che l’orgia del ricco finisce e finisce anche il dolore di Lazzaro. Viene la morte che però non livella; i due tornano in una situazione di disparità ma capovolta: Lazzaro è portato dagli angeli nel seno di Abramo, il ricco è sepolto e sta nell’inferno. La differenza dei due verbi è importante e già mostra, con il tocco sapiente e raffinato di Luca, il capovolgimento delle situazioni. Si badi che qui Gesù non vuole descrivere l’oltretomba, l’aldilà, vuole invece parlarci del giudizio di Dio su ciò che noi viviamo nell’aldiquà! Il ricco ora è in una nuova situazione, una situazione di desiderio, ha sete, e finalmente vede Lazzaro accanto ad Abramo. Non l’aveva mai visto, i suoi occhi non si erano fermati sulle sue piaghe e sul suo desiderio di sfamarsi … ora lo vede e subito ancora mette davanti i suoi desideri: Lazzaro dovrebbe andare da lui a spegnergli l’ardore della sete. Abramo, loro padre comune, che ora è il suo interlocutore nega questa possibilità. Si badi bene che il no di Abramo non è una vendetta, non è un occhio per occhio, dente per dente, non è la punizione perché non ha soccorso Lazzaro. No! Abramo spiega che ora si è stabilita un’impossibilità, c’è un abisso tra il ricco ed il seno di Abramo ove Lazzaro è consolato. L’abisso l’ha creato l’indifferenza, l’abisso l’ha creato quella ricchezza colpevole nella quale si è abbandonato e dalla quale si è lasciato stordire e rendere cieco ed insensibile. L’abisso non è più valicabile. E’ finita l’orgia del dissoluto, direbbe Amos, il “dissoluto” ora raccoglie l’orrore che ha seminato; questo strano dannato (si vede che è un parto della fantasia di Gesù e dell’evangelista e non è un vero dannato) si preoccupa della sorte dei suoi fratelli ricchi che ora sa che sono su una via mortifera. Per loro chiede un miracolo. Abramo chiarisce che non servono miracoli perché hanno già dove volgere lo sguardo: hanno la Scrittura, lì il popolo dei figli di Abramo ha la via, lì devono tendere l’ascolto, lì devono prestare obbedienza. Nessun risorto da morte converte il cuore se non si ascolta la Scrittura! Il monito è terribile per noi cristiani che cantiamo l’alleluia al Cristo Risorto e Luca certamente non è ingenuo nello scrivere queste parole e nel metterle sulla bocca di Abramo e quindi di Gesù che narra la parabola. L’ascolto della Scrittura rende possibile la fede nel Risorto e non il contrario. Nell’ultimo capitolo del suo Evangelo lo stesso Luca ci narra che i due discepoli di Emmaus riconoscono il Risorto solo dopo averlo ascoltato spiegare le Scritture. Senza l’ascolto vero quel viandante rimarrebbe solo un compagno di viaggio capace di molte chiacchiere. Ascoltare le Scritture ci dà la possibilità di sfuggire ai pericoli delle ricchezze che soffocano e seminano morte. Ascoltare le Scritture significa dare a Dio ed al suo parlare la signoria sulla nostra esistenza e se Lui è il Signore non ci saranno asservimenti alle orge, alle ricchezze, all’idolatria di sé e dei propri desideri che diventano legge a costo d’essere ciechi sulle piaghe, le attese ed i legittimi bisogni degli altri, dei poveri, dei dimenticati. Di questi Dio non si dimentica, è per loro aiuto (Eleazar, Dio aiuta), è per loro consolazione e speranza.

Questa domenica ogni assemblea cristiana è chiamata a fuggire l’avidità che è rovina e perdizione. Spiace che la nuova versione della CEI non traduca con “fuggi” l’imperativo greco “feughe” ma attenui con un blando “evita”. E spiace anche che il testo della Prima lettera a Timoteo inizi solo al versetto 11 senza farci leggere il precedente in cui si specifica da cosa Timoteo deve fuggire. I versetti 7-10 parlano dell’inganno della ricchezza e dei molti desideri insensati ed inutili che aggrediscono il cuore del ricco. Paolo specifica che la ricchezza affoga e che l’avidità è radice di ogni male: Alcuni presi da questo desiderio (del denaro) hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti. Per questo Paolo dice con molto calore al discepolo Timoteo: Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose! e poi ancora parla di una realtà della vita cristiana su cui più volte abbiamo meditato: la lotta. Infatti Paolo scrive: Combatti la buona battaglia della fede!

La lotta è possibile solo in quella signoria di Cristo che va accettata senza riserve.

Il ricco della parabola, ma con lui tutti i ricchi che si fidano delle loro ricchezze e sono ciechi e lontani dagli altri, è precipitato nell’inferno abissale perché aveva un “signore” che gli ha messo catene pesanti, forse d’oro, ma catene che l’hanno tenuto ben ancorato alla terra che era stata, con le sue ricchezze, il suo solo orizzonte. E vi è rimasto prigioniero! Dinanzi a tutto questo risuoni forte l’imperativo di Paolo: Fuggi!

 

                    P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Codex Aureus Epternacensis, Parabola del ricco e del povero Lazzaro, Folio 78 recto (1035-1040); Norimberga, Germanisches Nationalmuseum

 

VENTICINQUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Am 8, 4-7; Sal 112;  1Tm 2, 1-8; Lc 16, 1-13

 L’Evangelo di oggi purtroppo si ferma al versetto 13 mentre il versetto 14 sarebbe molto utile alla comprensione del tema che Gesù affronta in questo capitolo dell’Evangelo di Luca. Dice il versetto 14: I farisei che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose  e si facevano beffa di lui. Il greco è ancora più pungente: i farisei che erano “philàrguroi”, cioè amanti del denaro, amici del denaro. E’ cosi. Il mondo (anche il mondo che entra nella Chiesa, anche i credenti mondanizzati!) si fa beffa di chiunque voglia impostare un discorso evangelico circa l’uso del denaro, della ricchezza. Quando si tratta del denaro tanti uomini pii perdono tutta la loro “pietas” e diventano pratici (sì, si dice così per giustificarsi quando si mette tra parentesi l’Evangelo per i propri interessi!)

            Il capitolo sedicesimo di Luca è uno di quei testi che fanno ridere il mondo che, c’è poco da fare, è philàrguros, è amico, amante del denaro! … E da questo mondo “amante del denaro” non teniamoci fuori facilmente! Basta che osserviamo anche nelle nostre comunità come si affronta il tema dei beni e della condivisione dei beni! Tanti cristiani di tante parole diventano muti o addirittura aggressivi! È così!

            Gesù si scontrerà più volte con la forza ambigua del denaro: pensiamo al giovane ricco che se ne va via da Lui perché aveva molte ricchezze (che straordinaria ironia ha l’Evangelo! cfr Mc 10, 22), pensiamo anche che Gesù stesso alla fine è stato messo a prezzo di denaro e venduto per trenta monete.

            Gesù sa bene che la ricchezza è sempre disonesta: non ha paura a definirla così, senza mezzi termini e senza distinguo; l’accumulo è sempre disonesto perché ogni accumulo corrisponde alla povertà di qualcuno! C’è davvero poco da fare: più si accumula e più si creano poveri! E allora? Quale il rimedio? Gesù lo dice alla fine di questa “strana” parabola dell’Amministratore disonesto: Fatevi amici con la “disonesta” ricchezza”. Chi sono questi amici che bisogna crearsi? Sono i poveri! Ci si mette al riparo dalla disonestà della ricchezza riequilibrando le cose con la condivisione! Per l’Evangelo il rapporto con le cose, con l’avere è regolato dalla legge assoluta della condivisione. La condivisione è la via sapiente per camminare sulle strade del Regno.

            L’amministratore disonesto è lodato dal padrone, che pure è stato truffato due volte (ma chissà quante altre volte!) perché l’amministratore è stato scaltro. E’ la scaltrezza che è lodata e Gesù fa sua questa lode con una forte amarezza: questo figlio della tenebra è stato tanto scaltro per salvarsi la pelle; perché il figli della luce non sono altrettanto scaltri per la causa del Regno? Anche questo è facile verificarlo nella nostra vita ecclesiale: quanti sono pronti ai più grandi sacrifici per il lavoro, per il guadagno (magari con la scusa del benessere dei figli, della famiglia!) ma non sono disposti a veri sacrifici o scelte radicali per l’Evangelo! Per il lavoro, per il bieco “concreto” si è scaltri, desti, pronti al sacrificio ma per il Regno si danno gli scampoli!

            Per Gesù c’è un solo modo per essere scaltri: volgere lo sguardo ed il cuore ad un’altra amicizia, ad un altro amore. O si è amici della ricchezza o si è amici dei poveri (Fatevi amici con la disonesta ricchezza!). L’aut-aut qui è, come sempre nell’ Evangelo, radicale e Gesù lo afferma con il celebre detto che segue: Non si può servire a due padroni … non potete servire a Dio e a Mammona. La nuova versione della CEI dice: a Dio e alla ricchezza spiegando al parola originale che è una parola semitica che va decodificata (la nuova traduzione, essendo principalmente destinata alla liturgia, giustamente giunge subito alla decodificazione). Mammona (che è termine che nella Bibbia appare solo in questo capitolo ed in Matteo 6,24) è una parola terribile perché ha radice in un verbo ebraico importantissimo nella Scrittura, il verbo aman (da cui amen) che è il verbo della fede, della fiducia, della sicurezza in cui tutto si può fondare; mammona e allora la ricchezza a cui consegno tutta la mia fede, la mia fiducia, la mia sicurezza. Chi è servo di mammona lo è perché si fida di mammona, ha fede in mammona; più chiaramente possiamo dire che il suo dio è la ricchezza! È uno che dice il suo Amen non a Dio ma alla ricchezza!

            Ecco perché Gesù contrappone con fermezza Dio e mammona. E’ impossibile servire tutti e due; si può solo amare uno ed odiare l’altro perché chi ama davvero Dio odia mammona che da Lui lo separa, odia mammona perché si fida di un altro, in Lui mette la sua sicurezza; se ama mammona odierà Dio perché Lui gli chiede di condividere, di usare il denaro per farsi amici i poveri, odierà Dio perché Dio gli chiede di cambiare mente e di usare il denaro e non di essere usato dal denaro diventandone schiavo.

            Prima o poi nelle nostre vite di credenti viene l’ora in cui Dio chiede questa condivisione, non più a chiacchiere e con bei discorsi pii ma con una concretezza tale che tocchi i nostri beni materiali (certamente come quelli spirituali … ma non solo perché con i beni spirituali siamo capaci di grandi mistificazioni!). Certamente viene quest’ora e sarà un’ora in cui tutti i cammini di sequela vengono autenticati; finché la fede è fatta di preghierine per i poveri e di belle parole puzza ancora di ipocrisia o di immaturità, quando si compromette  fa il salto verso la libertà e l’autenticità. Leggiamo in tal senso anche l’ora che vive oggi la nostra società italiana (ma estenderei la riflessione a tutto il nostro mondo occidentale in senso ampio); quanti “cristiani” in nome di una difesa di “sacri confini della patria” (!) respingono i poveri, i disperati; e non si accontentano neanche di questo, li insultano e li denigrano! Noi non possiamo tollerare queste cose, cose tutte che vengono fatte per “amore del danaro”, cioè del nostro benessere e delle nostre cose! Credo che chi si dichiara discepolo di Cristo deve indignarsi e far sentire con mite fermezza il suo no a queste logiche mortifere; un no che deve smascherare i finti pii e i non richiesti defensores fidei! Chi è discepolo del Messia Gesù che non “ritenne un tesoro da custodire gelosamente il suo essere Dio ma spogliò se stesso” (Fil 2, 6-7) non può che fare quel salto di compromissione nella vera condivisione di ciò che si è e di ciò che si ha.

            Il salto però va fatto solo per amore nei confronti di Cristo, solo perché si vuole essere davvero suoi discepoli, solo perché si è capito finalmente dov’è il vero tesoro, solo perché da Lui si è imparato a guardare all’altro con i suoi occhi … se, come scrive San Benedetto, nulla anteponiamo all’amore di Cristo (cfr RB 4, 21), immediatamente si farà chiaro innanzi a noi il volto dell’uomo con cui tutto condividere nell’amore.

            Benedetta quell’ora in cui Cristo ci chiede: se mi scegli fin dove si spinge la tua scelta?

 

                    P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Il demonio “Mammona” immaginato da Louis Le Breton (1818-1866)  per il Dizionario infernale

 

 

 

VENTIQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

VENTIQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Es 32, 7-11.13-14; Sal 5°; 1Tm 1, 12-17; Lc 15, 1-32 

 

Siamo un popolo di dura cervice: incapaci di chinare il capo, incapaci di obbedienza. Di dura cervice: così il Signore definisce il popolo che aveva fatto uscire dall’Egitto e che, stancatosi del faticoso cammino verso la libertà, ha voluto un dio visibile e toccabile cui affidarsi, un dio con le sembianze di un vitello d’oro.

            Dura cervice è allora quella rigidità dinanzi a Dio che ci  inganna e ci fa credere che le nostre vie siano migliori e più sagge di quelle di Dio; chi è di dura cervicerifiuta le strade tracciate da Dio e imbocca le proprie strade. E’ questa la scelta di Israele nel deserto, è questa la scelta della pecorellache decide di non seguire più il gregge, è questa la scelta del paese lontano delfigliogiovane della celebre parabola.

            Oggi, però, vorrei che non ci soffermassimo sulla nostra dura cervice, la nostra comune dura cervice, ma sulla tenerezza di Dio; Lui non è di dura cervice, infatti continua a chinare il capodicendoci infiniti nella misericordia.

            Scrive Paolo nel testo della Prima lettera a Timoteoche abbiamo ascoltato che c’è una parola sicura e degna di essere da tutti ascoltata: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatorie aggiunge: e di questi il primo sono io. Questa parola sicuraci dà forza, ci dà gioia, ci accende di speranza, ci libera dalla paura ella nostra fragilità e del nostro peccato; una parola sicurache non svaluta la gravità del peccato (già ci pensa il mondo a farlo di continuo aprendo all’umanità vie di pseudo libertà che risultano invece invase da tanfo di morte!) ma ci pone innanzi ad esso con verità liberante. Non vorrei riflettere sul peccato ma sulla misericordia, non vorrei soffermarmi su di noi ma su Dio. Oggi la liturgia è un canto sereno e limpido al Dio delle misericordie e a Lui ci chiede di abbandonarci con la lode di questa Eucaristia. Ogni Eucaristia è rendimento di grazie per Cristo che è la nostra pace (cfr Ef 2,14) ed è per noi remissione dei peccati; è infatti comunione con quel Corpo spezzato e quel Sangue versato per la remissione dei peccati.

            Volgiamo a Lui lo sguardo.

            La pagina celeberrima di Luca è quella delle parabole della misericordia; potremmo leggere anche solo le prime due e tagliare, con la forma breve, la parabola del figliuol prodigoo meglio del Padre misericordioso(che d’altro canto abbiamo già letto quest’anno nella Quarta domenica di Quaresima) ma ci fa bene riascoltarle tutte e tre lasciandoci afferrare dalla narrazione di un volto di Dio fuori da ogni schema “religioso”: non un Dio chiuso nella sua santità, pronto a lanciare castighi terrificanti, non un Dio che, assicurando sventure punitive ai peccatori, rassicura i buonie fonda la morale, ma un Dio che va in cerca dell’unica pecora smarritasenza fare calcoli di numeri (lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta) e gioisce invitandoci alla sua stessa gioia lasciandoci però con una domanda pericolosa per ogni uomo religioso: ma quei novantanove saranno davvero giusti? O sono degli ingiusti che non vogliono farsi trovaredalla tenerezza del pastore, che non vogliono scoprirsi come ingiusti e smarriti?

               Il Dio che Gesù narra non ha paura di rassomigliarsi ad una massaia che cerca con affanno la dramma perdutaperché senza di essa è più povera. Sì, un Dio che non teme di dirci che anche se siamo smarritie pieni di polveresiamo la sua ricchezza, siamo preziosi ai suoi occhi (cfr Is 43,4). Un Dio che non ha pudore di confessare che noi siamo la sua gioia: Rallegratevi con me …

               Il Dio che Gesù narra è capace di pazienza e di attesa, non si spaventa delle nostre lontananze, dei nostri peccati, che ci rendono sempre più poveri, non ha paura del nostro puzzo di porcile … Gesù ci narra di un Padre che spera e non si stanca di farlo, di un Padre che ci corre incontro coprendoci di baci (come è dolce quel verbo katafilèo che non significa semplicemente baciare, ma baciare con effusione, con tenerezza!) e dicendoci in mille modi che siamo rimasti sempre figlianche nella lontananza e nell’inimicizia (cfr Rm 5,6-9). Anche questo racconto termina però con una domanda drammatica, domanda che sorge dinanzi al figlio giustoche non entra nella gioia del Padre. Entrerà mai a quella festa? Ancora una dura cerviceincapace di chinarsi per dire un all’amore …

               La pagina lucana si era aperta con dei giusti di dura cervice incapaci di leggere lo stare di Gesù a mensa con i peccatori e si chiude con un altro “giusto” che rifiuta di sedere a quella mensa impedendo che la festa per la gioia del Padre sia piena. Un’inclusione: tra due durezze è però stretta la tenerezzamisericordiosa del Dio che Gesù ha narrato con la vita e le parole. Una tenerezzache attende e spera che la durezza di chi non china il capo nell’amore si trasformi in un capace di lasciarsi abbracciare e perdonare, capace di accogliere il peccatore riconoscendo in lui un fratello, riconoscendosi a sua volta peccatore come lui: Cristo è venuto a salvare i peccatori e di questi il primo sono io.

 

             P.Fabrizio Cristarella Orestano

Jorge Cocco Santàngelo: La pecorella smarrita

VENTITREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

VENTITREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 9, 13-18; Sal 89; Fm 9b-10.12-17; Lc 14, 25-33

Scegliere Gesù, il suo Evangelo è compromettente. Si tratta di sconvolgere la propria vita. Come Paolo che, come ci dice la Lettera a Filemone, si è lasciato mettere in catene, ha rinunciato ad una vecchiaia libera ed agiata per una via diversa, una via compromessa con Colui che si è lasciato legare sulla croce … Filemone stesso è interpellato da Paolo a lasciarsi capovolgere per l’Evangelo: deve accogliere il suo schiavo fuggiasco (per il diritto romano lo avrebbe potuto far crocifiggere senza pietà) come fratello perché ormai Paolo l’ha generato alla fede. Filemone non deve crocifiggere lo schiavo fuggiasco ma l’uomo vecchio che è in lui …

            La duplice parabola che Gesù narra nel brano evangelico di questa domenica ci invita a fare dei calcoli: posso costruire la torre? posso affrontare un nemico potente in battaglia? Nei due esempi il calcoloè  su cosa si possiede, su cosa si ha per poter costruire la torre o affrontare un nemico in battaglia, in realtà però Gesù ci chiede di fare un altro calcolo: a cosa siamo disposti a rinunciare?

            Seguire Gesù è cosa seria, le vie di Dio non possono essere vie di compromessi perché, come scrive Paolo ( cfr Gal 6,7),Non ci si prede gioco di Dio. La sequela, il discepolato hanno delle precise esigenze che non sono eludibili. Per tre volte, nel passo odierno di Luca, Gesù dice un’espressione che può suonare dura: Non può essere mio discepolo. Gesù non si lascia sedurre dalle folle che lo seguono, non cerca di compiacerle o di blandirle addolcendo il suo messaggio, anzi pare voglia scoraggiare una sequela qualsiasi, magari sollecitata da facili entusiasmi.

            Ilpiccolo greggedi cui parlava al capitolo 12 deve essere nella verità e formato da gente consapevole, forse anche fragile, ma disposta a lottare(Lottate per passare per la porta strettacfr Lc 13,24).

            La verità di questa sequela per Gesù è subordinata a tre condizioni: bisogna dare a Lui un primato assoluto, bisogna prendere la propria croce e mettersi sui suoi passi, bisogna rinunziarea tutti i propri averi. Un testo questo che allora pone delle esigenze chiare, dure, in cui ogni via di addolcimento è tradimento … esigenze che hanno un solo scopo:essere discepoli di Gesù. Non c’è altra promessa esplicita: non la vita eterna, non la beatitudine, non la pace del cuore, non la libertà; certo, poi si sperimenta che il discepolato autentico porta anche tutte queste cose per la nostra concreta esistenza, ma Gesù qui non vuole dirlo, vuole che noi ci fidiamo di Lui, della sua via, dei suoi passi, delle sue scelte. Mettersi a seguire Gesù non è una scelta che può essere in parallelo ad altre scelte, ad altri primati, seguire Gesù, dirsi suoi discepoli, non può convivere né con la mediocrità, né con la sapienza umana che spesso si configura nel buon senso del mondo. 

Il testo del Libro della Sapienza,che è stato proclamato come prima lettura, ci pone dinanzi a quella Sapienza di Dio che sorpassa le nostre vie e dice: Chi ha conosciuto il tuo pensiero, se tu non gli hai concesso la sapienza e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall’alto?Noi, allora, possiamo percorrere vie altre, vie di Dio, vie della sua sapienza perché in Gesù ci è stata donata la sapienza di Dio, Lui è la Sapienza che viene dall’alto; in Lui ci è stato pure donato lo Spirito di Dio. Guardando a Gesù, però, scopriamo che la sua sapienza è quella della croce e la sua via è quella della rinunciaa possedere perché grande è il rischio di farsi imprigionare dalle cose.

            Accogliere la Sapienza che è Cristo e sceglierlo dandogli un vero primatoper cui tra Lui e mio padre scelgo Lui, tra Lui e mia madre scelgo Lui, tra Lui e mia moglie e i miei figli scelgo Lui, tra Lui e i miei fratelli e sorelle scelgo Lui e, se farò così, poi ritroverò padre e madre e moglie e figli e fratelli e sorelle. Ricordiamo che Gesù vuole un primatoma un primatoche non cancella gli altri amori; un primatoche significa che in testa ai nostri amori ci deve essere l’amore per Lui che libera tutti gli altri amori dai lacci di morte, di possesso, di egoismo. Questo è essere discepolo.

            Accogliere la Sapienza che è Cristo è prendere la propria crocee seguirlo. E qui bisogna essere molto attenti a non banalizzare la croce, a non usarla per giustificare il male, a non mettere croci sulle spalle degli altri; la croceè cosa serissima. Scrive Enzo Bianchi: La croce non è metafora delle semplici avversità quotidiane ma è memoria dello “strumento della propria esecuzione” per mettere a morte l’uomo vecchio. Prendere la croceè essere disposti a crocifiggere l’uomo vecchio, è fidarsi delle vie altredi Gesù in un amore fino all’estremoche è costoso, come fu costoso per Gesù. Prendere la croce è fidarsi più di Dio che di noi stessi … e questo è duro, è costoso, è contraddicente …

            Chi espone la crocesul proprio petto o sui muri delle sue stanze è uno disposto a questo perché non si può fare della crocesolo l’emblema cristiano (magari controgli altri!) o un monile ornamentale o, peggio ancora, uno strumento di potere! E’ tradire Cristo, è prendersi gioco di Dio, della serietà del suo amore fino all’estremo. Essere discepoli è prendere sul serio la crocedi Cristo!

            Accogliere la Sapienza che è Cristo è rinunziare all’ avereper non ricevere identità da ciò che si possiede ma solo dalla propria autentica umanità. Cristo ci umanizzaperché Egli è il Figlio eterno che ha scelto l’uomo e dunque  i suoi discepoli non possono essere che uomini dinanzi ad altri uomini; non ricchi di fronte a ricchi, non poveri di fronte a poveri, non ricchi di fronte a poveri … ma uomini di fronte, accanto ad altri uomini!

            Possiamo bere questo calice? (cfr Mt 20,22)

            Siamo disposti a questa Sapienza che il mondo non può comprendere?

            Sediamoci e facciamo i nostri calcoli, facciamo le nostre scelte; fuori da ogni via di mediocrità!

 

                  P.Fabrizio Cristarella Orestano

Francesco rinunzia ai suoi beni (Parrocchia Don Bosco, Belluno)